Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Notizie


Abusi edilizi nei luoghi protetti dall'Unesco, dirigenti della Soprintendenza sospesi, funzionari trasferiti: il caso Siracusa

Salvatore Giglione

Siracusa. La Procura della Repubblica di Siracusa ha aperto un’inchiesta sul progetto che prevede la realizzazione di 71 villette, un centro commerciale e un centro turistico-ricettivo in un’area che non solo è sottoposta a vincolo, ma che possiede valori archeologici e paesaggistici unici, valsi il riconoscimento nella Lista del Patrimonio Unesco. Contro ogni evidenza, un fortilizio espugnabile, a quanto pare. In un territorio ampiamente già segnato da aggressioni, non solo ai beni, tra istituzione di riserve naturalistiche ostacolate, cementificazione della costa e di aree urbane dallo straordinario valore storico, ma anche alle persone, con dirigenti della Soprintendenza illegittimamente sospesi e altri dipendenti regionali «non allineati» spediti in uffici secondari. Ma per l’ex assessore regionale ai Beni culturali Antonio Purpura (in queste ore in cui è stato ufficializzato il Crocetta quater, quarto rimpasto di Governo in tre anni, è stato sostituito da Carlo Vermiglio, messinese, in quota Ncd, vicepresidente del Consiglio nazionale forense) non esiste un «caso» Siracusa.

Nel maggio scorso, quando già era evidente il rischio concreto che l’Amministrazione potesse perdere la causa di risarcimento milionario intentata dalla società che doveva costruire le villette, e gli chiedevamo se considerasse l’emergenza della città una priorità nello scenario regionale, ci rispondeva così: che Siracusa è sì, per «la sua storia, uno dei territori “sensibili” dal punto di vista dei beni culturali», ma né più né meno che nel resto della Sicilia.
L’ex assessore, infatti, non faceva che appellarsi a categorie astratte nel rievocare che la dialettica che contrappone la conservazione del patrimonio ai tentativi di aggressione allo stesso si attua tra quella parte della comunità che «consapevole della sua straordinaria importanza fa scaturire politiche di valorizzazione “smart”, capaci di suscitare e sostenere lo sviluppo locale ma al tempo stesso attente alla tutela ed alla conservazione, e quindi al rispetto dell’obbligo di trasferire alle generazioni future il patrimonio oggi esistente» e quell’altra parte della stessa comunità che, al contrario, «ritiene che quel territorio e quel patrimonio possano essere oggetto di interventi che da subito ne “monetizzino” il valore». «È evidente che in un simile contesto, peraltro, non esclusivo di Siracusa, concludeva il suo sillogismo Purpura, il “nodo” è destinato a rimanere sempre potenzialmente attivo e a riformarsi anche quando questo viene puntualmente sciolto. È necessario, dunque, vigilare ed al tempo stesso far crescere la sensibilità di tutta la comunità verso una prospettiva di valorizzazione che si proietti nel periodo lungo (teoricamente infinito) e non nella ricerca del guadagno immediato e ad ogni costo».
Appurato che la soglia di vigilanza e di denuncia della collettività siracusana è molto alta, basta ricordare il recente caso di sostegno di ambientalisti, associazioni culturali, mondo accademico e della stampa, che ha trovato sponda anche a livello nazionale, alla soprintendente Beatrice Basile, sospesa dall’incarico illegittimamente, come ha poi stabilito una sentenza del giudice del Lavoro e quindi reintegrata (intanto, però, erano passati lunghi mesi durante i quali l’azione di tutela è stata se non paralizzata, significativamente rallentata, in un momento cruciale per l’Istituto di piazza Duomo), resta, invece, da capire come si sia attuata proprio l’azione di vigilanza da parte dell’Assessorato. Perché, più grave della speculazione perpetrata dagli interessi privatistici, potrebbe rivelarsi proprio la latitanza, peggio, quella che sembra profilarsi come un’azione d’intimidazione operata dalla stessa Amministrazione contro i suoi dirigenti, rei solo di volere tutelare il territorio. E, invece, un «caso Siracusa» c’è.

