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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliParCO, ovvero Parma Contemporanea. Un nome semplice per un progetto ambizioso: trasformare l’Ospedale Vecchio, uno dei più antichi complessi ospedalieri d’Europa, in un centro vivo e poroso dedicato all’arte e alla cultura contemporanea. Un’architettura carica di storia – porticati in arenaria, volte quattrocentesche, un chiostro centrale e l’Oratorio barocco di Sant’Ilario – che presto accoglierà installazioni, mostre, workshop e nuove forme di produzione culturale. Dismesso come struttura sanitaria nel 1926, l’Ospedale è già sede di istituzioni come l’Archivio di Stato e la Biblioteca Civica. Ma ora, grazie a un ampio progetto di restauro sostenuto da fondi europei e regionali, rinascerà come motore culturale cittadino, nell’Oltretorrente, quartiere vitale, multiculturale e già ricco di presenze creative e istituzionali, e sulla scia del grande appuntamento che vede Parma Capitale Europea dei Giovani nel 2027.
L’idea di ParCO nasce da una sinergia tra Comune di Parma, l’associazione Parma, io ci sto! e lo studio londinese The Place Bureau. Più che un’istituzione tradizionale, sarà un hub culturale di nuova generazione, concepito per favorire la ricerca, la partecipazione e l’incontro tra linguaggi: un luogo aperto dove arte visiva, pratiche sociali, educazione e cittadinanza si intrecciano in modo fluido.
Il primo passo sarà compiuto sabato 27 settembre, con un forum internazionale che darà ufficialmente il via al percorso di apertura. Artisti, curatori, teorici e operatori culturali si confronteranno pubblicamente sui valori che animeranno il centro, e in quell’occasione sarà lanciata una open call internazionale per selezionare il curatore che guiderà la fase progettuale. Non un direttore (che verrà in caso nominato in seguito), ma una personalità visionaria, un consulente, un progettista culturale capace di immaginare nuove forme di co-creazione tra arte e società.
ParCO raccoglie l’eredità di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, ma la rilancia in chiave più radicale, facendo della cultura un’ infrastruttura civica: non una vetrina, ma uno strumento per leggere e trasformare il presente.
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