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Musei

Il MoMA è nuovo come quello vecchio

Il museo newyorkese finalmente riaperto ha rimescolato la sua magnifica collezione e si ripresenta nello spirito del suo fondatore Alfred Barr

Una veduta esterna dell’entrata Canopy del nuovo MoMA di New York. Foto di Iwan Baan

New York. L'espansione del MoMA, progettata dagli architetti Diller, Scofidio + Renfro in collaborazione con Gensler e durata dieci anni, regala al museo altri 4.300 mq ca. La sede è ora collegata alla torre residenziale di Jean Nouvel recentemente ultimata, con un nuovo edificio tra i due corpi.

Per Ann Temkin, chief curator di pittura e scultura, era stato subito chiaro che nessun ampliamento avrebbe mai consentito al museo di esporre la ricchezza della sua collezione. Così è nata l’idea del continuo riallestimento ogni sei-nove mesi. Quello che i curatori hanno allestito al momento è un ripensamento del canone moderno, abbandonando la rassicurante tradizione del museo che puntava sugli «ismi».

Opere di diversi movimenti e continenti ora convivono nel medesimo spazio. Il museo ha anche abbandonato le vecchie divisioni tra pittura e scultura, disegni e stampe, architettura, design e fotografia. La galleria 501 custodisce i postimpressionisti che hanno fatto la storia della nascita del Modernismo («Notte stellata» di Van Gogh e «Bagnante» e «Ragazzo dal panciotto rosso» di Cézanne oltre a selezioni di Vuillard e Seuraut), ma sono proprio le opere inaspettate a mettere in evidenza questi capolavori.

Contenitori in terracotta dell’artista del Mississippi Goerge Ohr (1857-1918) riecheggiano le forme scultoree del «Castello nero» (1903-04) e del «Bagnante» (1885 ca) di Cézanne. Un intrigante disegno a carboncino di Odilon Redon del 1882 raffigurante una mongolfiera a forma di occhio fa osservare con ancora maggiore interesse lo stravagante «Ritratto di Meijer de Haan» (1889) di Gauguin. Ma prima di approfondire questi dettagli si coglie uno scorcio della galleria 502 oltre una porta sulla destra, con un allestimento in stile Salon di fotografia e film di inizio secolo.

Qui c’è un tesoro rimasto per decenni negli archivi: «Bert Williams: Lime Kiln Club Field Day», una commedia sulla borghesia girata con un cast interamente afro-americano a partire dal 1913. Eppure «La notte stellata» e Cézanne sono sempre lì, fa notare Roy. Quale di queste storie colpirà di più l’osservatore? Rajendra Roy, chief curator per il settore cinematografico del MoMA, immagina giovani visitatori che dicono ai loro amici dopo aver visto il MoMA: «Ragazzi, dovete vedere questo film di Bert Williams, e c’è anche un quadro troppo figo con un cielo davvero intrippante».

La fase uno dell’ampliamento, presentata a giugno 2017, ha proposto un’ala est rimaneggiata con una lobby piena di luce e nuovi servizi tra cui lounge, bookshop, caffè e guardaroba e vasti spazi per le mostre temporanee. La fase due ha riguardato interamente la collezione. Il museo possiede circa 200mila pezzi; pittura e scultura incidono per meno del 2%. Ma storicamente la collezione non ha mai esposto molto altro oltre a quadri e statue: fotografie, design, disegni e stampe venivano mostrati a rotazione costante, vista la natura delicata di questo materiale. È diventato perciò evidente a tutto il cda che il museo aveva bisogno di una rotazione sistematica delle gallerie permanenti. Il MoMA ha anche organizzato tre spazi per le mostre temporanee.

Il più grande, una presentazione di opere astratte di importanti artisti latino-americani, attinge principalmente a lavori donati al museo da Patricia Phelps de Cisneros. Una mostra dedicata a Betye Saar esplora il rapporto tra il suo assemblage del 1969 «Black Girl’s Window», opera nella collezione permanente, e la pratica di stampa sperimentale dell’artista.

Un’altra mostra è focalizzata sulle performance storiche dell’artista multidisciplinare Pope L. Sono attesi molti visitatori anche al nuovo Studio del MoMA, uno spazio ad hoc per la performance e le installazioni. Con tutti questi cambiamenti, è facile dimenticare che il MoMA è stato un’idea radicale fin dall’inizio. Suzuki descrive il nuovo corso come un ritorno agli ideali del direttore e fondatore del museo Alfred Barr e alla sua nozione del museo come laboratorio per la sperimentazione.

Dale Berning Sawa, edizione online, 22 ottobre 2019


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