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La cresta di Stato (taccagnerie ministeriali)

Note in margine a un accordo tra la Direzione generale Musei ed Electa

Il cortile dei vecchi nel Complesso di San Michele a Ripa, sede della Direzione Generale dei Musei

Per aiutare la ripresa post Coronavirus del nostro patrimonio culturale sono molte le azioni che sembrano necessarie tanto sul piano della ricerca e della tutela, quanto su quello della valorizzazione e gestione. In attesa che un’accelerazione delle riforme aiuti anche in questo campo l’Italia della cultura a uscire dal baratro della pandemia, nei felpati corridoi del Mibact lo spirito miope e taccagno dello Stato proprietario di tradizione papalina sembra trovare invece spazi inattesi.

Tra gli accordi quadro conclusi dalla Direzione generale Musei con varie aziende, porta la data di giugno quello siglato con Electa, che mette nero su bianco i balzelli che l’editore dovrà versare al Ministero per l’utilizzo del milione di immagini del patrimonio culturale pubblico di cui è da decenni in possesso. Si tratta di percentuali che spaziano tra il 25% e il 40% dell’importo fatturato «per la riproduzione finalizzata all’utilizzo» di quelle immagini, che si accompagnano a procedure odiose (le immagini di proprietà di Electa possono essere poste in consultazione in rete solo a bassa risoluzione e con marchiatura digitale, quasi a materializzare il marchio dell’infamia di Stato) o semplicemente stolide (l’uso deve essere compatibile con l’aspetto e il decoro del bene: capito, monsieur Duchamp?).

La macchina della «cresta di Stato» si correda poi ovviamente di trafile burocratiche che il contraente si impegna a osservare con previsione di consegna, alla Direzione generale e a ciascuna direzione di ogni museo autonomo, di tanto di bilanci certificati e relazioni asseverate del legale rappresentante e dei revisori dei conti ecc. ecc., al netto di occhiute ispezioni e via semplificando.

Certo, aziende dalle spalle forti come Mondadori e la sua Electa non hanno forse neanche il tempo di stare ad ascoltare il tintinnar di chiavi dell’avaro, che tiene chiusi in cantina i suoi beni. Firma e pensa ad altro. All’ombra delle criticità, che la pandemia ha provocato nei siti del patrimonio di cui Electa cura la valorizzazione (primo fra tutti il Parco del Colosseo a Roma), immagino ci siano ben altre gatte da pelare e posti di lavoro da tutelare prima di aver tempo per ascoltare simili quisquilie.

Perché qui sta il punto. L’iniziativa dello Stato taccagno prende le mosse dall’ufficio diretto dal dottor Antonio Tarasco, dotto giurista e dirigente di prestigio della Direzione generale Musei del Mibact, il quale sa meglio di chiunque altro (ci scrive anche libri sopra… [«Diritto e gestione del patrimonio culturale», Laterza]) che gli introiti, che la Pubblica Amministrazione ricava dalle royalties imposte sull’uso delle immagini del patrimonio di tutti (un bene immateriale!), rappresentano un miserrimo zero virgola del bilancio di quel Ministero, che pure avrebbe come finalità prima (art. 9, comma 1 della Costituzione) la diffusione della cultura…

Ispirato dalla convinzione che il pareggio di bilancio indicato dall’art. 97 della nostra Costituzione si raggiunga andando a mettere antipatici ostacoli e occhiute vigilanze su quello che gli italiani vorrebbero fare con le immagini delle opere e dei monumenti che appartengono a ciascuno di loro e alla storia di tutti, il nostro dirigente sbandiera per i corridoi ministeriali l’affarone che lo Stato finalmente farebbe mostrando i muscoli della sua spilorceria. Evidentemente glielo lasciano fare, perché ha dalla sua alcuni pessimi articoli del Codice Urbani che disciplinano la riproduzione dei beni culturali (artt. 107-108), scritti a suo tempo con i piedi, che andrebbero semplicemente cestinati perché confondono allegramente beni materiali e beni immateriali in un indigeribile fritto misto.

La richiesta di modifiche radicali in senso liberale e sociale viene peraltro anche dall’Associazione Nazionale degli archivisti e, in particolare, da Icom Italia, la prestigiosa associazione degli operatori museali, che nel corso di una recente audizione in Senato ha proposto di eliminare qualsiasi riferimento al limite del lucro presente in quegli articoli. Un mese prima, una risoluzione della Commissione Cultura della Camera aveva chiesto intanto di impegnare il Governo a rendere libero il rilascio delle immagini delle collezioni museali in rete e di permettere a chiunque di riusare liberamente le proprie riprese fotografiche di monumenti posti sulla pubblica via.

Or dunque, che fare? Poiché il dottor Tarasco è anche un leale servitore dello Stato, lo invitiamo da queste colonne a prendere un impegno solenne davanti alla collettività e a ripresentarsi alla pubblica opinione quel fatidico 30 aprile del prossimo anno, quando Electa avrà pagato il balzello dovuto per l’uso delle immagini del patrimonio in suo possesso, per dirci coram populo:
• a quanto ammonterà l’introito portato nelle casse del Mibact da questa tassa;
• quanto sarà costata al medesimo Ministero la gestione amministrativa dell’odioso balzello;
• quale sarà il consuntivo del rapporto costi/benefici di questo bel capolavoro. Alla società civile spetterà semmai l’ingrato compito di calcolare, al netto della perdita di prestigio che tutto ciò comporta per il Mibact, quanto grave sia il distacco che queste improvvide iniziative di taccagneria di Stato producono fra la Pubblica Amministrazione e la cittadinanza: ferite che richiedono poi grandi spese e grandi energie per essere suturate.

In tutto questo, il ministro Franceschini (al quale i libri di storia consacreranno una menzione speciale per aver avviato nel 2014 un processo di liberalizzazione dell’uso sociale del patrimonio, poi arenatosi) appare comprensibilmente occupato in ben altre vicende, che forse non gli lasciano spazio e tempo per guardare a queste piccole, in realtà grandi, questioni che allontanano i cittadini da uno Stato spilorcio e aspirante strozzino. Ma in quei corridoi che cosa pensa Lorenzo Casini, stimato giurista prestato alla delicata funzione di capo di Gabinetto e ben consapevole dei rischi insiti negli atteggiamenti «proprietari» da parte dello Stato in questo campo? Che cosa pensa Salvo Nastasi, esperto Segretario generale di quel Ministero? Che cosa penserà il nuovo direttore generale dei nostri Musei statali, che prenderà il posto sin qui tenuto dall’ottimo Antonio Lampis?

Vicende di squallido, piccolo cabotaggio come queste non riporteranno al Ministro e ai suoi collaboratori le simpatie di quella parte più conservatrice degli addetti al patrimonio, che guardarono come il fumo negli occhi, ostacolandola in ogni modo, la fase riformatrice del primo Ministero Franceschini. Rischiano invece di allontanare dal Mibact il sostegno di quanti allora accompagnarono con fiducia quella ispirazione innovatrice, foriera di speranze che oggi purtroppo sembrano andar deluse.

C’è una via di uscita? Forse sì. L’accordo quadro taccagno vale «nelle more dell’entrata in vigore del Piano nazionale per la digitalizzazione del patrimonio culturale». Quel piano (una grande occasione per restituire il patrimonio alla cittadinanza) è ora affidato alle cure dell’architetto Laura Moro, dirigente del Mibact di lungo corso e, si presume, di più larghe vedute. Speriamo.

Daniele Manacorda, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020



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