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Foto Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

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Foto Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Biennale di Venezia 2026, nessun artista italiano in mostra: ci siamo smarriti nell’introspezione?

In un mondo inesorabilmente iperconnesso, è difficile immaginare un’arte che non si confronti con temi che eccedono la dimensione puramente individuale

Corrado Benigni

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L'assenza di artisti italiani alla Biennale di Venezia 2026 ha sollevato negli ultimi mesi un dibattito ricorrente. Molti hanno spiegato l'esclusione sottolineando la fragilità del sistema dell'arte contemporanea italiana, poco competitivo internazionalmente, insieme a una parziale disattenzione strategica, oltre a scelte curatoriali orientate verso altre geografie. Alcune voci critiche hanno evidenziato un problema di promozione e di mancanza di istituzioni forti in grado di sostenere le carriere internazionali degli artisti italiani, a differenza di quanto invece accade per i colleghi stranieri appoggiati da grandi musei. Altri ancora hanno osservato che l'assenza sia un "falso problema", indicando una bassa qualità dell'arte contemporanea internazionale negli ultimi decenni o una tendenza dei curatori a privilegiare l'"esotismo" e le aree geografiche emergenti rispetto alla carta d'identità.

Valutazioni, almeno in parte, condivisibili, ma forse le ragioni profonde stanno altrove. Occorre prima di tutto domandarsi: quale narrazione riconoscibile, quale immaginario propone oggi l’arte italiana contemporanea? E, soprattutto, è ancora capace di narrare gettando uno sguardo critico sulla natura e la forma del mondo?

Se osserviamo il lavoro della maggior parte degli artisti italiani degli ultimi vent’anni, la risposta è negativa. Limitando il punto di osservazione al solo ambito artistico-fotografico (e post fotografico) i lavori di molti autori di casa nostra – anche (ma verrebbe da dire soprattutto) delle generazioni emergenti – sembrano concentrarsi esclusivamente su progetti legati all’introspezione e all’identità, agli archivi familiari, all’ecologia di prossimità, alle questioni di genere o razziali. Nulla in contrario, ci mancherebbe, si tratta di questioni tutte interessanti e persino rilevanti, ed è vero che questo è il linguaggio dominante del contemporaneo. Ma come vengono trattati questi temi? Come si inseriscono dentro un ecosistema narrativo radicalmente cambiato? Raramente si riscontra il coraggio di adottare uno “sguardo supervisionale”, di misurarsi davvero con la complessità e i grandi mutamenti sociali e geopolitici del nostro tempo, di intercettare e tradurre artisticamente le grandi questioni che lo attraversano. C’è un’oggettiva difficoltà a scalare grandi temi, a trasformare il vissuto individuale in lettura strutturale del presente. Così in molti casi l’introspezione diventa formula, estetica riconoscibile, quasi un format curatoriale.

Non si tratta, beninteso, di schiacciare il proprio lavoro creativo sull’attualità o peggio ancora sulla cronaca, ma di interrogare e interpretare ciò che accade nella nostra contemporaneità perturbata. In un mondo inesorabilmente iperconnesso, è difficile immaginare un’arte che non si confronti con temi che eccedono la dimensione puramente individuale. Anche perché la produzione e la gestione delle narrazioni non è più una prerogativa esclusiva del giornalismo e delle élites politiche.

In questo senso, la questione non riguarda solo gli artisti, ma il contesto in cui operano. L’Italia ha progressivamente perso centralità in diversi ambiti strategici e culturali, e questo si riflette anche nelle forme della produzione artistica, che tende più facilmente a ripiegarsi su scale ridotte e su orizzonti ravvicinati. Non è tanto un problema di qualità, quanto di posizione e di ambizione dello sguardo. Nel frattempo, il mondo si riconfigura attraverso tensioni e processi che ridefiniscono continuamente le mappe del potere, della tecnologia e delle risorse: dalle trasformazioni delle infrastrutture globali alle nuove geografie produttive, fino alle sperimentazioni urbane e ambientali che emergono in contesti extraeuropei. È anche da questi territori – spesso in Asia, Medio Oriente e Africa – che arrivano oggi alcune delle proposte più vitali dell’arte contemporanea.

Qualche eccezione di rilievo non manca in Italia. Il lavoro di Francesco Jodice e Armin Linke, ad esempio, da anni documenta e interpreta le trasformazioni globali e le infrastrutture tecnologiche, scientifiche e naturali. La loro pratica, ciascuno con la propria specificità, si concentra sulla relazione tra l’uomo, l’ambiente costruito e i sistemi di potere, utilizzando la fotografia come strumento di indagine sociopolitica ed ecologica. Non a caso, insieme a un autore della generazione precedente come Olivo Barbieri, che con i suoi site specific_ ha raccontato le trasformazioni delle megalopoli su scala globale, sono tra i pochi a suscitare un interesse continuativo anche fuori dai confini italiani.

Colpisce, allora, che proprio le generazioni più giovani – spesso iperconnesse, mobili, formate anche in contesti internazionali – tendano in larga parte a privilegiare pratiche introspettive. Ciò che sembra mancare non è tanto il tema, quanto l’ampiezza del dispositivo. Eppure, c’è ancora spazio per un’arte capace di articolare immaginari più larghi, di rimettere in circolo narrazioni complesse, di confrontarsi con ciò che eccede l’esperienza individuale. In fondo, alzare lo sguardo non significa abbandonare sé stessi, ma situarsi dentro il mondo.

Corrado Benigni, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Biennale di Venezia 2026, nessun artista italiano in mostra: ci siamo smarriti nell’introspezione? | Corrado Benigni

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