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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliSi dice che TEFAF Maastricht sia tra le fiere d'arte più belle e prestigiose al mondo. Per tradizione, per qualità e numero degli espositori, per la severità dei criteri d'ammissione, per l'esperienza complessiva che offre a collezionisti e visitatori e potremmo procedere ancora. Ma l'elemento più eloquente, in fin dei conti, non può che essere la selezione di opere proposta, che ha davvero pochi eguali sul panorama internazionale. Ecco quindi una serie di capolavori che è possibile scorgere in fiera quest'anno, e che sono più che sufficienti a raccontare dell'eccezionalità dell'evento in scena al MECC di Maastricht fino al 19 marzo.
Tra le opere più importanti figura, per iniziare, Diego Velázquez con il dipinto «Ritratto di Don Sebastián García de Huerta», presentato dalla galleria Colnaghi. Realizzata tra il 1628 e il 1629, l’opera raffigura un importante ecclesiastico e giurista della Castiglia, la cui carriera lo portò a diventare segretario del re Filippo IV. Il dipinto colpisce per la sobrietà della composizione e per la straordinaria profondità psicologica del volto. Velázquez restituisce con pochi elementi l’autorevolezza del personaggio, grazie a una pittura sobria ma vibrante, capace di cogliere la presenza umana con naturalezza e dignità. L’opera appartiene alla fase immediatamente precedente al primo viaggio italiano dell’artista e rivela già quella maturità ritrattistica che lo renderà il grande interprete della corte spagnola. Sempre Colnaghi propone una delle riscoperte più interessanti della fiera, «Ritratto di uomo» di Tintoretto. L’opera, databile intorno al 1549-1550, è stata recentemente restaurata e restituisce oggi tutta la qualità della pittura dell’artista veneziano. Il volto emerge con forza dallo sfondo scuro, mentre la pennellata rapida e vibrante dona vitalità e immediatezza all’immagine.
Grande intensità emotiva caratterizza anche Artemisia Gentileschi con «Autoritratto dell’artista come Cleopatra», esposto da Jean-François Heim. Dipinto intorno al 1620, il quadro mostra l’artista nei panni della celebre regina egizia. Artemisia fonde qui autorappresentazione e mito storico, trasformando Cleopatra in un alter ego simbolico. La ricchezza dei tessuti, la resa accurata dei gioielli e la luminosità dell’incarnato dimostrano la straordinaria abilità tecnica della pittrice, mentre lo sguardo intenso e la posa elegante suggeriscono una dimensione psicologica complessa, fatta di forza, vulnerabilità e consapevolezza. Un’altra opera barocca di grande impatto «Ercole gladiatore» di Peter Paul Rubens, presentata da Salomon Lilian. Il dipinto raffigura l’imperatore romano Commodo mentre si identifica con l’eroe Ercole, indossando la pelle del leone e brandendo una lancia. Rubens costruisce una scena teatrale, dominata da una luce drammatica che modella il corpo e accentua la tensione del gesto. Il personaggio emerge con forza dall’ovale illusionistico che lo incornicia, trasformandosi in un’immagine potente e quasi propagandistica del potere imperiale.
Diego Velázquez, Ritratto di Don Sebastián García de Huerta (c.1628-1629), Colnaghi
Artemisia Gentileschi, Autoritratto dell’ artista come Cleopatra (ca.1620), Jean-Francois Heim
L’impressionismo è rappresentato da due straordinarie tele di Claude Monet, «Église de Vernon, Soleil» e «Église de Vernon, temps gris», esposte da Alon Zakaim Fine Art. Dipinti nel 1894 e appartenenti a una serie molto rara, i due quadri mostrano lo stesso soggetto - la chiesa di Vernon sulle rive della Senna - in condizioni atmosferiche diverse. Nel primo la luce del sole illumina la facciata dell’edificio e si riflette sull’acqua con bagliori dorati; nel secondo una luce grigia e diffusa avvolge il paesaggio in un’atmosfera più silenziosa e sospesa. Viste insieme, le due opere rivelano la ricerca di Monet sulla percezione della luce e sul modo in cui il paesaggio cambia continuamente davanti agli occhi dell’osservatore. Tra i lavori su carta più suggestivi della fiera spicca Vincent van Gogh con «Contadina al catino nel giardino» (1885), presentato da Paul Coulon. Il disegno appartiene al periodo trascorso a Nuenen, quando l’artista si dedicò con grande attenzione allo studio della vita contadina. Attraverso linee rapide e sovrapposte, Van Gogh costruisce il volume della figura e il movimento del gesto quotidiano. La scena appare semplice e intima, ma rivela la volontà dell’artista di restituire dignità e profondità al lavoro delle persone comuni.
