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Editoriale


La fiaba delle tre melarance. Ovvero il bene dei beni culturali italiani

Proponiamo il testo integrale dell'intervento di Umberto Allemandi, direttore di «Il Giornale dell'Arte», al convegno «Finanziare la cultura. Le risorse pubbliche necessarie, le risorse private possibili», tenutosi il 12 maggio nel Teatro Parenti di Milano per iniziativa promosso dall’associazione Priorità Cultura presieduta dall’ex ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli.


La fiaba delle tre melarance. Ovvero il bene dei beni culturali italiani: i tre cambiamenti da cui ricominciare.
1.Ridefinizione funzionale del ministero e autonomia di Musei e altri enti
2.Conferimento diretto di ogni introito a Musei ecc.
3.Trattamento fiscale semplificato e incentivato

Oggi finalmente abbiamo una parola d’ordine: semplificazione.
Da decenni il sistema dei beni culturali italiano è afflitto da gravi complicazioni purtroppo tuttora irrisolte. Il nostro Ministero è malato, non risulta adeguato ai suoi compiti e alle nostre aspettative.
Volendo usare la metafora della fiaba delle tre melarance, è evidente che non siamo ancora stati capaci di far sgusciare dalla buccia la meravigliosa fanciulla che contengono: è una fanciulla bellissima, il suo nome è Italia, è il nostro patrimonio artistico e il nostro paesaggio.

[I] Allora proviamo a semplificare e sbucciamo la prima melarancia.
Quasi sempre il sistema più efficace per risolvere casi complicati non è tentare di aggiustarli bensì fare tabula rasa, ripartire ex novo. Dai principi basilari, fondativi.
 Quali? In una società non dirigistica, il Ministero dei Beni culturali deve avere due funzioni essenziali: controllo e indirizzo. Più due funzioni derivate: gestire le calamità, gli stati di emergenza, ed esercitare l’iniziativa legislativa in tutti i casi necessari.
Anziché tentare di «curare» il nostro Ministero, dovremmo probabilmente adattarlo alla realtà attuale. E alle nuove esigenze. Come?
A mio avviso, tutte le altre funzioni esecutive: i musei, i restauri, le mostre, i siti archeologici e naturalistici, i paesaggi protetti, la promozione turistica, l’istruzione e la divulgazione culturale eccetera dovrebbero essere attività autonome.  Separate dal Ministero. Equivalenti a singole, specifiche aziende specializzate (alcune già lo sono). Talvolta, quando occorre, associate. Con propri bilanci, con una propria governance, con propri consigli di amministrazione composti possibilmente da personalità rilevanti per cultura o professione, scelti dal Ministero, dalle amministrazioni locali, dalle principali istituzioni culturali territoriali, dalle Fondazioni.
Ma scelti anche dalle aziende private che abbiano dimostrato di essere più aperte ad una collaborazione fattiva in favore del patrimonio artistico e delle attività culturali e artistiche nei luoghi in cui operano.
Questa autonomia alleggerisce il carico eccessivo di un Ministero ormai obsoleto, sotto organico, antiquato. E troppo vecchio.
Ma questa netta distinzione tra chi agisce e chi controlla e indirizza trascina anche vantaggi eccitanti. Li enumero solo in parte.
In primo luogo, viene eliminata l’attuale inaccettabile anomalia del controllore che controlla se stesso.
Secondo. Finalmente chiariamo le responsabilità dirette.
Terzo. Si premia la meritocrazia attraverso l’evidenza dei risultati: qualitativi, come si addice all’arte e alla cultura, anziché solo numerici.
Quarto. Incoraggiamo e riconosciamo il valore individuale e la capacità professionale di chi agisce.
Quinto. Viene accettata e parificata la partecipazione privata, ma non più ancella sottomessa erogatrice di favori chissà per quale dovere o vantaggio, bensì membri attivi, paritetici, associati a pieno titolo, sia pure a termine, come il privato può e deve essere.
Sesto. Vengono accelerati i tempi esecutivi, semplificate le procedure decisionali, sbaragliata la mostruosa barriera burocratica centralistica.
Vengono esaltati il talento, lo spirito di iniziativa, il lavoro dei dirigenti delle singole istituzioni e attività e dei consigli di amministrazione che li sostengono: essi trovano la possibilità di dare il meglio di se stessi.

