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Fotografia

La famiglia dell’uomo torna a casa

Dopo anni di restauri, il 6 luglio riapre nel Castello di Clervaux, in Lussemburgo, la storica esposizione «The Family of Man» curata da Edward Steichen

Toni Frissell © Library of Congress

Clervaux (Lussemburgo). Tra tutte le vicende che appartengono alla fotografia, quella di «The Family of Man» è forse la più straordinaria, e senz’altro quella che dura da più tempo. Il progetto della mostra, in circolazione da quasi sessant’anni e con un pubblico che conta a oggi dieci milioni di persone, nasce nel 1953 in un dopoguerra intriso di buone intenzioni, come del bisogno di allontanare l’orrore del conflitto dagli occhi e dalle coscienze. È in quel momento che Edward Steichen, allora direttore del dipartimento di Fotografia del Museum of Modern Art di New York, concepisce l’idea di un poema collettivo in immagini, per celebrare la pace e riaffermare l’umanità come organismo unico, come matrice condivisa che provi l’appartenenza di tutti gli uomini alla stessa famiglia.
Gli ci vogliono due anni per esaminare gli oltre due milioni di scatti che arrivano al museo su sua richiesta, e per selezionare tra questi le 503 fotografie, realizzate da 273 autori di 68 Paesi, che con il titolo di «the Family of Man» vengono esposte al MoMa dal 24 gennaio 1955, in quella che si rivela la più grande operazione espositiva nella storia della fotografia. Steichen non esita ad affiancare anonimi e dilettanti a professionisti tra cui Robert Capa, Eugene Smith, Dorothea Lange, August Sander, Garry Winogrand. Suddivide le loro opere in capitoli come la nascita, l’amore, il lavoro, la morte, e tutti i temi della vita dentro i quali un allestimento dinamico e visionario immerge i visitatori, costringendoli a un contatto ravvicinato con le immagini.
Le stampe, in diversi formati e senza cornice, sono incollate a pannelli appesi al soffitto, che pendono lungo le pareti o liberi nello spazio, mentre tra uno e l’altro corrono testi ricavati dalla Bibbia, dall’epica orientale e da Omero, da Platone e da Joyce. Negli otto anni successivi la mostra gira per il mondo, finché nel 1964 il Governo americano acconsente alla richiesta di Steichen di donare al Lussemburgo, sua terra d’origine, l’ultima superstite delle cinque versioni itineranti della rassegna, che viene collocata negli spazi dello Château di Clervaux. Qui, dopo presentazioni parziali, nel 1994 trova la sua sistemazione permanente a cura del Centre national de l’audiovisuel, che nel 2010 chiude il castello per lavori. Il prossimo 6 luglio il museo riapre le porte per inaugurare la nuova stagione di «The Family of Man», che riapproda nelle sue sale dopo una ristrutturazione pensata in funzione del percorso tracciato da Steichen, ben sapendo che «questo richiede di rispettare la storia e osservare una posizione quasi archeologica». Parallelamente, le tirature originali della collezione, dichiarata Patrimonio dell’Umanità nel 2003, sono state restaurate in collaborazione con lo Studio Berselli di Milano.

Info: www.wearefamily.lu

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 333, luglio 2013


  • «The Family of Man» al MoMA nel 1955 fotografata da Ezra Stoller
  • © The Estate of Garry Winogrand, courtesy Fraenkel Gallery, San Francisco

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