a) il reintegro di un altro dirigente della Soprintendenza, stabilito dalla magistratura contraddice, di nuovo, dopo la vicenda Basile, l’azione del Dipartimento Beni culturali. Illegittima la sospensione della soprintendente Basile, illegittima pure la rimozione dall’incarico di Alessandra Trigilia, dirigente responsabile, presso la stessa Soprintendenza, di un’unità operativa «delicata» sul piano della tutela, quella dei Beni Paesaggistici: due sentenze, a meno di un anno l’una dall’altra, contraddicono le disposizioni del Dipartimento. Era il 29 dicembre 2014 quando il Tribunale del Lavoro di Siracusa aveva stabilito l’illegittimità del provvedimento a carico della Basile, sospesa il 3 settembre precedente per un presunta agevolazione nell’autorizzazione per la piscina prefabbricata dell’ex assessore regionale ai Beni culturali Mariarita Sgarlata (cfr. n. 349, gen. ’15, p. 1). A seguito di quel pronunciamento l’archeologa fu, quindi, reintegrata il 14 gennaio 2015 (n. 350, feb. ’15, p. 10). A breve sopravveniva anche l’archiviazione, disposta dalla Procura della Repubblica, delle presunte irregolarità per la vicenda della piscina, che aveva visto coinvolta pure la Trigilia. Lo scenario si ripete anche per quest’ultima dirigente, col Tribunale del Lavoro che stabilisce il reintegro, contro «una misura sostanzialmente punitiva, si legge nella sentenza del primo ottobre scorso, addotta in violazione delle garanzie procedimentali oltre che delle disposizioni che disciplinano la rotazione». La rotazione, ossia destinazione ad altro ufficio, era stata, infatti, attuata prima della scadenza dell’incarico (31 dicembre 2016), senza che sussistessero quei «casi di avvio di procedimenti penali o disciplinari per condotte di natura corruttiva» (art. 16, comma 1, lett. l quater del D.L.gs n. 165 del 2001), come disposto dal Piano regionale triennale per la prevenzione della corruzione (2013-2016). Dietro quest’altro tentativo di allontanamento c’era di nuovo l’allora Dirigente generale (Dg) che aveva sospeso la Basile, Salvatore Giglione. Nella sentenza il giudice aveva rilevato anche come «la vicenda è tale da ledere l’immagine, non solo strettamente professionale della dott.ssa Trigilia, considerato che lo stesso Dg ha pubblicamente dichiarato alla stampa lo stretto collegamento della disposta rimozione dall’incarico dirigenziale a presunte “irregolarità amministrative”». Ma non era ancora abbastanza per Giglione. Aveva anche avviato una contestazione disciplinare a carico della stessa dirigente, con la richiesta di pesanti sanzioni «per gravi responsabilità amministrative». Di nuovo una mossa arbitraria: il competente assessorato della Funzione Pubblica dispose l’archiviazione del procedimento disciplinare, perché «avviato in maniera illegittima e intempestiva».

Ma perché questa dirigente infastidiva tanto? Probabilmente perché a lei si deve la firma del Piano paesaggistico (Pp) nel 2012, uno dei primi adottati in Sicilia. Uno strumento sgradito a tanti, di cui, peraltro, la «mozione di Paestum» del 29 ottobre auspica la rapida adozione proprio nelle regioni del Sud: non piace agli amministratori locali, che si vedono sovrastatati dalla Regione, non piace ai privati che ne subiscono immediatamente le prescrizioni e i dinieghi. Tra questi ultimi, in particolare, i costruttori edili, che si sono visti sottrarre gran parte del territorio di pregio, perché ancora integro, ovvero il litorale costiero compreso dai 150 ai 300 metri dal mare, così come è stato sottratto agli usi edilizi la gran parte del territorio limitrofo alle zone archeologiche, e ancora le zone agricole di pregio, che assumono valore di testimonianza, e i centri storici riconosciuti come palinsesto di civiltà millenarie. È ovvio che per un area territoriale definita di elevato pregio paesaggistico per il complesso di beni e valori ambientali e culturali presenti, non potevano che prevedersi prescrizioni d’uso conservativo, interventi compatibili con la salvaguardia degli elementi essenziali del paesaggio vincolato. La Trigilia, in breve, aveva licenziato uno strumento indigesto alle lobby che da sempre si aggregano in occasione della redazione dei piani regolatori comunali.

