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La nuova legge

Perché le critiche non sono condivisibili

La riforma sulle esportazioni di opere d’arte allinea l’Italia agli altri Paesi: le opposizioni appaiono più ideologiche che concrete, dettate dalla volontà pregiudiziale di penalizzare mercato e proprietà privata. Ma ignorano che questa è da sempre alla base di quella pubblica

Milano. Le recenti critiche avanzate nei confronti della riforma sulla disciplina della circolazione dei beni culturali (inserita nella Legge annuale per il mercato e la concorrenza; cfr. n. 346, ott. ’14, p. 1) sembrano essere frutto di una impostazione «ideologica», più che espressione di una lettura equilibrata e imparziale della normativa italiana di tutela del patrimonio culturale. Per contestare l’opportunità della riforma, infatti, si è sovente richiamato l’articolo 9 della Costituzione (in forza del quale la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della nazione) ed evocato il rischio di un «saccheggio» che il nostro patrimonio culturale subirebbe qualora il Parlamento approvasse la riforma (in particolare, la soglia di valore pari a 13.500 euro, al di sopra della quale sarà necessario chiedere l’attestato di libera circolazione; l’innalzamento della soglia per l’obbligo dell’autorizzazione all’uscita dal territorio nazionale da 50 a 70 anni; la possibilità di presentare una autocertificazione vidimata dal Ministero che attesti la sussistenza dei requisiti per esportare l’opera). A ben vedere, però, la riforma non solo rispetta (nonché attua) il citato articolo della Costituzione, ma non comporta alcun «rischio» per il nostro patrimonio culturale, ponendosi in linea con le normative a tutela del patrimonio artistico in vigore nei più importanti Paesi europei (Inghilterra, Francia e Germania).
In primo luogo, la possibilità di presentare una autocertificazione (la quale già esiste in questo settore per opere di autore vivente o la cui esecuzione non risalga a oltre 50 anni) non implica un automatico «nulla osta» o silenzio assenso da parte degli uffici esportazione, potendo sempre questi ultimi verificare la correttezza di quanto indicato dal privato e sollevare anche responsabilità penali nel caso di informazioni errate indicate dolosamente. Inoltre, deve tenersi in considerazione che il rischio di depauperamento del nostro patrimonio culturale è, di fatto, già in atto proprio per quelle opere che si crede di poter tutelare nell’ipotesi in cui la riforma non venga approvata in Parlamento. Come ben sa chi critica la riforma, infatti, al fine di evitare di trovarsi in Italia con un’opera non più esportabile in quanto ultracinquantenne, molti privati decidono di trasferire all’estero opere vicine alla soglia del fatidico «compleanno»: già oggi, è possibile esportare opere realizzate da meno di 50 anni da importanti e riconosciuti artisti quali Bonalumi, Boetti o Scheggi senza che lo Stato possa opporsi in alcun modo.
Non convince nemmeno il tentativo di «scomodare» la Costituzione e l’obbligo dello Stato di preservare il patrimonio storico e artistico della nazione. L’attuale sistema normativo (che, è bene ricordare, trae le sue origini dalla Legge Rosadi del 1909) attribuisce infatti agli uffici esportazione coinvolti nella decisione sul concedere o meno l’attestato di libera circolazione un potere discrezionale così elevato e indefinito che è ormai invalsa la prassi (stigmatizzata dalla stessa giurisprudenza amministrativa) di «vincolare tutto per controllare nulla». Infatti, sebbene sia, purtroppo, nota la cronica difficoltà dello Stato a tutelare il proprio patrimonio culturale (principalmente a causa della mancanza di fondi e personale), l’attuale sistema impedisce alla stessa pubblica amministrazione di concentrare le proprie risorse sui beni culturali la cui uscita definitiva possa realmente costituire un pregiudizio per il nostro patrimonio culturale. Oltre all’effetto di tutelare opere che non meriterebbero di essere trattenute forzatamente in Italia, oggi ci troviamo in una situazione in cui certe opere avrebbero la possibilità di essere esposte presso un museo pubblico estero, ma viceversa sono trattenute sul suolo italiano in nome di una (esasperata) tutela del patrimonio culturale (pur sapendo che le stesse, di proprietà privata, sarebbero destinate in questo modo a rimanere dimenticate in qualche deposito o abitazione privata, e quindi sottratte alla fruibilità pubblica).
La possibilità di esportare con meno vincoli e burocrazia facilita la costituzione di raccolte private le quali, storicamente, hanno sempre aiutato il formarsi di collezioni pubbliche: le istituzioni museali, l’esigenza di conservare e tutelare le opere d’arte, sono venute dopo il collezionismo. La riforma non intende affatto «estromettere» lo Stato, anzi lo coinvolge nella prospettiva di rimodernare la normativa di tutela. Infatti, successivamente all’approvazione della nuova legge, il Mibact dovrà emanare un decreto delegato per definire i criteri in forza dei quali un determinato bene culturale potrà essere esportato, bloccato alla esportazione o notificato. Recentemente è altresì giunto l’appoggio del ministro del Mibact, Dario Franceschini («la Repubblica», 6 aprile), il quale ha difeso la legge, evidenziando lo sforzo di razionalizzare la disciplina, allineandola a quanto avviene in tutta Europa. Un’ulteriore conferma della infondatezza delle critiche mosse a questa riforma.
q Giuseppe Calabi e Lorenzo Grassano
CBM & Partners Studio Legale

di Giuseppe Calabi e Lorenzo Grassano, da Il Giornale dell'Arte numero 375, maggio 2017


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