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Al National Trust lotta tra manager e storici dell’arte

Un progetto interno vuole rinnovare la onlus inglese fondata nel 1894: le conseguenze sono potenzialmente devastanti

Scorcio della galleria settentrionale di Petworth House, edificata alla fine del Seicento nel Sussex: è una delle più belle dimore storiche d’Inghilterra, ricca di capolavori. © National Trust/Andreas von Einsiedel

Dopo il British Museum, la National Gallery, il Victoria & Albert Museum e le Tate Galleries, qual è il più importante museo del Regno Unito? La risposta è: il museo diffuso in tutto il Paese delle centinaia di dimore storiche, uniche per la loro combinazione di edifici a volte grandiosi, di parchi splendidamente progettati e del loro contenuto storico e artistico in gran parte intatto grazie alla pratica secolare della primogenitura.

Tra i grandi nomi di cui è possibile vedere le opere (perché queste residenze sono quasi tutte aperte al pubblico) vi sono Michelangelo, Tiziano, Van Dyck, Holbein, Sebastiano del Piombo, Canova, Canaletto, Leonardo, Rembrandt, Velázquez, Constable, Poussin e Turner, così come i ritratti più ovvi di Reynolds, Gainsborough e Lawrence, per non parlare dei mobili di Chippendale o realizzati per la corte francese, e dei tessuti, arazzi, disegni, argenti, ceramiche, antichità, libri rari e archivi. Nemmeno in Italia, così ricca di arte, c’è un equivalente di Chatsworth o Petworth, per esempio.

Chatsworth House è in mano a privati, Petworth appartiene al National Trust, che, a dispetto del nome, non è un ente pubblico ma una onlus fondata nel 1894, con 5,9 milioni di soci, 28 milioni di visitatori all’anno, 500 proprietà (di cui 20 straordinarie, come Petworth, e circa 150 molto belle, con i loro contenuti originali), 250mila ettari di terreno e un budget annuo di 681 milioni di sterline (circa 761 milioni di euro) con un utile operativo di 6,1 milioni di euro nel 2019.

In agosto, sui media britannici è scoppiato un acceso dibattito sui piani trapelati dall’interno del National Trust su come risponderà alla perdita di 200 milioni di sterline causata dal Covid-19. Le persone che apprezzano l’importanza unica delle dimore sospettano fortemente che si tratti di un tentativo di declassare il ruolo che sia le dimore sia i curatori giocheranno nella futura politica del Trust, il quale privilegia la sua componente paesaggistica e vuole utilizzare molte delle sue residenze come centri comunitari dove le persone possano «trovare informazioni sull’artigianato, l’orticoltura, la storia, l’architettura e l’identità personale». Questo, si teme, richiederà di collocare nei depositi ciò che è ora esposto, come dichiarato nel piano decennale del Trust redatto da Tony Berry, un ex uomo di marketing.

La questione ha tutte le caratteristiche di una lotta di casta tra manager e specialisti dei beni artistici, del tipo che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni e che aveva sconvolto i musei britannici negli anni Ottanta e Novanta, concludendosi poi con il pieno riconoscimento che gli specialisti devono avere la precedenza, ma in stretta collaborazione con gli esperti di gestione. Cioè, ognuno deve rispettare gli obiettivi degli altri e tutti devono cercare di parlare la stessa lingua. Ma questo è stato ignorato da Berry, che nel suo progetto di riforma parla invece dell’«esperienza obsoleta delle dimore storiche» e dichiara di voler «rivedere l’offerta delle nostre dimore per creare esperienze più attive, divertenti e utili e andare incontro a ciò che il pubblico cercherà in futuro». E, cosa per molti scioccante, dichiara di voler «ridurre» lo status del Trust nel suo ruolo di «importante istituzione culturale nazionale paragonabile al British Museum, Victoria & Albert Museum, Tate, Bbc».

Il documento è stato reso noto all’interno del Trust a luglio, due mesi dopo la sua stesura e contemporaneamente all’annuncio dei tagli di curatori. Ciò sembra confermare che i due atti sono strettamente collegati e che sono entrambi la conseguenza finale di una linea di pensiero di stampo manageriale che esiste da tempo: è la natura stessa delle dimore a creare imbarazzo.

Torniamo indietro di cinque anni, al 2015: a Ickworth, la grande residenza neoclassica progettata da Mario Asprucci il Giovane per il conte vescovo di Bristol, i mobili vengono rimossi dalla biblioteca (che ospita anche un bel Velázquez) e sostituiti con dei (più comodi?) pouf. Quello stesso anno l’allora direttrice generale del Trust, Helen Ghosh, rilascia un’intervista al «Daily Mail», in cui dichiara: «Dentro le nostre grandissime dimore [...] c’è tanta roba [...]. Dovremmo scegliere un solo capolavoro, metterlo al centro della stanza e illuminarlo molto bene». Sostiene anche che le dimore sono luoghi in cui «le classi superiori si sentono a loro agio perché fanno parte della loro vita culturale». In altre parole, le residenze storiche sono troppo elitarie e snob.

A questa tendenza egualitaria, si aggiunge ora un profondo disagio per il fatto che alcuni dei committenti di queste grandi dimore erano ricchi perché commerciavano con le colonie oppure, direttamente o indirettamente, sfruttavano la schiavitù. Così, aprire al pubblico le dimore semplicemente com’erano quando gli aristocratici vi abitavano è diventato prova di insensibilità o, peggio, di censura di una storia scomoda.

Mentre è giusto rispondere alla necessità di fornire interpretazioni nuove e più critiche sulle origini delle dimore e delle loro collezioni, è sbagliato gettare il bambino con l’acqua sporca. Il National Trust adesso sta licenziando 1.200 dipendenti, dopo aver aumentato negli ultimi due anni il suo organico di mille persone. Tutti i 40 posti di curatore regionale sono stati eliminati, mentre sono a rischio di licenziamento i quattro specialisti nazionali in pittura e scultura, arti decorative, tessuti e biblioteche. Queste figure devono ora competere con i manager per i rinnovati incarichi dopo la nuova divisione delle collezioni per secoli, non più per genere. I tagli, tuttavia, faranno risparmiare meno di un milione di sterline, una somma veramente esigua. Come ha detto un ex curatore, sarà «come avere letti d’ospedale pieni di pazienti, ma nessun medico per diagnosticare o curarli».

Questo episodio dimostra che la direttrice generale, Hilary McGrady, ex specialista di marketing, e i suoi 11 amministratori, uno solo dei quali ha una formazione in campo museale e artistico, non capiscono che sono proprio i curatori (e non i «Directors of Experience [sic]») le figure più adatte a interpretare le dimore e le loro collezioni, così come i curatori del Victoria & Albert Museum hanno imparato a spiegare le loro collezioni al pubblico con intelligenza e senza supponenza. Ma soprattutto dimostra che la leadership del National Trust sembra non comprendere la sua enorme responsabilità riguardo a uno dei più grandi tesori artistici e storici dell’umanità. Nemmeno i bolscevichi avevano messo nei depositi l’arte dell’Ermitage dopo la Rivoluzione: nominarono, invece, curatori che se ne occupassero e mantenessero aperto il museo.

Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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