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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliLontano dal voler essere un premio per carriere già consolidate, lo Chanel Next Prize è nato come strumento di lavoro attivo nella ricerca artistica. Inserito nel quadro dello Chanel Culture Fund, il riconoscimento offrire risorse a pratiche che si muovono tra discipline diverse e che non rispondono a un’estetica o a un linguaggio dominante. I 10 vincitori dell’edizione 2026, proclamati il 19 gennaio, sono dieci artisti provenienti da contesti geografici e culturali differenti, attivi tra musica, cinema, danza, performance e arti visive. Ad accomunarli un modus operandi che mette in discussione i confini dei linguaggi e i formati tradizionali di produzione e fruizione. Pratiche ibride che si sviluppano tra corpo, suono, spazio, immagine e tecnologia, difficili da ricondurre a categorie stabili. Il premio consiste in un contributo di 100mila euro per ciascun vincitore senza vincoli di destinazione, affiancati da un programma di accompagnamento di due anni basato su mentorship, scambi e accesso a reti istituzionali internazionali. L’obiettivo non è indirizzare la ricerca né produrre risultati immediati, ma creare le condizioni per un avanzamento autonomo del lavoro.
La selezione, affidata a una giuria internazionale che opera in forma riservata, privilegia il potenziale di sviluppo e la coerenza dei percorsi più che la loro spendibilità immediata. Il risultato è una fotografia del contemporaneo frammentata, ma precisa, che restituisce un’idea di futuro culturale come campo aperto di possibilità e pratiche in trasformazione. Un modello che accetta l’incertezza come parte integrante del lavoro artistico dando volutamente esito a una fotografia del contemporaneo parziale e intenzionalmente non pacificata. Le ricerche sostenute attraversano temi come il corpo, la memoria, il suono, lo spazio urbano, le tecnologie emergenti, spesso senza dichiarazioni programmatiche e senza l’urgenza di posizionarsi all’interno di dibattiti già codificati. Più che anticipare tendenze, questi lavori sembrano interrogare le condizioni stesse in cui l’arte viene prodotta, mostrata e recepita oggi. Tra i dieci vincitori Ambrose Akinmusire lavora sul jazz come forma aperta e politica, intrecciando composizione, improvvisazione e scrittura per costruire narrazioni sonore che parlano di identità, storia e tensioni sociali. Marco da Silva Ferreira parte invece dal corpo e dalla danza urbana per smontare i codici della coreografia contemporanea, trasformando movimento, ritmo e collettività in strumenti critici. Il suono e la performance sono centrali anche nella pratica di Pan Daijing, che lavora tra musica sperimentale, installazione e gesto performativo, costruendo ambienti sensoriali densi e spesso disturbanti. Il cinema è invece l’ambito di Payal Kapadia, il cui lavoro si muove tra finzione e documentario per raccontare memoria, intimità e condizioni sociali, con un linguaggio visivo rigoroso e non narrativo. Ayoung Kim opera poi all’incrocio tra arti visive, tecnologia e world-building, creando universi narrativi che riflettono su potere, temporalità e sistemi digitali. Le installazioni di Emeka Ogboh usano suono, voce e spazio pubblico per indagare migrazioni, economie informali e identità urbane, trasformando l’esperienza sensoriale in strumento di lettura politica. La dimensione performativa ritorna nel lavoro di Andrea Peña, che combina danza, ritualità e pratiche somatiche per esplorare il corpo come archivio culturale e luogo di trasformazione. Bárbara Sánchez-Kane attraversa moda, scultura e performance per mettere in discussione i codici di genere, potere e rappresentazione, usando l’abito come dispositivo critico. Pol Taburet lavora con pittura, disegno e installazione su immaginari ibridi e figure ambigue, dove il corpo diventa luogo di metamorfosi e tensione simbolica. Chiude il gruppo Álvaro Urbano, la cui pratica si sviluppa tra installazione e intervento ambientale, spesso in dialogo con architettura, natura e memoria, mettendo in scena spazi fragili e temporanei.
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