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Guido Guerzoni
Leggi i suoi articoliNel 2025 il 90% degli adulti italiani ha trascorso in media sei ore al giorno online (la metà su smartphone): ormai siamo tutti vittime di una cronica indigestione digitale. App e piattaforme reclamano costantemente la nostra attenzione e tentano di conquistare ogni secondo della nostra vita, in un quadro in cui anche i luoghi della cultura non si possono sottrarre alle lusinghe dell’innovazione, animando un dibattito cui però difettano ricerche solide sulle opinioni dei visitatori e degli operatori museali.
La ricerca «Nuove tecnologie di mediazione del patrimonio culturale», realizzata dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali in collaborazione con FORMULES nell’ambito di «Dicolab. Cultura al digitale», colma questa lacuna, smentendo alcune delle convinzioni più radicate in letteratura e tra i professionisti.
Il primo sorprendente risultato dell’indagine, durata 18 mesi e condotta su due robusti campioni di visitatori (1.028 intervistati online da Doxa e 700 intervistati on site in 20 diversi musei e operatori di 20 luoghi della cultura pubblici e privati [126 intervistati]), è che l’innovazione, spesso considerata un fattore chiave per attrarre visitatori sempre più distratti, non è affatto il driver principale dell’interesse del pubblico. Anzi, il 45% dei rispondenti considera la presenza delle nuove tecnologie (ne sono state monitorate 18) irrilevante nella scelta di visita e nel giudicare quali siano gli elementi più attrattivi di un luogo della cultura le pone solo all’ottavo posto su 12.
Ciò non significa che non siano apprezzate: il 90% dei visitatori esprime un giudizio lusinghiero (confermandone l’utilità sia per arricchire l’esperienza di visita sia come supporto all’apprendimento), pur distinguendole con grande nitore. I visitatori prediligono infatti esperienze e installazioni con narrazioni ben congegnate, ambienti immersivi, contenuti di qualità e interfacce facili e intuitive, in cui le tecnologie sono al servizio della narrazione. E nel confronto tra immersività e interattività (sono profondamente differenti: nella prima i sensi possono essere sollecitati passivamente, nella seconda i visitatori devono attivarsi per interagire) la prima prevale, perché livelli sofisticati di personalizzazione e interazione intimoriscono i più anziani e annoiano i più giovani. Contro Fortnite qualunque museo soccombe, agli occhi di un teenager.
Content first, dunque, dopo anni di «technology first»: il pubblico non entra in museo soltanto per imparare: vuole stupirsi, emozionarsi, divertirsi e immergersi in storie appassionanti. Le tecnologie funzionano quando servono questo scopo, non quando lo sostituiscono. La ricerca in tal senso non solo conferma l’importanza della qualità (dei contenuti, della curatela progettuale e della «user experience») ma confuta uno dei luoghi comuni più radicati: coloro che apprezzano maggiormente l’impiego delle nuove tecnologie nei musei non sono affatto i giovanissimi ma, al contrario, i visitatori più maturi ed esperti. È parimenti interessante il parere di 128 operatori di 20 diversi musei: fermo restando il giudizio positivo sull’uso (non l’abuso) di alcune tecnologie di mediazione, il fronte degli intervistati è compatto nel dichiarare che in assenza di competenze interne, simmetrie informative e risorse per la manutenzione, le tecnologie di mediazione possono diventare un pericoloso boomerang operativo e reputazionale. Il punto è chiaro: il loro valore non risiede nella mera esibizione, ma nella capacità di amplificare e potenziare le relazioni tra visitatori, contenuti culturali e percorso di visita. Non servono più schermi, ma più senso, più curatela, più coprogettazione con gli esperti. L’innovazione può rendere più profonda e appagante la relazione con il patrimonio ma questa ricerca ribadisce qualcosa di ovvio eppure rivoluzionario: la tecnologia deve essere al servizio di un progetto culturale e non alla sua testa. Non lo dicono degli scienziati, lo pensano i visitatori e i funzionari dei musei italiani.
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