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Gli effetti sui Bronzi di un’inchiesta giornalistica

Carmelo Malacrino, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Reggio Calabria. «Due simboli del Paese ritornati in piedi per lanciare un messaggio, il messaggio della cultura, della storia, della ricchissima identità che rappresenta la nostra più grande ricchezza e che deve essere tutelata e protetta da ogni cittadino, in ogni momento»: così diceva l’ex ministro Massimo Bray il 16 dicembre scorso in occasione dei 3 anni dal ritorno dei Bronzi di Riace nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria (l’intervento è pubblicato sul suo sito web). «Tutelata da ogni cittadino». E dalle istituzioni? Sembrerebbe scontato, trattandosi di capolavori non solo identificativi di uno dei venti «supermusei» statali (dotato quindi di autonomia speciale), ma anche assurti a metafora di un Paese che orgogliosamente si rialza. Invece, dalla nostra denuncia del marzo scorso (p. 8) sulla probabile disattivazione, e da ben tre anni, del sistema di monitoraggio interno alle statue, rilanciata da Gian Antonio Stella («Corriere della Sera», 8 marzo) oltre che da alcuni quotidiani calabresi, è calato il silenzio più assoluto. Decisamente diversa l’attenzione riservata nel dicembre scorso alla falsa notizia del «cancro» dei Bronzi, per cui il direttore del museo Carmelo Malacrino (nella foto) ebbe agio di rilasciare dichiarazioni rassicuranti alla stampa. Sulla base di quali dati? Stando a quanto ha scritto Paolo Toscano su «La Gazzetta del Sud» dopo la nostra denuncia, anche il sistema di climatizzazione della sala in cui sono esposte non funziona. Sarà stata una coincidenza, ma durante la nostra visita ai primi di novembre 2015 la «sala filtro» (il percorso di depurazione dei visitatori in ingresso alla sala dei Bronzi, realizzato, peraltro, bypassando l’appalto per allestimento e impiantistica in cui era compreso; si andava di fretta, con alle porte l’inaugurazione del dicembre 2013) non funzionava. Allora il direttore accennò a problemi causati da un momentaneo blackout all’impianto. Ancora secondo «La Gazzetta del Sud» ci sarebbe «un dato inconfutabile»: «A gennaio 2016 il sistema non funzionava» e per questo Malacrino avrebbe «disposto un riscontro di tutta l’impiantistica per focalizzare ogni criticità», senza però ottenere riscontro da parte della Soprintendenza che ne aveva titolarità fino al passaggio di competenze avvenuto nel gennaio scorso. Di questi solleciti a noi il direttore non ha fatto alcuna menzione quando gli chiedevamo quali dati avesse fornito fino ad oggi il sistema di monitoraggio dei Bronzi. Il fatto è che, lo scrivevamo in marzo senza che poi intervenisse alcuna smentita, sembra proprio che questo sistema non abbia mai funzionato, disattivato in via cautelare, per criticità riscontrate nel suo funzionamento, in quello stesso dicembre 2013. Altro che gennaio 2016. Fatto sta che dopo la nostra denuncia pare ci si sia attivati subito per ripristinare il sistema. Ovviamente nessuna conferma ufficiale, perché sarebbe come ammettere una falla, per tutti questi anni, sul fronte delle misure di conservazione dei due capolavori in riva allo Stretto e che, se oggi si corre tardivamente ai ripari, è solo grazie a un’inchiesta giornalistica. Quando Franceschini diceva che scaduti i quattro anni si sarebbe valutata la «performance» dei superdirettori si riferiva solo alla valorizzazione delle collezioni o anche agli impianti di condizionamento?

di Silvia Mazza, da Il Giornale dell'Arte numero 375, maggio 2017


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