b) La mission del superdirigente della Regione Salvatore Giglione: dalla illegittima sospensione della Soprintendente Basile all’annullamento della «Variante della Bellezza». Ma chi è questo dirigente che ha eletto Siracusa suo speciale territorio d’azione, e che aveva commentato la sentenza del giudice in favore della Basile con queste parole: «la partita non è chiusa, le irregolarità (definendole, dunque, ancora tali anche dopo il pronunciamento di un magistrato, Ndr) relative alla famosa piscina sono il minus. Siracusa è un caso su cui mi voglio soffermare»?
Giglione è uno dei fedelissimi di Rosario Crocetta, il presidente della Regione che prometteva una «rivoluzione» e, invece, si ritrova indagato per delle assunzioni illegittime in una partecipata, il suo medico personale in carcere, il manager della Sanità più vicino indagato, oltre a qualche altro fedelissimo raggiunto da una condanna contabile. Mentre possono cambiare 40 assessori in 30 mesi, e quello alla Sanità, Lucia Borsellino, rassegnare le dimissioni per ragioni «etiche e morali», Giglione non si tocca, anche se su di lui è gravata fino all’altro ieri la presunta illegittimità dell’incarico, in quanto ricopriva anche quello di presidente del Comitato di Gestione della Spi, Sicilia Patrimonio Immobiliare, società partecipata al 75 per cento dalla Regione siciliana (cfr. n. cit.). Su questo doppio incarico apicale, dal quale si è dimesso solo di recente, l’Autorità nazionale Anticorruzione aveva aperto un’istruttoria. Non deve stupire, quindi, che invece che oggetto, per esempio, di un procedimento disciplinare come quello subito da Basile o Trigilia, o «reso inoffensivo», come era toccato ad entrambe, confinandolo in un ufficio scarsamente significativo, sia stato, invece, trasferito dai Beni culturali all’ArTA, Assessorato regionale Territorio e Ambiente, in qualità di dg del Dipartimento urbanistica: non un allontanamento del dirigente doppiamente sconfessato dalla magistratura, ma piuttosto una promozione, che meglio gli ha consentito di proseguire su una linea che si fatica davvero a riconoscere nell’interesse pubblico. O altrimenti, in aggiunta alla sua azione nei confronti della Soprintendenza, quali effetti produrrebbe l’annullamento della «Variante della Bellezza», ovvero la variante (2011) per la tutela delle coste al discusso Piano regolatore (2007) che ha consentito scempi edilizi urbani, se non quello di ostacolare l’istituzione della Riserva della Pillirina? Nell’area si allunga, infatti, l’ombra di un resort di lusso per la cui mancata realizzazione incombe sulla Regione un’altra richiesta risarcitoria milionaria. Ma anche, facendo un passo indietro: che fine ha fatto quella prioritaria necessità di «redigere e adottare criteri generali condivisi e trasparenti» per regolamentare la rotazione dei dirigenti dei Beni culturali che l’ex assessore Purpura aveva caldeggiato, quando il nostro dirigente aveva tentato arbitrariamente gli allontanamenti dalla Soprintendenza di cui si è detto e a cui vanno aggiunti i nomi di Rosa Lanteri e Aldo Spataro, a capo di altri settori «caldi» sotto il profilo della tutela, l’Archeologico e l’Architettonico? Salvo doverli riconfermare, perché si trattava di nuovo di un provvedimento infondato.
Insomma, una volta andato via Giglione, non c’è stata più nessuna priorità per l’ex assessore, che, però, nel gennaio scorso un «caso Siracusa», invece, lo riconosceva: «la città, ci diceva, è un nervo scoperto, che intendo riportare quanto prima nei canali della normalità». Sappiamo, invece, che per ristabilire questa «normalità» c’è voluta la magistratura.

