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Mostre

I fuochi d'artificio di Luca Giordano al Petit Palais

Tra i capolavori in mostra, il San Michele Arcangelo dell’Ascensione a Chiaia e gli autoritratti

Luca Giordano, «Venere, amore e satiro», 1670 ca

Parigi. Ci sono esposizioni che si dipanano lentamente sul filo di un racconto, e altre che preferiscono i fuochi di artificio. Sarà perché di Napoli si parla, ma mi pare si debba essere molto grati a Stefano Causa, curatore dell’esposizione «Luca Giordano. Le triomphe de la peinture napolitaine» (a Parigi, Petit Palais, dal 14 novembre al 23 febbraio), per aver scelto la seconda via, facendo precipitare da subito lo spettatore nel crepitio della miglior pittura giordanesca, un’esplosione felice, un inno, di quelli che forse solo Tiepolo saprà orchestrare.

Sì, perché Giordano, non a caso soprannominato «Luca fa presto», è in grado di dipingere metri quadri di superfici senza lasciar trasparire il benché minimo sforzo. A rappresentare quest’ora felice è stato scelto un pugno di capolavori, uno su tutti il San Michele Arcangelo dell’Ascensione a Chiaia, che, messo in rapporto con la scultura omonima di Lorenzo Vaccaro, permette di cogliere d’acchito la traccia profonda lasciata dal barocco giordanesco nella cultura figurativa partenopea.

Ma non solo di poesia parla la mostra, essa racconta anche dettagliatamente la storia dell’artista attraverso i suoi autoritratti, le sue prove iniziali, quasi mimetiche verso artisti molto diversi da lui, e soprattutto il confronto con Caravaggio e Ribera. Ancora nel 1650 a Napoli non si poteva non dirsi caravaggeschi, Giordano non fa eccezione.

Le straordinarie prove degli anni Sessanta sono qui confrontate con dipinti di Ribera e Mattia Preti. Nelle pale barocche, come nel dramma dei «Filosofi», la qualità delle opere in mostra non conosce cedimenti: la buona pittura è stata di fatto il faro dell’esistenza dell’artista, e qui è squadernata fino alle ultimissime splendide tele per i Girolamini di Napoli.

Giordano al Petit Palais non è certo una circostanza ovvia. A sentire il suo accreditato biografo, Bernardo De Dominici, dopo dieci anni spesi a Madrid, il pittore si guardò bene dall’accettare l’invito di Luigi XIV a lavorare per la corte di Parigi, e preferì tornarsene nei vicoli dell’amata Napoli. Eppure, tra le sale del monumentale palazzo parigino, il vecchio maestro napoletano sembra muoversi totalmente a suo agio: il linguaggio della vera pittura è certamente internazionale, ma non basta: qui, a sorpresa, sembrerebbe anche universale.

Maria Cristina Terzaghi, edizione online, 13 novembre 2019


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