Un salto nel Rinascimento nordico conduce alla xilografia «La Bestia dalle due corna simili a quelle di un agnello», tratta dalla serie dell’Apocalisse di Albrecht Dürer, proposta da Emanuel von Baeyer London. Stampata nell’edizione latina del 1511, la tavola testimonia la straordinaria precisione grafica dell’artista tedesco. Il segno incisivo, la complessità della composizione e l’intensità narrativa trasformano il testo biblico in un’immagine visionaria, rivelando l’enorme influenza che Dürer ebbe nello sviluppo dell’arte della stampa. La pittura italiana del Rinascimento è rappresentata dalla raffinata «Santa Barbara» di Francesco Raibolini, presentata da Roberti Fine Art. Dipinta intorno al 1505, l’opera raffigura la santa accanto alla torre, suo tradizionale attributo iconografico. Inserita in un paesaggio luminoso e armonioso, la figura appare elegante e composta, con un volto che ricorda un ritratto idealizzato. La delicatezza dei dettagli e l’equilibrio della composizione riflettono la formazione dell’artista come orafo e la sua vicinanza allo stile di Perugino.
Sempre in ambito barocco italiano si distingue Orazio Gentileschi con «The Penitent St Jerome», portato da Trinity Fine Art. Il santo è raffigurato in uno spazio roccioso e spoglio, con il busto parzialmente nudo e lo sguardo rivolto verso l’alto in un momento di intensa meditazione. La veste rossa da cardinale cade in pieghe luminose e crea un forte contrasto cromatico con la pelle pallida del corpo. Gentileschi, vicino all’ambiente di Caravaggio, dipinge con grande attenzione alla luce e al dato naturale, conferendo alla scena un’intensità emotiva particolarmente suggestiva. Dalla pittura barocca alla modernità latina di Pablo Picasso e il dipinto «Femme nue assise» (1959), esposta dalla Galerie de l’Institut. L’opera appartiene alla tarda produzione dell’artista e mostra una figura femminile seduta costruita attraverso linee sinuose e campiture di colore vibranti. Il corpo appare quasi scultoreo, articolato in forme semplificate che dialogano con lo spazio circostante. La pennellata libera e istintiva testimonia l’energia creativa che caratterizzò gli ultimi decenni della carriera di Picasso, quando l’artista continuò a reinventare la tradizione figurativa attraverso un linguaggio personale e sperimentale.
Pablo Picasso, Femme nue assise (Donna nuda seduta) (1959), Galerie De L'Institute
Joan Mitchell, Senza titolo (1991), Mennour
Tra le opere dedicate alla nascita della modernità compare James Ensor con «Le Salon Bourgeois» (1880), presentato dalla galleria Sofie Van de Velde. Il dipinto raffigura un elegante interno borghese ricco di dettagli decorativi – tende, carta da parati e arredi raffinati – ma attraversato da una sottile tensione. Dietro l’apparente quiete domestica emerge infatti l’attenzione precoce di Ensor per le dinamiche sociali e psicologiche della borghesia urbana. Un’atmosfera molto diversa caratterizza Vilhelm Hammershøi con «Sunshine in The Drawing Room II» (1903), presentato dalla galleria Åmells. Il dipinto mostra un interno silenzioso in cui la luce del sole entra dalla finestra e illumina lo spazio con delicate tonalità grigie e neutre. La scena, essenziale e contemplativa, esprime la quiete e l’introspezione tipiche della pittura di Hammershøi.
Il Novecento è rappresentato poi dalla «Figura» (1932) di Henry Moore, proposta da Osborne Samuel. Intagliata in legno di faggio, l’opera appartiene alla fase in cui lo scultore sperimentava la scultura diretta, lasciando che la forma nascesse dal dialogo con il materiale. Le linee semplificate e l’attenzione alla struttura interna creano una figura astratta ma profondamente organica, capace di dialogare con lo spazio circostante. Tra le presenze della seconda metà del Novecento spicca anche Joan Mitchell con «Untitled» (1991), presentato dalla galleria Mennour. Realizzata negli ultimi anni di vita dell’artista, l’opera testimonia la forza espressiva della sua pittura gestuale. Ampie pennellate di rosso, verde, blu, arancione e viola si espandono su uno sfondo luminoso, creando un campo visivo vibrante e dinamico. Pur non rappresentando direttamente un paesaggio, il dipinto nasce dall’esperienza sensoriale della natura che Mitchell osservava a Vétheuil, in Francia. Il risultato è una pittura energica e lirica allo stesso tempo, in cui colore e gesto traducono memoria, luce e movimento.
Infine, tra i capolavori grafici più importanti esposti in fiera spicca la serie completa dei «Los Caprichos» di Francisco Goya, esposta da David Tunick. Le ottanta incisioni realizzate tra il 1797 e il 1798 costituiscono una satira feroce della società spagnola dell’epoca. Attraverso immagini visionarie e talvolta inquietanti, Goya denuncia superstizioni, ipocrisie e abusi di potere, anticipando sensibilità moderne e dimostrando la straordinaria forza critica della sua arte.
Vilhelm Hammershøi, Sunshine in The Drawing Room II (1903), Åmells
Francisco Goya, Los Caprichos (1797–1798), David Tunick Gallery, Inc
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