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Nicolò Minisi
Leggi i suoi articoliA Reggio Emilia si apre una soglia. Un luogo in cui il segno smette di essere solo traccia e decide di farsi struttura; come scrive Henry Moore: «nella pienezza della sua realtà spaziale un organismo si attiva nel rapporto con il corpo di chi osserva». In Floating Shapes di ARIS negli spazi di SPAZIOC21 fino al 18 aprile dove prendono forma numerose figure rubate alla realtà. Profili che si incastrano, volti che emergono per assenza, campiture blu attraversate da vibrazioni leggere, quasi frizioni visive. È un continuo gioco tra positivo e negativo, tra presenza e mancanza. L’occhio non si ferma mai su un’immagine stabile, perché ogni sagoma contiene già la successiva. La poetica di ARIS nasce dal writing degli anni Novanta, da un rapporto viscerale con il muro e con lo spazio urbano. Anche qui quel passato non è citazione, ma memoria tattile. Il segno conserva qualcosa di murale, una tensione che sembra sempre sfidare il limite dell’architettura. È come se la superficie continuasse a essere percepita come un campo di azione, uno spazio da attraversare più che da occupare. Le sagome in metallo, prima compresse sulla superficie, si separano e si attraversano nello spazio reale. Sono lame morbide. Camminandoci intorno, l’opera cambia continuamente configurazione: un volto appare, poi si dissolve; una linea diventa ombra; un vuoto improvvisamente pesa quanto una massa. Le sculture modulano lo spazio e rendono visibile l’aria tra un piano e l’altro, facendo lavorare la luce come materiale aggiuntivo. In tutta la mostra si avverte un’idea di interdipendenza.
SPAZIOC21, ARIS, Veil I, 2026, Ph Alessandro Bonori
SPAZIOC21, ARIS, Concrete I, 2026, Ph Alessandro Bonori
Le figure non sono mai isolate, ma sempre in relazione. Ogni profilo nasce dal contatto con un altro. È un equilibrio instabile, in cui la forma è sempre sul punto di mutare. Più che immagini compiute sembrano configurazioni temporanee, come se il segno potesse ancora spostarsi, slittare, riorganizzarsi. Questa instabilità è un sistema aperto, dove il segno continua a trasformarsi mantenendo una propria coerenza interna. Le figure sembrano crescere l’una dentro l’altra, come organismi che condividono lo stesso spazio vitale. Basta cambiare posizione perché ciò che prima era figura diventi sfondo e ciò che era vuoto inizi a funzionare come forma. Anche i materiali contribuiscono a questa ambiguità percettiva. La ceramica trattiene il gesto del disegno con una certa gravità, quasi fosse un segno sedimentato, mentre il metallo alleggerisce le forme. Le superfici riflettono la luce in modo discreto e sono spesso le ombre a completare il lavoro, disegnando nuove linee sulle pareti e sul pavimento. In alcuni momenti sembra quasi che le sculture traccino nello spazio più di quanto lo occupino. Floating Shapes lavora su questa soglia: tra pittura e scultura, tra superficie e ambiente, tra immagine e presenza. Il segno che nasce sul muro o sul foglio qui si espande e diventa struttura abitabile. Non chiede soltanto di essere guardato, ma attraversato con il corpo e con lo sguardo. Alla fine della visita resta la sensazione di aver assistito a un processo più che a una forma definitiva. Come se ogni opera fosse solo una configurazione momentanea di qualcosa che potrebbe continuare a trasformarsi. Un sistema di figure che fluttua e che trova la propria stabilità proprio nel continuo mutare.
SPAZIOC21, ARIS, Floating shapes II, 2026, Ph Alessandro Bonori
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