c) In Sicilia le sentenze le emettono non solo i togati, ma anche i laici, diretta emanazione della politica: la causa risarcitoria per la mancata cementificazione in un’area archeologica di rilevante unicità, dove Piano Paesaggistico, vincoli, riconoscimento Unesco non sono uno scudo sufficiente.
415 a.C.: la città è sotto assedio Ateniese, è una disfatta. Lo stratega di Siracusa Ermocrate sottovaluta il nemico: «Nicia, usi ogni stratagemma per non combattere, come se non fosse per combattere che hai navigato fin qui!» (Plutarco, Vite parallele, Nicia, XVI, 6). Duemila e quattrocentotrenta anni dopo, questo territorio è di nuovo sotto assedio, mentre l’ex assessore sembra sottovalutare il rischio.
I nuovi nemici sono agguerriti imprenditori edili, come i Frontino (AM Goup) che vorrebbero tirar su 71 vilette sotto le Mura Dionigiane, o lo svizzero Emanuele Di Grésy, di origini piemontesi (cugino del marchese delle Tenute Cisa Asinari), amministratore di Elemata srl, che voleva costruire un hotel di lusso della catena Four Seasons in una delle coste più belle della Sicilia orientale, a sud di Siracusa, e che ha chiesto un risarcimento a molti zeri (cfr. n. 350, feb. ’15, p. 10), perché dopo un lungo e contrastato iter, nel luglio scorso l’area è stata inserita nel «Piano regionale dei parchi e delle riserve naturali» (di cui all’art. 5 della L.r. 98/81), come Riserva Naturale Orientata «Capo Murro di Porco e Penisola della Maddalena» (alias Riserva della Pillirina). Di fatto, però, la riserva non è ancora formalmente decretata, regolamentata (con prescrizioni e divieti) e affidata a un ente gestore. E ancora, nuove lottizzazioni e altri villaggi turistici sono previsti lungo la costa sud tra Siracusa e Cassibile, già devastata in passato da una selvaggia cementificazione. La situazione è delicata, perché gli strumenti di tutela del territorio sono ancora «deboli». A cominciare dal Parco Archeologico della Neapolis. Anche se ne è stata individuata l’area (decreto del 3 aprile 2014), «con le sue zonizzazioni e con la delimitazione che lo separa dal resto del territorio sottoponendolo ad una disciplina d'uso specifica e riconoscendone una valenza d’uso specifica», ci aveva precisato la Basile, non è di fatto «né vigente né esistente». A stabilirlo è quella stessa ordinanza del Tar che pure ha respinto la richiesta di sospensione del decreto che individua l’area del parco, avanzata da una società ricorrente che voleva costruire un edificio nella Balza Acradina. I giudici spiegano, infatti, come il decreto che individua il perimetro del parco archeologico «rinvia a un successivo decreto per la sua costituzione» e questo «induce a escludere la diretta e immediata lesività del provvedimento per gli interessi della società ricorrente».

Né sembra offrire sufficienti garanzie l’altro strumento a tutela del territorio: il Piano Paesaggistico, adottato, gerarchicamente superiore al Piano regolatore generale (Prg), ma non ancora approvato e per questo suscettibile di ritocchini ad hoc: per esempio, un livello di tutela che per certe aree «delicate», da 3 potrebbe scendere a 2 o a 1. Nel frattempo, però, proseguono le richieste di risarcimento danni nei confronti della Soprintendenza da parte dei privati che si sono visti negare progetti edilizi in zone di particolare pregio paesaggistico, ma che, invece, nel Prg venivano destinate ad espansione urbanistica a forte carico edilizio. Ricordiamone ancora una delle più eclatanti: la richiesta milionaria avanzata dalla società Spero contro l’Istituto di piazza Duomo, che individua la responsabilità del parere contrario nei confronti dei tre dirigenti presenti alla Conferenza di servizio per la costruzione di un porto turistico con isola artificiale all’interno dell’unico porto naturale vincolato per il suo valore storico e come bellezza naturale. Ma chi sono questi dirigenti che bloccano il progetto? nomi ormai familiari, ancora loro: Trigilia, Lanteri e Spataro, gli «osservati speciali» di Giglione. È una guerra ad armi impari. «Se i numerosi ricorsi, osservava ancora la Basile, dal giugno scorso in pensione, sono difesi in modo sciatto o peggio ancora non sono difesi nei tempi prescritti (che è il rischio maggiore quando siano affidati a dirigenti, per così dire, addomesticati), il pericolo è che la tutela che esso prevede possa essere vanificata qualora l’Amministrazione risulti soccombente al Tar». E sottolineava: «l’aver vinto tutti i ricorsi ci è costato fatica, ore di lavoro notturno, consultazioni e massima tempestività» (cfr. http://ilgiornaledellarte.com/articoli/2014/11/122167.html).

