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Vito Messina
Leggi i suoi articoliNon di rado, nel comune sentire, al lavoro dell’archeologo è associata la meraviglia della scoperta. La realtà è più prosaica. Onestà e franchezza impongono minor enfasi e il doveroso richiamo alla cadenzata routine metodologica del mestiere, forse meno evocativa ma di certo più attinente alla quotidianità. Fortunatamente, non tutto è consuetudine. In certi posti la meraviglia è insita. I luoghi e le persone ne sono pervasi, in un’interazione di millenni, immanente nel paesaggio e nei monumenti. Questi sono il testamento, solo esteriormente in romantica rovina, di una lunga storia in divenire. Fatalisticamente, di fronte a quell’immanenza, chi vive in certi luoghi tende a metabolizzare in un sentimento identitario, spesso fuorviante, l’incombenza del passato, forte tuttavia di una ferma consapevolezza: siamo parte di un percorso collettivo immensamente più lungo della ristretta prospettiva del tempo di ognuno.
L’Iran è uno di quei posti. Gli archeologi che hanno avuto la fortuna di operare nelle vaste regioni che si estendono dalla catena dei monti Zagros al deserto del Sistan lo sanno bene: hanno conosciuto la meraviglia e ne serbano gelosamente il ricordo. Nei loro resoconti, ridondanti da quasi due secoli e scritti in molte lingue, quell’immanenza è un tratto distintivo, un legame tra generazioni di studiosi. Anche chi ha viaggiato, magari solo per brevi periodi, nelle città e negli spazi sconfinati di quel Paese ne è del resto testimone consapevole.
Chi scrive ora ha avuto la stessa fortuna, essendo stato condirettore per un decennio (2008-17) della Missione Congiunta Italo-Iraniana in Khuzestan (Miik). Iniziata nel 2008, la missione è stata una delle numerose iniziative di ricerca archeologica che hanno coinvolto istituzioni scientifiche iraniane e internazionali, molte delle quali italiane. In quegli anni, veniva dato nuovo impulso alle ricerche sul patrimonio senza eguali dell’Iran, con la stipula di accordi di cooperazione culturale incentrati sulla condirezione delle missioni archeologiche e sulla condivisione di obiettivi e risultati. Tra le istituzioni coinvolte, in conseguenza dell’apprezzamento per il grande contributo dell’Italia alla salvaguardia del patrimonio mondiale, l’Università di Torino (UniTo) e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia (Crast) videro riconoscere con entusiasmo dalla controparte, l’Iranian Center for Archaeological Research (Icar), la rilevanza scientifica di un progetto di ricerca che aveva lo scopo d’indagare le testimonianze artistiche e architettoniche di una regione cruciale per le interazioni culturali dell’Asia antica, l’odierno Khuzestan (antica Elimaide), nell’Iran di sud-ovest, ai confini con l’Iraq. L’Elimaide, ponte geografico e culturale tra la Mesopotamia e la Persia, fu un nodo di fondamentale importanza lungo le rotte terrestri e fluviali che dal Mediterraneo permettevano di raggiungere l’India e la Cina. Le testimonianze archeologiche diffuse tra le pianure e le propaggini montane della regione, che ancor oggi agevolano l’ascesa verso l’altopiano iranico, sono il lascito di un mondo globale e iperconnesso già nel VI secolo a.C., un mondo la cui produzione artistica e artigianale rifletteva la conscia fusione di lessici diversi (che per convenzione riconduciamo oggi alle tradizioni greca, mesopotamica e iranica) e le ambizioni di una società dalla cultura cosmopolita.
Ricorrendo per la prima volta in Iran a tecnologie innovative per l’epoca (come l’utilizzo di laser scanner manuali) e a consolidate metodologie di ricognizione e scavo, la Miik ha investigato contesti montani apparentemente remoti, ma in realtà legati alle complesse dinamiche insediative di popolazioni montane seminomadi, gettando nuova luce sulle tecniche scultoree di rilievi rupestri dal grande valore storico e ideologico, e identificando sul terreno l’unico esempio oggi noto nel mondo iranico di un santuario funerario. Destinato a divenire nei prossimi decenni un acceso argomento di dibattito tra gli storici delle religioni, in particolare coloro che indagano il mondo zoroastriano, questo complesso religioso e funerario, localizzato nella parte più settentrionale della valle di Shami, è uno dei luoghi più evocativi per gli archeologi dell’Iran antico. Caratterizzato da una pianificazione illuminata, che permise di fondere sapientemente le architetture di terrazze monumentali all’aspro movimento del paesaggio montano, il santuario di Shami venne indagato, anche se solo preliminarmente, negli anni Trenta del secolo scorso da Aurel Stein, probabilmente il più grande esploratore archeologo della sua generazione, lo scopritore del Sutra del Diamante, oggi alla British Library. Si tratta dell’unico luogo in Iran che ha consentito il ritrovamento di statue bronzee. Oggi, grazie alle ricerche della Miik, sappiamo che il sito di Shami può essere identificato con uno dei santuari descritti da Strabone e Polibio, e che il sito faceva parte di una complessa strategia di controllo del territorio e sfruttamento delle risorse, in continuità diacronica con i modi di vita delle popolazioni ancor oggi stanziate tra le valli e i passi montani d’inimmaginabile bellezza che costellano il maestoso paesaggio del Khuzestan: i nomadi Bakhtiari.
Gli archeologi non sono usi a narrative enfatiche. La deontologia li costringe all’essenziale, al dato, alla nuda evidenza. Occasionalmente, essi derogano. Al di là della rilevanza scientifica, possono testimoniare della meraviglia. Occasionalmente, con pudore, possono descrivere orizzonti di luce, fronteggiare una storia troppo grande per essere succinta, condividere la resilienza di chi è ancorato alla tetragona consapevolezza del proprio percorso in divenire. È la meraviglia che lega indissolubilmente i monumenti di un altro tempo alla nostra vita. Perché non dovrebbero?