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Mostre

San Pietroburgo

Che fare tra Esenin e Putin?

L’Arte povera in trasferta all’Ermitage

«Attaccapanni (di Napoli)» (1967-69) di Luciano Fabro

San Pietroburgo (Russia). «Un uomo nero» tormenta, in una delle sue più struggenti poesie, Sergej Esenin: quell’uomo beffardo, cilindro calato in testa, è il grumo di tutte le illusioni, disillusioni e contraddizioni del poeta stesso, a cui le rinfaccia senza pietà. Ma è colpa degli artisti se, quasi biologicamente, il seme della rivolta a un dato punto muore, travolto dalla storia?

Si può fare una colpa ai poveristi se la loro arte nata sovversiva e battezzata da un «manifesto» che Germano Celant concepiva come «Appunti per una guerriglia» oggi è un brand internazionale? Eppure la nostalgia di una stagione da tempo tramontata come i suoi ideali si fa più presente ora che, mezzo secolo dopo il Sessantotto, l’Arte povera, le cui vicende e la sua stessa data di nascita (al netto di ogni pericolosa interpretazione ideologica o effettiva adesione militante dei suoi esponenti) attraversarono quella temperie politica, sembra diventata uno dei tanti prodotti del Made in Italy, come la Ferrari o il Parmigiano, con i quali rappresentare il Bel Paese all’estero.

Nel giro di sette anni, ad esempio, è approdata per due volte in Russia in mostre ufficiali a Mosca e ora, sino al 16 agosto, all’Ermitage. Sarà il fatto che nelle sale del Palazzo d’Inverno, dove ora sono disposte le opere della mostra «Arte povera. Una rivoluzione creativa», con un colpo di cannone partito dall’incrociatore Aurora prese il via la Rivoluzione d’Ottobre (evento di cui Putin, nel 2017, ha celebrato il centenario in chiave zarista), ma in questa occasione l’uomo nero di Esenin sembra riprendere vita nei cappotti di Jannis Kounellis (che amò la nerezza del quadrato di Malevic e del fumo della Corazzata Potemkjn di Ėjzenštejn).

E, nell’immaginario dell’osservatore non a digiuno di storia, il «Che fare?» di Mario Merz non può che far pensare, per pura associazione di idee, all’omonimo testo con il quale Lenin tracciava la strategia della Rivoluzione. Ma l’ex partigiano Merz, che conobbe la prigione con Luciano Pistoi non ancora gallerista, più volte ribadì che quel suo interrogativo non era stato ispirato dalla politica ma da una domanda infantile. Come infantile e in fondo inutile è chiedersi con troppa insistenza che cosa debbano fare gli artisti, soprattutto oggi che la politica è diventata un genere come gli altri, come lo erano stati in passato la mitologia, la storia, il paesaggio o la natura morta.

La stessa cocuratrice (con Dimitri Ozerkov dell’Ermitage), Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli (prestatore delle opere con la Collezione Cerruti e la Gam di Torino) preferisce sottolineare il distacco dall’ideologia ed esaltare il côté «ecologico» e la «resistenza alla società ipertecnologica dei consumi» dell’Arte povera.

La mostra schiera tutto il nucleo storico poverista, da Anselmo a Zorio, includendo opportunamente Pino Pascali ed Emilio Prini. 57 le opere, inclusi pezzi storici che indurranno il visitatore a riscontrare quanto sin dall’inizio il gruppo manifestasse non secondarie divergenze formali e poetiche, prima di venire unificato in un marchio. Un dato che risalta confrontando pezzi come «Attaccapanni (di Napoli)» (1967-69) di Luciano Fabro, «Tenda» di Gilberto Zorio (1967) o «Apoteosi di Omero» (1970-71): nel primo caso si fa viva una colta e giocosa nostalgia della grande pittura; nel secondo emerge (senza dover invidiare nulla a Bruce Nauman & C.) un’idea che tramuta il «paesaggio» in operazione processuale; nel terzo un’apollinea vocazione concettuale (l’installazione è un omaggio al concettualizzante Ingres).

Paolini si sarebbbe sempre più confrontato con una temporalità culturale più vicina a Borges che a quell’accezione processuale ed energetica che avrebbe portato a individuare nel Futurismo uno degli antenati del poverismo. Qui, invece, i padri nobili vengono indicati attraverso le opere di Burri, Fontana e Manzoni, che oltre a essere stati indubitabilmente dei geni e dei modelli (Kounellis ebbe modo di sottolinearlo per quanto riguarda i primi due) sono anche i nostri top player nelle Italian Sales.

La rassegna, che ha una delle sue icone in «La Venere degli stracci» di Pistoletto (un calco precitazionista agli antipodi rispetto ai posteriori calchi e frottage di Penone), è frutto di un accordo tra la Regione Piemonte (l’Arte povera è genovese di nascita ma torinese d’adozione) e il Museo Ermitage ed è sponsorizzata da Lavazza, altra gloria di una Torino ex operaia e un po’ più «da bere».

L’albero con l’igloo di Mario Merz (1968-69) è morto. Quello di Penone che in trompe l’œil fra gli alberi veri del cortile dell’Ermitage regge 1.372 chili di «Idee di pietra» è del 2010 ed è di bronzo (pietra e bronzo, i materiali dei monumenti). Tocca al visitatore capire se in almeno uno dei due scorra ancora la linfa della «rivoluzione creativa».

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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