Un impegno «straordinario», dunque, a cui adesso la Soprintendenza è di nuovo chiamata per difendersi in una complessa vicenda giudiziaria che potrebbe costare alla Regione 240 milioni di euro, e su cui, abbiamo detto in apertura, la Procura ha avviato un’indagine. La richiesta di risarcimento è stata avanzata dalla ditta AM Group, già proprietaria della ex Fiera del Sud oggi centro commerciale in via di definizione, alla quale l’allora soprintendente Concetta Ciurcina, insieme alle solite Lanteri e Trigilia, aveva negato la costruzione di 71 villette e due centri commerciali e turistico ricettivi sull’altopiano dell’Epipoli, immediatamente sottostante le Mura Dionigiane, perché sull’area il Piano paesaggistico del 2012 impone un livello massimo di tutela, cioè l’inedificabilità assoluta. In particolare, nel rispetto del monumento archeologico, il Pp prevede, nel suo immediato intorno, usi «sostenibili per il paesaggio», propri di attività in cui siano predominanti le piante anziché i volumi edilizi.
Il sito, in ogni caso, dal 1959 è interessato da un vincolo archeologico che ammette la sola destinazione agricola, mentre dal 1989 è sottoposto a vincolo come area di interesse archeologico (art.1 lettera m della legge Galasso), e, ancora, dall’aprile del 1999, risulta compreso all’interno della perimetrazione del vincolo paesaggistico imposto dalla Commissione provinciale Bellezze Naturali denominato «Mura Dionigiane», a tutela del patrimonio del paesaggio archeologico della città.
Senonché, il famigerato Piano regolatore, approvato nel 2007 con il consenso anche dell’allora soprintendente Mariella Muti, non ha recepito tali vincoli, prevedendo la possibilità di edificare con enormi indici di cubatura. Il problema viene fuori durante le sedute di concertazione (23 febbraio 2011) con il Comune di Siracusa per l’approvazione del Pp, quando si rileva che la Soprintendenza ha giustamente imposto un livello di tutela 3 (inedificabilità secondo le prescrizioni del vincolo) sull’area in cui, invece, il Comune ha previsto l’edificabilità. I vincoli vengono, in quell’occasione, consegnati nella mani del dirigente del Settore pianificazione ed Edilizia privata del Comune (sindaco Visentin) di Siracusa, Mauro Calafiore, responsabile pro tempore dell’ufficio Urbanistica, già indagato, peraltro, per corruzione e favoreggiamento della prostituzione. Quello che avviene quando viene fissata la successiva seduta del 1° marzo 2011 è tutto da accertare. Si credeva, infatti che Calafiore non avesse potuto parteciparvi per improvvisi e inderogabili impegni a Palermo, salvo scoprire dopo, che quello stesso pomeriggio si trovava presso lo studio del notaio Mauro Coltraro ad Augusta a firmare le convenzioni con la AM Group. Forse andava di fretta il rappresentante del Comune perché di lì a poco sarebbe stato adottato il Piano paesaggistico che ha imposto nell’area interessata il vincolo massimo di tutela? E in Soprintendenza qualcuno si è assunto l’onere di andare a rappresentare queste anomalie alla Procura della Repubblica? Sta di fatto che, in forza di questa duplice «amnesia» il Comune ha potuto stipulare due convenzioni col privato, che ora pretende di essere risarcito per le mancate edificazioni. La richiesta è stata presentata al Consiglio di Giustizia Amministrativo (Cga) di Palermo (che nella Regione autonoma svolge le funzioni del Consiglio di Stato), dopo aver visto respinto il ricorso in primo grado dal Tar di Catania, il quale ha sposato integralmente la difesa della Soprintendenza. Quest’ultima ha potuto contare sull’intervento ad opponendum di Legambiente, che il 30 settembre scorso ha depositato una memoria difensiva in risposta e critica alla quantificazione del risarcimento pari a 240 milioni (niente male per terreni agricoli!) a favore del ricorrente redatta dal consulente-ingegnere individuato dal Cga. Sì, perché per accertare la possibile risoluzione delle convenzioni e gli eventuali danni economici si è ritenuto che non potesse esserci perito migliore, per questioni di squisita attinenza paesaggistico-archeologica, di un ingegnere aerospaziale! E proprio la difesa ad adiuvandum della Pubblica Amministrazione prestata dagli avvocati di Legambiente, «sembra essere l’unica preoccupazione di AM Group», osserva Corrado Giuliano, a capo degli avvocati del pool. Una presenza, invece, fondamentale, tenuto conto della «grande debolezza interna dell’Amministrazione regionale anche a istruire i contenziosi siracusani e a reperire atti utile alla difesa, soprattutto se si pensa che l’Avvocato dello Stato (che in casi come questo l’Assessorato chiama in causa proprio per la carenza difensiva interna, Ndr) è sommerso da circa 3.000 contenziosi». L’avvocato denuncia anche la latitanza della politica: «A nulla è valso l’appello al presidente Rosario Crocetta ea all’assessore Purpura di apprestare più attente e responsabili difese».
E che dire poi del Cga? tra i componenti del massimo organo di giustizia amministrativa siciliana, vale la pena infatti ricordare che, insieme ai magistrati del Consiglio di Stato, siedono pure componenti laici dalla forte connotazione politica, designati dalla giunta di Crocetta, come il deputato regionale Titti Buffardeci, a cui la Procura della Corte dei conti ha contestato un presunto danno erariale per le «spese pazze» a Palazzo dei Normanni, e l’avvocato Elisa Nuara, vicesindaco quando Crocetta era primo cittadino di Gela. È questo lo scenario in cui si va all’udienza fissata per il prossimo 16 dicembre.