Sono forse queste le condizioni in cui oggi operiamo?
Queste sono invece le condizioni che rendono possibile il successo delle migliori aziende perché valorizzano le capacità e le ambizioni delle persone che per esse operano. Non dobbiamo privatizzare quelle attività, bensì adottare i metodi delle aziende private per ottimizzare la loro capacità operativa.

Come non temere, come escludere le possibili e talora irrimediabili degenerazioni che si possono verificare in seguito ad avventate deleghe periferiche? Ma dovremmo forse per questo rinunciare alle meravigliose riserve di energia e di apporti di migliaia e migliaia di persone validissime in ogni parte d’Italia? Come possiamo dimenticare che l’Italia è il Paese delle cento città? Forse il centro non sbaglia mai? Che voto ci sentiamo di dare a questi sessanta e più anni di politiche centralizzate?
Ma attenzione, non dobbiamo temere. Qui infatti avremo eretto un vero baluardo: il Ministero non solo stabilisce l’indirizzo (e per indirizzo non intendo nulla di ideologico, bensì la semplice indicazione delle cose da fare, delle priorità), ma deve esercitare non il potere bensì il dovere del controllo.
Il controllo del progetto, il controllo dell’esecuzione, il controllo del risultato.
Grazie alla chiarificazione e semplificazione di questi suoi compiti, la struttura ministeriale dovrebbe rallegrarsi perché finalmente potrà esplicare il proprio talento, avendo ritrovato il tempo e i mezzi per farlo.
[I bis]
Voglio ricordare l’accenno iniziale a una ineludibile funzione diretta che il Ministero deve assumere: il Ministero deve predisporre una propria attrezzata Agenzia composta di pochi uomini pronti e preparati ad essere attivati nei casi di calamità e di emergenza, soprattutto per cause geologiche o sismiche, che purtroppo affliggono gravemente il nostro Paese.
Questa stessa Agenzia superspecializzata deve inoltre divenire la base propositiva degli interventi legislativi necessari per attenuare e via via eliminare il nostro inaccettabile stato di supina sottomissione, fragilità fisiche che sono tutt’altro che ineluttabili, ma invece prevedibili e arginabili.
A questo punto dobbiamo parlare di finanziamenti.
Dalla netta
 separazione e chiarificazione dei compiti e delle responsabilità sembra evidente anche quale sia il metodo 
da adottare e quali siano i benefici che ne 
derivano.
C’è una piattaforma alla base di tutto: l’impegno del governo del Paese attraverso il suo Ministero di assicurare a ciascuna entità (museo ecc.) la soglia basilare di mantenimento della capacità operativa al livello minimo di dignità e decenza. Lo stesso dovere minimo incombe anche sulle altre proprietà pubbliche o private, locali anziché centrali. Arriverei a dire, pena 
l’esproprio. O almeno il commissariamento.

Ma oltre a questa base diciamo «di sopravvivenza», non possiamo non riconoscere dall’evidenza dei risultati che il sistema britannico si è dimostrato finora il più equo, pragmatico ed efficace.
 Come ragionano gli inglesi? «Tu sei il responsabile di ciò che ti ho affidato. Io ti assicuro il minimo indispensabile, ma per qualsiasi bisogno in più, per qualsiasi miglioramento, iniziativa, arricchimento o sviluppo, avrai bisogno di soldi. Bene. Cercali e trovali. Se ti mancherà una parte, la metterò io».
Riflettiamoci. Non è soltanto una questione di risorse. O di fundraising (per quanto il V&A vi impieghi trenta persone, e i risultati arrivano). È invece un rovesciamento copernicano, culturale, della natura stessa e della qualità del rapporto: «Io sono il proprietario dei beni per cui lavori, cui dedichi la tua vita e il tuo talento. Io ti incoraggerò e ti sarò vicino, io integrerò i mezzi che ti occorrono nelle misura in cui sarai stato capace di procurarteli sulla base del business plan che tu stesso mi hai presentato e che io ho accettato».
Qui, cari amici, siamo arrivati al dunque, al nucleo del nostro incontro odierno. Il finanziamento, le risorse.
A me pare che i principi, anzi le regole pratiche, sempre nella volontà di semplificare, non possano che essere due. E questa è la seconda melarancia che dobbiamo sbucciare.
[II]
Tutte le risorse, dai biglietti ai doni, devono confluire direttamente, integralmente ed esclusivamente nelle casse e nella gestione dell’ente che le ha generate, senza nessun inutile passaggio da tesorerie esterne delle quali non si capisce quali funzioni possano avere se non quella di ritardarne la disponibilità quando non di fagocitare, chissà perché, buona parte se non tutto ciò che non hanno generato, che non le riguarda né di cui hanno la minima competenza.

