Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Alice Baber, The Day the Jaguar Called the Wind (from Sacred Space Series), 1981

Image

Alice Baber, The Day the Jaguar Called the Wind (from Sacred Space Series), 1981

Alice Baber e il colore come luogo sacro

La mostra da Phillips ripercorre oltre vent’anni di lavoro della pittrice, dal 1959 al 1981, tracciando l’evoluzione di un linguaggio che si affina senza mai perdere intensità

Camilla Sordi

Leggi i suoi articoli

Ci sono artisti che la storia dell’arte non dimentica, ma mette in pausa. Alice Baber è una di queste. A lungo rimasta ai margini del grande racconto dell’espressionismo astratto americano, oggi torna al centro della scena con Alice Baber: Sacred Spaces, la mostra che Phillips New York ospita dal 6 al 26 marzo e che segna un passaggio decisivo nella riscoperta critica e di mercato della sua opera.

Baber non è mai stata un’astrattista “rumorosa”. Mentre il gesto pittorico maschile di Pollock e De Kooning dominava la scena newyorkese del dopoguerra, la sua pittura si muoveva in una direzione diversa: più interna, più silenziosa, costruita su campi cromatici che respirano e vibrano come superfici emotive. Il colore, per lei, non è decorazione né pura struttura formale, ma esperienza. Un luogo da abitare. Un vero e proprio spazio sacro.

La mostra da Phillips ne ripercorre oltre vent’anni di lavoro, dal 1959 al 1981, permettendo di seguire con rara chiarezza l’evoluzione di un linguaggio che si affina senza mai perdere intensità. I primi acquerelli e oli degli anni Sessanta, raramente visibili, rivelano una fase di ricerca cruciale. Forme ancora in tensione, cromie che si addensano e si aprono, come se la pittura stesse cercando il proprio ritmo interiore. Opere come «Bright Safe» (1965) mostrano già quella fiducia nel colore come forza portante dell’immagine, mentre lavori su carta come «Yellow and Red Support» dialogano idealmente con «Noble Numbers», oggi allo Smithsonian, confermando la centralità di Baber nel nascente Color Field painting.

Negli anni successivi la superficie pittorica si amplia, letteralmente e concettualmente. In tele come «The Axe in the Grove» (1966) o «Piper’s Message», il colore si muove in campi sovrapposti, attraversati da flussi di luce che suggeriscono movimento senza mai descriverlo. Non c’è narrazione, ma evocazione. Non c’è figura, ma presenza. È qui che la pittura di Baber trova la sua voce più riconoscibile in una spiritualità laica, fatta di stratificazioni cromatiche e di equilibri instabili, sempre sul punto di trasformarsi.

Il percorso si chiude con lavori degli anni Ottanta, tra cui «The Day the Jaguar Called the Wind» (1981), realizzato poco prima della morte dell’artista. In queste opere tarde il colore sembra aver raggiunto una libertà definitiva: meno vincoli, più respiro, una sorta di abbandono consapevole che rende ancora più tragica la fine prematura di Baber, scomparsa nel 1982 a soli 54 anni.

La mostra arriva in un momento particolarmente significativo. La pubblicazione della nuova biografia di Gail Levin, Alice Baber: An Artist’s Triumph Over Tragedy, e le concomitanti iniziative museali negli Stati Uniti stanno finalmente restituendo all’artista la complessità e l’importanza che merita. Non si tratta solo di un recupero tardivo, ma di una riscrittura necessaria. Quella di un canone che per troppo tempo ha ignorato voci non allineate al mito dominante dell’arte americana del dopoguerra.

Camilla Sordi, 10 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Nota finora per vendite legate alla moda e all’arte contemporanea, Joopiter prova a inserirsi in un mercato, quello dei fossili di dinosauro, che non è mai stato così vivo

Da David Zwirner a Gagosian, i giganti del sistema dell'arte internazionale riportano vendite significative in un clima di generale ottimismo

Battuta dalla casa d'aste danese Bruun Rasmussen, la medaglia presenta sul dritto il volto solenne di Zeus che regge la dea Nike con un ramo d'ulivo, mentre sul rovescio spicca l'Acropoli di Atene con il Partenone

 Si tratta di «Gold Cup Maradona», un bronzo alto oltre quattro metri e proposto per la prima volta all’incanto con una stima di 300-400 mila sterline

Alice Baber e il colore come luogo sacro | Camilla Sordi

Alice Baber e il colore come luogo sacro | Camilla Sordi