d) Il dirigente scomodo: il caso dell’avvocato Salvo Salerno. Ben consapevole dell’insufficienza delle risorse umane assegnate alla difesa della Soprintendenza, fino all’ultimo, la soprintendente Basile, ormai prossima al pensionamento, aveva dato fondo a un estremo tentativo di tutela dell’Amministrazione. Resta da chiedersi perché non sia stato dato seguito alla sua richiesta di trasferimento tempestivo in forza all’Istituto di un avvocato, Salvo Salerno, a costo zero perché dipendente della Regione, della quale è consigliere dell’Ufficio Legislativo e Legale, già responsabile dell’area affari legali della soppressa Azienda regionale foreste demaniali. Fatto sta che, in barba al suo curriculum, l’avvocato, prima lasciato senza contratto, in una Regione che elargisce con disinvoltura doppi e tripli incarichi, si trova dal 2015 parcheggiato all’assessorato al Turismo. Il punto è che Salerno è un altro di quei personaggi scomodi a Siracusa: è noto per le numerose tesi versate nelle memorie di opposizione ai tanti ricorsi (tutti vinti) contro il Piano Paesaggistico e da ultimo per avere dimostrato l’illegittimità dell’annullamento della «Variante della Bellezza». Pretestuose, secondo l’avvocato, sarebbero le ragioni addotte per impedire questo trasferimento. Forse che davvero l’ex Assessore Purprura, come Ermocrate, sottovaluta il pericolo? sicuramente non ha ritenuto una priorità la richiesta della Basile: «per quanto riguarda il tema delle competenze legali presso la Soprintendenza di Siracusa, ci rispondeva quando gli chiedevamo delucidazioni sul perché si temporeggiasse, mi preme sottolineare il fatto che il tema è comune a tutte le strutture periferiche ed investe anche il livello centrale del Dipartimento. Ad esso stiamo provando a dare soluzione con una scelta che pone attenzione prioritaria ai fabbisogni della struttura centrale». I colpi di scena non sono ancora finiti. Non hanno fatto i conti, infatti, con la circostanza per cui quest’avvocato, al di là delle formulazioni giuridiche, è davvero convinto che il paesaggio sia da difendere come «fondamento dell’identità», tema portante del Codice (art. 10, d, e art. 131,entrambi rafforzati da successivi d. lgs) e della Convenzione Europea del 2000 (art. 5 a). «Nei Beni Culturali siciliani, ebbe a dichiarare Salerno, è calata una barbara occupazione e spoliazione di stampo politico, con gli Uffici regionali ridotti a feudi di conquista in base alla spartizione delle aree di influenza di partiti e fazioni politiche, con quel che ne segue in termini di aggressione affaristico-clientelare al Patrimonio culturale pubblico. (…) Ne sono tanto convinto che, come penso sia riconosciuto, ho dato e continuo a dare il mio contributo per organizzare un’azione di contrasto a quell’aggressione».
