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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliPer secoli, dall’epoca classica agli albori del Novecento, l’arte è stata l’ambito dove un insieme di regole e conoscenze tecniche sono state in grado di produrre qualcosa in modo armonico e funzionale. Misura, bellezza, rappresentazione. Un universo di senso utile da tenere a mente quando si vuole analizzare la radicalità di una corrente come l’Informale. Il termine fu diffuso dal critico francese Michel Tapié, che nel 1951 organizzò la mostra «Signifiants de l’informel» e che nel 1952 pubblicò il libro Un art autre (Un’arte altra), fondamentale per la definizione del movimento. Art informel, dunque, arte senza forma. Di cosa si compone, allora, un’arte che nega se stessa o almeno tutto ciò che è stata in precedenza? La risposta emerge nelle trame intense e materiche che Dellupi Arte propone nella mostra «Informale 360», visitabile fino al 24 aprile. L’esposizione si configura come un’esplorazione delle varie declinazioni della corrente, qui in ogni caso caratterizzata da una pittura astratta e spontanea, lontana da schemi prestabiliti. Il percorso prende avvio da due protagonisti assoluti dell’astrazione europea del dopoguerra come Hans Hartung e Georges Mathieu. Entrambi hanno fatto del gesto pittorico un linguaggio autonomo, rifuggendo totalmente la figura, ma con esiti profondamente diversi. Hartung ha sviluppato una pittura alimentata da segni veloci e nervosi, graffi e linee che incidono la superficie della tela come una scrittura emotiva. Mathieu, al contrario, ha portato la pratica pittorica verso una dimensione spettacolare, quasi performativa. Le sue composizioni sono attraversate da colpi di pennello improvvisi, esplosioni cromatiche e dinamiche che diffondono scariche d’energia lungo la superficie.
Accanto a questi maestri internazionali si collocano figure centrali dell’Informale italiano, come Carla Accardi ed Emilio Vedova. Accardi indaga il segno in chiave ritmica e luminosa, costruendo superfici dove linee e trame sembrano muoversi secondo una partitura visiva. Vedova, invece, sviluppa uno stile più drammatico e gestuale, dominato da contrasti forti e da un movimento quasi tumultuoso del colore, che riflette le tensioni politiche e sociali del dopoguerra. La mostra apre poi a un dialogo intercontinentale. I giapponesi Hisao Domoto e Toshimitsu Imai introducono nella ricognizione una componente vicina alla calligrafia e alla meditazione del gesto. I colori liquidi, delicati, trasparenti, conducono l’immaginario verso una sensibilità orientale, seducente e sognante. Anche l’americano Paul Jenkins costruisce superfici attraversate da flussi di colore liquido, dove le colature diventano struttura compositiva. Più lirica e stratificata la ricerca del belga Maurice Wyckaert, che combina materia e cromie in campiture vibranti. Alcune presenze contemporanee mostrano infine la contemporanea evoluzione dell’Informale. Katrin Fridriks, Yanyan Huang e Shōzō Shimamoto sono l’esempio di come il gesto, la materia e l’imprevedibilità del processo creativo possano ancora generare visioni, forse più che immagini nuove. Del resto, è probabilmente qui il senso ultimo dell’Informale, ieri come oggi: dimostrare come la pittura non sia soltanto qualcosa di armonico e funzionale, ma azione, presenza, traccia viva e tangibile di un gesto. Un gesto, liberato da ogni obbligo di rappresentazione, che continua ancora oggi a ridefinire le possibilità stesse dell’arte.