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Jacopo Bedussi
Leggi i suoi articoliIl 3 dicembre 2015, Lee «Scratch» Perry (1936-2021), leggendario produttore musicale giamaicano e padre della musica dub, comunicava su Facebook di essersi dimenticato una candela accesa nel suo studio di registrazione in Svizzera, con il conseguente incendio e distruzione di tutto il contenuto. «My whole life collections, arts, my magic hats, my magic boots, all my crazy show outfits and costumes: king, pope, general, magician… all my electronics and studio equipment and my magic mic, books, musik, CDs… everything gone!!!!», scriveva Perry prima di ricordarci di sentirsi rattristato. E la moglie piuttosto incazzata.
L’incendio, in realtà, non è il primo nella carriera del venerato maestro della musica in levare. Già nel 1979 il suo studio Black Ark di Kingston, aperto soli sei anni prima, era andato a fuoco, quella volta dolosamente. Nessuna assicurazione o rivalità tra gang di mezzo: appiccare il fuoco era la soluzione individuata da Lee «Scratch» Perry per scacciare le energie negative che lo circondavano.
Tutta la sua vita, a ben guardare, è stata guidata dalle connessioni spirituali (o così, almeno, sosteneva lui). Tra queste, quella legata alle pietre che in tarda adolescenza lo porta a lasciare Clarendon, sud della Giamaica, dove lavorava come manovale per trasferirsi a Kingston. Qui Perry si fa le ossa presso lo Studio One, studio di registrazione ed etichetta di Coxsone Dodd, demiurgo della musica ska e reggae per come la conosciamo oggi.
Lee non ha un carattere facile. Rompe con Dodd, si mette in testa una delle prime tante corone della sua vita, quella di «The Upsetter» (l’agitatore) titolo della canzone con cui nel 1968 decide che avrebbe lasciato il suo segno nella storia della musica caraibica.
Come produttore Perry firma successi e lancia le carriere dei più importanti artisti della musica caraibica: dai «suoi» Upsetters a Max Romeo, da Bob Marley & The Wailers a Junior Murvin, arrivando nel tempo fino ai Beastie Boys. Perry ha l’intuizione di usare il banco di missaggio del suo Black Ark studio come un vero e proprio strumento, sfruttando echi e riverberi per plasmare quella che diventerà nota come musica dub.
Negli anni, oltre al suono, anche la sua immagine evolve: da «rude boy» dei soundsystem (con i pantaloni a zampa colorati, le Clarks e le grandi coppole a pannelli) a sciamano in esilio da una Babilonia perduta dopo la diaspora africana: le dita ossute piene di anelli, la barba tinta di rosso, iconografie di Haile Selassie puntate ai vestiti e copricapi incrostato di ninnoli e chincaglierie come uno scoglio di molluschi.
Lee «Scratch» Perry, «Tape Object Black Ark». Foto Marc Asekhame suns works
Lee «Scratch» Perry, «Tape Object Black Ark». Foto Marc Asekhame suns works
Oltre la musica, Lee «Scratch» Perry è un grande sostenitore della cannabis e dei suoi poteri spirituali. Nel 1980 difende pubblicamente Paul McCartney, arrestato per possesso di marijuana in Giappone, nazione dove non si recava dalla tournée dei Beatles del 1966 e che gli aveva appena rilasciato un visto dopo anni di richieste respinte a causa della nomea di habitué degli stupefacenti. Keith Richards, tra i primi musicisti bianchi ad appassionarsi della Giamaica (e non esclusivamente per i motivi che più sembrerebbero ovvi), lo ha invece definito il «Salvador Dalí della musica».
Lee «Scratch» Perry, d’altronde, è stato anche artista. Un aspetto meno noto della sua carriera, ma simbiotico con la sua attitudine. Se la musica di Perry è stata un’amalgama tuonata e colorata di echi, loop e riverberi, la sua arte analogamente è una stratificazione materica in continua evoluzione di found object (cassette, porzioni di strumenti, frammenti di specchi e ritagli di giornale) uniti a poesie, simbologia occulta e dipinti di animali paradisiaci. Una pratica multidisciplinare, concepita come un vero e proprio Gesamtkunstwerk, che si integra direttamente nelle superfici dello studio di registrazione.
Sedimentata all’interno del Black Ark e dei successivi studi, le opere di Perry sono state a lungo ignorate come opere d’arte a tutti gli effetti (la prima personale è del 2010, a Los Angeles), passando piuttosto come estensione dell’esuberante e caotica immagine del produttore e musicista.
Molta di questa produzione è avvenuta, insospettabilmente, in Svizzera, dove Perry aveva deciso di trasferirsi in seguito all’incendio del suo Black Ark. Scelta peculiare, quella di una nazione dove l’erba solitamente viene brucata, anziché fumata.
Parte di questa riscoperta del Perry artista si deve a Lorenzo Bernet, fondatore della galleria Suns Works di Zurigo che negli anni realizza che Lee, l’eccentrico padre dei vicini di casa con cui era cresciuto, per molti era una leggenda.
Dopo aver contribuito a un'importante personale presso l’Istituto Svizzero di New York nel 2019, Suns Work ha ora portato per la prima volta in Italia il Lee Perry artista. In occasione della prima edizione milanese della fiera d’arte Paris Internationale, la galleria svizzera ha presentato serie di lavori di Perry mai precedentemente esposti, tra cui opere di videoarte registrate tra Giamaica e Svizzera a cavallo degli Ottanta e Novanta.
La sua riscoperta artistica passa ora anche da Lee Scratch Perry Black Ark (Edition Patrick Frey, Zurigo, 2026, 68 €. Disponibile in Italia su commerce.com). Un tomo di 600 pagine, di cui 500 di immagini che funge da meticoloso e fondamentale inventario di opere dell’Upsetter, fotografate a partire dal 2021 in un sopralluogo al vecchio Black Ark di Kingston, abbandonato. Sono oggetti-opere densi e totemici che si fondono con lo spazio fisico dello studio, e che mettono in luce la più ampia dimensione dell’‘Arca Nera’ come yard spirituale della diaspora africana.
Il sogno afro-futurista dei rude boys di Kingston di arrivare sulla Luna e fare il «Moon hop» non si è ancora avverato, ma intanto le opere di Lee «Scratch» Perry sono ora esposte al Museum of Contemporary Art di Chicago, proprio a fianco di quelle di Jean-Michel Basquiat che non ha mai nascosto l’influenza della musica di Perry sulla sua arte.
La copertina del volume
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