[III]
Passiamo alla terza melarancia.
Stiamo parlando di finanziamenti che toccherebbero al proprietario (quali erano il regnante assoluto o il Pontefice quando la maggior parte di questi beni furono da loro commissionati e creati). Ebbene, se altri, privati e non comproprietari, vi provvedono in vece dello Stato, come minimo le tassazioni percepite devono essere totalmente riversate 
in favore dello scopo mecenatesco perché tali erogazioni costituiscono un surrogato sostitutivo dell’impegno che sarebbe spettato al
 proprietario.

In Gran Bretagna questo corrisponde all’incirca al 28% sull’importo destinato alla donazione dal soggetto fiscale entro il limite, se ricordo bene, del 10% del suo imponibile. Insomma, oltre la donazione, il museo o il restauro percepiscono un 28% circa in più proprio dallo Stato.
Ed è qui che il nostro Ministero deve dimostrare (anche ai sospettosi colleghi delle Finanze, senza subirne la prevalenza) la capacità di saper esercitare la proprie funzioni, prima suggerendo (senza imporlo) l’indirizzo: quello di cui c’è bisogno, quello che c’è da fare, le priorità raccomandate. Quindi praticando i tre necessari livelli di controllo «qualitativo» oltre che quantitativo (congruità dei costi eccetera).

È ovvio infatti che lo Stato non debba rinunciare ai suoi introiti fiscali per finanziare attività la cui qualità non sia rilevante, non sia urgente e non sia necessaria. Io non sarei affatto contento se venissero sovvenzionate con le mie tasse velleità propagandistiche di mediocri artisti, di aziende commerciali, di demiurghi politici e di vanitosi curatori. Ma questo è il compito di comitati di specialisti scelti e coordinati dal Ministero.
Per il reperimento dei fondi, ancora una volta un modello collaudato è quello inglese. La Lottery Fund è il
 
principale sostentamento di arte e cultura nel Regno Unito.

Il gioco d’azzardo è un cancro devastante della società che deve essere estirpato con ogni mezzo, ma fino alla sua estinzione una percentuale fissa sulla cospicua fiscalità che il gioco produce (tasse, multe, espropri eccetera) dovrebbe costituire anche in Italia la principale fonte delle risorse pubbliche, assicurare la dotazione fissa e sicura da destinare stabilmente* alle necessità del patrimonio artistico e alle attività culturali meritevoli. Anche e specialmente se private.

Non si capisce perché misure già collaudate in Paesi evoluti non riescano ancora a far parte delle semplici ed elementari norme che dovrebbero regolare anche il nostro arretrato, inutilmente complicato e inadeguato sistema di governo di queste cose.

Sappiamo che ciò è dovuto all’insipienza e all’ignavia di governi e ministri che per ignoranza non hanno capito quali fossero gli interessi reali e primari del Paese. È vero. Ammettiamolo: probabilmente siamo un bel Paese, ma di ignoranti. E i nostri governanti sono come noi.

Chissà mai se questa dannata maledizione un giorno finirà. Nella fiaba alla fine il Principe realizza il sogno di sposare la bellissima fanciulla nascosta nelle tre melarance, sconfiggendo i sortilegi della saracena nera. La saracena nera! La citazione è politicamente molto scorretta. Allora diciamolo che nel nostro caso la nefanda saracena nera è la burocrazia ministeriale. Ma diciamo anche che le prime vittime sono proprio i migliori dei suoi stessi componenti. Coraggio. Cambiamo. Ricominciamo da tre. Buona giornata.

*
Le erogazioni del Lotto in Italia sono passate da 106 milioni nel 2007 a 29 milioni nel 2013. Non è verosimile che sia diminuito tanto il fatturato del lotto, altri vi abbiano attinto.
Ecco perché almeno la percentuale dev’essere stabilizzata.

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di Umberto Allemandi, edizione online, 26 maggio 2014


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