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Padova

Il ’900 nasce da un incubo

Fernando Mazzocca parla della prima ricognizione completa del Simbolismo italiano

Giovanni Segantini, «Petalo di Rosa», 1891 Collezione privata. Foto Alephcomo

Padova. La mostra «Il Simbolismo in Italia» è una rivisitazione a tutto campo di questo movimento, mai indagato prima d’ora nella sua autonomia se non quale episodio del Simbolismo europeo. La rassegna, realizzata dalla Fondazione Bano con la Fondazione Antonveneta, è in programma a Palazzo Zabarella dal primo ottobre al 12 febbraio (catalogo Marsilio). A cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi, con il contributo di Maria Vittoria Marini Clarelli, direttrice della Gnam di Roma, è articolata in nove sezioni: il mistero della maternità; i protagonisti; il paesaggio; il mistero della vita; l’abisso (rappresentazione del mito); l’allegoria; Eros e Thanatos; la sala del sogno e, infine, l’immaginario in bianco e nero. Abbiamo chiesto a Fernando Mazzocca di illustrarci i punti salienti. 
Si tratta della prima ricognizione del Simbolismo italiano?
È vero: nelle mostre precedenti di Ferrara e Roma («Il Simbolismo. Da Moreau a Gauguin a Klimt»; cfr. n. 262, feb. ’07, p. 27, Ndr), infatti, al Simbolismo italiano era dedicata solo una sezione nell’ambito del più ampio movimento europeo.
Questo ha comportato una rivisitazione critica del movimento?
Certamente abbiamo tenuto conto degli studi in questo campo, in particolare della monografia La pittura simbolista italiana. 1885-1900, di Anna Maria Damigella, pubblicata da Einaudi nel 1997, ma l’importanza della mostra è soprattutto nel numero (più di 120) e nella qualità delle opere, molte delle quali inedite, da collezioni private.
Ci sono novità anche nelle datazioni?
Possiamo considerare due inizi: il 1886, anno di fondazione, per iniziativa di Nino Costa, della  società «In arte libertas» che esordì con l’edizione, illustrata da Giulio Aristide Sartorio, della Isaotta Guttadauro di Gabriele d’Annunzio. Il secondo è il 1891, quando, alla Triennale di Brera furono esposte, insieme, «Le due madri» di Giovanni Segantini e «Maternità» di Gaetano Previati, riproposte a Padova all’inizio del percorso. Più intima quella di Segantini, più mistica quella di Previati: è l’esordio di una pittura per idee, che fa riferimento all’inconscio.
Riguardo alla conclusione della mostra, il riferimento è alla Sala del sogno allestita alla Biennale di Venezia del 1907. Quante opere siete riusciti a reperire?
Non tutte, ma una parte significativa di quelle che vi figuravano, dalla scultura di Edoardo de Albertis, che era messa a sovrapporta alla sala, a Galileo Chini, che curò anche l’allestimento; da Alberto Martini a Plinio Nomellini e Guido Marussig.
Il Simbolismo si inscrive nell’Ottocento o nel Novecento?
Si inserisce tra due civiltà. Anche in ambito letterario, non dimentichiamo che i suoi esponenti più importanti furono D’Annunzio e Pascoli. Per quanto riguarda il versante artistico, Morbelli e Pellizza, aderendo al Divisionismo, si ricollegano alle teorie scientifiche dell’Ottocento. È anche vero, però, che queste segnano il superamento dell’Impressionismo e preludono al Futurismo. In questo senso il Simbolismo rappresenta un’anticipazione del Novecento. Basti pensare alle opere di Boccioni e Balla.
Esistono differenze all’interno del Simbolismo italiano?
Quello dell’Italia centrale, di  Sartorio, che esegue anche il fregio per la Camera dei Deputati, o di Adolfo De Carolis,  è più legato alla tradizione; quello settentrionale (Milano e Venezia), di Pellizza, di Morbelli o di Martini, è più aperto alle innovazioni.
Nel percorso sono inserite anche sculture di Pietro Canonica e arredi di Carlo Bugatti.
Abbiamo voluto rappresentare il Simbolismo anche nell’ambito della scultura e delle arti decorative. Canonica è autore rappresentativo del Simbolismo (si pensi, ad esempio, all’opera «Abisso»), anche se nel suo museo romano prevale l’aspetto celebrativo; quanto a Bugatti, imparentato con Segantini, può essere considerato simbolista per l’uso creativo dei materiali impiegati, come la pergamena e il rame.
Un’attenzione particolare è riservata alla grafica.
Con contributi molti significativi, come l’illustrazione di un racconto di Poe di Gaetano Previati, gli inchiostri prefuturisti di Boccioni, l’omaggio a Nietzsche di Russolo o la forza visionaria di Alberto Martini.
Amore e morte; eroi del mito e  abisso: si oscilla tra una visone ottimistica e una pessimistica. A suo giudizio, quale prevale?
La dimensione eroica non è da sottovalutare, ma credo che, alla fine, prevalga il senso dell’abisso e della morte: il Simbolismo contrapposto all’ottimismo della Belle Epoque.

© Riproduzione riservata

Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 313, ottobre 2011


  • Giulio Aristide Sartorio, Malaria, 1905 ca, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Foto Giuseppe Schiavinotto
  • Giuseppe Mentessi, «Gloria!», 1901 Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali Foto Giuseppe Schiavinotto
  • Gaetano Previati, Il Sogno, 1912 Collezione privata
  • Gaetano Previati, «Notturno», 1909. Fondazione il Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera
  • 2. Franz von Stuck, Il Peccato, 1908  Palermo, Galleria d’Arte Moderna “E. Restivo” (Su concessione della Galleria d’Arte Moderna E. Restivo, Palermo, foto Giacomo D’Aguanno)
  • Giovanni Segantini, L’amore alla fonte della vita, 1896 Galleria d’Arte Moderna, Milano Foto Fabio Saporetti
  • Fernando Mazzocca

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