Cosa s’inventa, dunque, l’avvocato per aggirare le cortine che vorrebbero renderlo «inoffensivo»? trova il grimaldello, non per sé, ma per quei beni che vuole difendere riconoscendoli come emblema della «memoria» collettiva, e consegna la «memoria» difensiva che avrebbe voluto approntare dall’interno della Soprintendenza a una pubblicazione scientifica, che gli avvocati di Legambiente faranno pervenire nell’udienza del prossimo 16 dicembre, consultabile a questo link: http://www.eddyburg.it/2015/10/dello-straordinario-caso.html. Dove dimostra «attraverso la ricostruzione analitica dei vincoli e dei vari passaggi urbanistici della vicenda, la nullità radicale, piuttosto che la possibile risoluzione, delle convenzioni urbanistiche da cui i privati derivano oggi le loro pretese». Di questa nullità, in verità, ne aveva già da due anni fatta pubblica denuncia, rimasta tuttavia non presa in considerazione. Si pone anche alcune domande, l’avvocato, come quella sul poco ortodosso operato del notaio Coltraro, deputato all’Ars sotto le insegne di Sicilia democratica (nel frattempo indagato dalla Procura e sospeso dalla professione per dieci mesi per una vicenda di terreni estorti per avere contributi) nel rogito delle due convenzioni urbanistiche, per le quali si era affrettato nel suo studio quel rappresentante del Comune. O ancora, tra le varie obiezioni smontate assume particolare rilievo quella in cui Salerno prova, come da art. 157 del Codice dei Beni Culturali, che, ancora prima dell’adozione del Piano paesaggistico, la Proposta di vincolo del 1999 possedeva già «gli stessi effetti di salvaguardia, vincolanti e conformativi, che oggi sono attribuiti al Pp».
Qualcuno, però, non deve essersene accorto in Soprintendenza: «Sorprendente appare, dunque, scrive ancora il dirigente, l’indifferenza o disattenzione mostrata dal Soprintendente pro tempore deliberante (…)». Ed è anche su questa disattenzione che il privato fa oggi leva per avvalorare la sua richiesta risarcitoria, sostenendo che la lacuna normativa, «tra la pubblicazione della suddetta Proposta del 1999 e la pubblicazione del Piano Paesaggistico del 2012, quasi 13 anni», ha consentito al Piano regolatore di prevedere l’edificabilità delle aree in questione. Questo il quadro con cui dovrà confrontarsi il nuovo inquilino dei Beni culturali Vermiglio. Sosterrà ancora l’inesistenza di un «caso Siracusa»?

Articoli correlati:
Vendette sicule

Il nodo Siracusa

di Silvia Mazza, edizione online, 3 novembre 2015


  • Altopiano dell'Epipoli
  • L'assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia Antonino Purpura

Ricerca


GDA febbraio 2017

Vernissage febbraio 2017

Vernissage gennaio 2017

Vedere a ...
Vedere a Bologna gennaio/febbraio 2017


Società Editrice Umberto Allemandi & C. spa - Piazza Emanuele Filiberto, 13/15, 10122 Torino - 011.819.9111 - p.iva 04272580012