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«Resto a disposizione»

Il generale Roberto Conforti lascia la direzione del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico e racconta 11 anni di avventure

Il generale Roberto Conforti

Roma. Il passaggio di consegne è avvenuto il 12 settembre scorso in veste ufficiale: il generale Roberto Conforti va in pensione (e gli succede il colonnello Ugo Zottin) dopo aver guidato per undici anni il Nucleo poi Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico. Innumerevoli le operazioni di successo e la refurtiva recuperata, un'attività sempre più articolata e complessa che ha reso questo comando famoso a livello internazionale, un fiore all'occhiello per l'Italia e un punto di riferimento per tutti gli altri Paesi del mondo. Oggi, dichiara il generale, «siamo quelli che hanno il più grande patrimonio artistico e al contempo siamo i meno aggrediti»: si è passati da 2.500 furti denunciati l'anno a 1.200, da 30mila oggetti trafugati a 18mila, da 35 musei violati a una quindicina.
La sede del Comando, dove incontriamo il generale, è il più centrale di quei palazzetti disegnati da Filippo Raguzzini come quinte barocche intorno al più splendido «salotto all'aperto» della Roma settecentesca: piazza Sant'Ignazio.

Generale, chi era il colonnello Conforti undici anni fa, da dove veniva, con quali idee, e che cosa ha trovato?
All'epoca il Nucleo contava circa 60 uomini. Quando sono arrivato avevo un'esperienza prettamente operativa ma nessuna idea sul fenomeno della commercializzazione illecita dei beni culturali. Provenivo da un'attività condotta in vari comandi d'Italia, in particolare da un reparto della Dia di Napoli dove avevo combattuto contro la Camorra e contro i primi fuochi delle Brigate Rosse; da Napoli mi spostarono prima in Abruzzo e poi a Roma al Reparto Operativo che allora si interessava soltanto di criminalità diffusa, organizzata ed eversiva. Al Nucleo per la Tutela del Patrimonio Artistico sono arrivato portando una formazione classica di base che mi veniva dagli studi liceali e una specifica esperienza di polizia giudiziaria. Tutto il resto lo ho acquisito con l'esperienza e grazie al personale che ho trovato, esperto, capace, professionale. Ho imparato molto da loro. Ed è senz 'altro la mia formazione operativa che mi ha spinto a considerare come preminente l'attività preventiva. Quel che abbiamo fatto è stato di migliorare il controllo sul territorio, potenziare il nostro comando stipulando intese con il Governo, i Ministeri dei Beni e delle Attività culturali, degli Interni e della Difesa, la Regione Sicilia, tanto che se nel '90 eravamo presenti soltanto qui a Roma oggi siamo una realtà diffusa da Torino a Palermo, con undici nuclei operativi. Che comunque ancora non bastano.

Adesso che cosa lascia?
Lascio un Comando con oltre 270 uomini e un personale ulteriormente specializzato, una qualificata attività produttiva che deve andare avanti, una realtà a livello internazionale dove siamo di esempio. Siamo riusciti, anche grazie a un'audizione pubblica ottenuta al Parlamento inglese e a rapporti con varie istituzioni svizzere, a far sì che queste due Nazioni, l'Inghilterra e la Svizzera, stiano concretamente esaminando la possibilità di ratificare anche loro la convenzione Unesco del 1970 (Ndr: cfr. Il Giornale dell'Arte n. 212, lu.-ago. '02, p. 1). Lascio anche un ottimo rapporto con gli Stati Uniti dove prima la refurtiva arrivava tranquillamente (oggi c'è un memorandum in base al quale viene proibita l'importazione di reperti archeologici di provenienza italiana privi di documentazione), compreso un codice deontologico che il Getty Museum e altre istituzioni museali si sono dati, proprio come in Italia hanno fatto la Federazione dei mercanti d'arte (Fima) e l'Associazione degli antiquari.

Che cosa invece auspica?
Innanzi tutto un potenziamento del Comando. Quindi una legislazione più dissuasiva che aiuti l'attività preventiva e faccia capire al singolo quali sono i rischi che corre operando nell'illegalità. Auspico inoltre l'estensione della validità dell'ex notifica, oggi dichiarazione, a livello europeo e non più solo nazionale, liberalizzando di più il mercato. Insomma fare in modo che il nostro mercato dove ci sono antiquari seri, che lavorano molto bene, sia competitivo e non a rimorchio di altre realtà come quelle di Parigi, Londra e degli Stati Uniti. Sarebbe necessaria inoltre una sorta di «sanatoria» dei beni archeologici disponibili presso tanti cittadini dimentichi che tali reperti sono di proprietà dello Stato, un'iniziativa di legge che inviti il cittadino a denunciare e inventariare ciò che ha in casa senza per questo privarlo degli oggetti che possiede.

Proposte e progetti per il futuro?
Per il momento ho messo a disposizione del Ministero la mia esperienza. Per prima cosa ho chiesto un momento di tranquillità per ritrovare me stesso, poi vediamo, nelle forme che riterranno opportune... Non ho motivo di non continuare a lavorare per le istituzioni.

di Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 214, ottobre 2002


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