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Aria fredda e secca a Brera, quaranta opere «velinate»

Il direttore Bradburne: «Siamo intervenuti tempestivamente grazie al nostro laboratorio di restauro interno». Il Mibact apre però un'inchiesta

Il Cristo alla colonna di Donato Bramante è tra le opere finite in «infermeria» a Brera

Milano. Il «Cristo alla colonna» di Bramante, una delle opere più celebri della Pinacoteca di Brera, e le tre tavole delle «Storie della vita di San Girolamo» del veneziano Lazzaro Bastiani in «infermeria», nel laboratorio interno di restauro, e una quarantina di altre opere (fra le quali la «Pala Montefeltro» di Piero della Francesca, vera icona del museo) vistosamente «incerottate» con la carta velina giapponese («velinate») là dove si sono manifestati sollevamenti della pellicola pittorica. Lo scopo è bloccarne il distacco, in attesa di ulteriori verifiche: il clima gelido e secco della prima settimana di gennaio ha fatto, purtroppo, delle vittime umane ma ha infierito anche sui dipinti su tavola,  che per loro natura sono particolarmente vulnerabili, dal momento che il legno reagisce, gonfiandosi e contraendosi, agli sbalzi di umidità.

Il direttore James Bradburne ha diramato domenica 15 gennaio un primo comunicato in cui assicurava che «le circa quaranta opere su tavola sono state messe in sicurezza con velinature a scopo preventivo» e che i due dipinti in restauro non hanno subito danni rilevanti, aggiungendo che «il “Cristo alla colonna” di Bramante già aveva problemi alla sottile pellicola pittorica ed è stato messo in sicurezza per essere poi restaurato dallo staff interno, dopo che la pellicola si sarà ristabilita». In seguito, in un ulteriore comunicato, ha precisato che «le sale del museo non sono state al freddo per sette giorni ma hanno registrato un abbassamento repentino dell’umidità relativa il 7 gennaio, come testimonia anche il dato meteorologico della stazione di Linate. Per questo motivo il giorno 9 sono stati noleggiati cinque umidificatori (e non condizionatori) per potenziare l'umidità nelle sale, mentre erano in corso le verifiche tecniche sugli impianti di umidificazione. A oggi (lunedì 16 gennaio, Ndr) i cinque umidificatori mobili nelle sale sono necessari anche a scopo cautelativo poiché sono ancora in corso le verifiche sull’impianto e il clima esterno continua a essere particolarmente secco». Aggiungendo poi ai media che si è trattato di «una tempesta di freddo perfetta; una situazione eccezionale, perché in dieci anni non avevamo mai avuto un freddo così secco, ma non si è verificato nessun danno irreversibile alle opere». Né sono stati riscontrati «danni evidenti all'impianto di climatizzazione. La ditta di manutenzione dell'impianto, che tiene sotto controllo la climatizzazione 24 ore su 24, ha già riportato a regime l'umidità relativa delle sale attraverso un monitoraggio costante dei parametri richiesti dagli standard museali». In ogni caso il Mibact, su richiesta del ministro Dario Franceschini, ha deciso di avviare, al riguardo, un'indagine interna.

In realtà, commenta a «Il Giornale dell’Arte» Alessandra Mottola Molfino, direttrice per 25 anni del Museo Poldi Pezzoli (dal 1973 al 1998), e poi artefice (da direttrice centrale dell’Assessorato, del «Rinascimento» dei musei milanesi, con l’allora assessore alla Cultura e Musei Salvatore Carrubba), «è risaputo che a Milano dicembre e gennaio sono mesi a rischio per i musei, a causa delle condizioni climatiche caratterizzate da un freddo molto secco. Ed è proprio il clima secco, ben più del freddo, il nemico più temibile delle opere su tavola e delle sculture lignee. Quand’ero direttore del Poldi Pezzoli e sentivo che si alzava il vento, telefonavo di notte ai custodi perché mettessero immediatamente in funzione gli umidificatori. E Gian Alberto Dell’Acqua mi raccontava che quando era soprintendente a Brera, nei giorni più secchi faceva spargere segatura bagnata nelle sale della Pinacoteca. Del resto, è noto che i sistemi di condizionamento e umidificazione della Pinacoteca hanno sempre avuto dei problemi, e credo che porre mano a questi impianti sia una priorità assoluta per chi la dirige».

Immediato l’allarme su tutti i quotidiani d’Italia ma l’attacco più severo, come di consueto, è firmato da Tomaso Montanari, che su «la Repubblica» del 15 gennaio ha tuonato: «È inquietante che non siano stati lo stesso museo o il Mibact a diramare subito la notizia (che a me è arrivata da alcuni esterrefatti storici dell’arte milanesi). Ora la direzione di Brera e il ministro Franceschini devono alla comunità scientifica internazionale e ai cittadini una comunicazione piena ed esauriente».

Ma Bradburne, da parte sua, fa notare la tempestività dell’intervento: «Siamo, forse, l’unico museo nel paese che poteva reagire con tanta tempestività, grazie alla operatività dell’équipe dei restauratori».

di Ada Masoero , edizione online, 16 gennaio 2017


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