Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Laura Milan
Leggi i suoi articoliFosbury Architecture (FA), giovane collettivo di architetti composto da Giacomo Ardesio (1987), Alessandro Bonizzoni (1988), Nicola Campri (1989), Claudia Mainardi (1987) e Veronica Caprino (1988), è stato selezionato dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Ha vinto con il programma «Spaziale: Ognuno appartiene a tutti gli altri», che, articolato in due momenti, sta portando avanti nove interventi site specific in altrettanti luoghi del territorio italiano, i cui esiti saranno raccontati all’interno del padiglione. Abbiamo posto loro alcune domande per capire meglio chi è FA, come nasce, dove si forma e come la sua idea di architettura ha informato il progetto del prossimo padiglione nazionale a Venezia.
Siete cinque giovani architetti dai percorsi, bagagli e provenienza differenti. Qual è la vostra formazione e quanto incidono (o hanno inciso) le vostre esperienze di lavoro all’estero nella costruzione del vostro percorso di ricerca? Con chi lavorate oggi o avete lavorato in passato?
Abbiamo studiato tutti al Politecnico di Milano, frequentavamo gli stessi corsi e abbiamo deciso di fondare Fosbury Architecture come piattaforma per immaginare progetti autonomi e approfondire ricerche su temi che sentivamo come urgenti. Dopo la laurea alcuni di noi si sono trasferiti all’estero per collaborare con studi di fama internazionale. Altri hanno deciso di rimanere, ognuno seguendo le proprie aspirazioni e inclinazioni. Col tempo ci siamo resi conto che questa forma di cooperazione ci permetteva allo stesso tempo di sviluppare competenze individuali e arricchire i progetti collettivi.
Anche in questa fase che ci ha visti tutti concentrati sulla curatela del Padiglione Italia alla Biennale Architettura 2023 abbiamo cercato di preservare le occasioni individuali come costante fonte di ispirazione. Quest’anno festeggiamo 10 anni di attività, anni incredibili nei quali abbiamo avuto l’occasione di realizzare strategie urbane, riuso di edifici esistenti, progetti di paesaggio, installazioni temporanee, design di mostre, curatele editoriali e programmi didattici. L’anno scorso, insieme ad amici e colleghi, abbiamo inaugurato «Dopo?»: uno spazio dove lavorare e discutere di che cosa significhi oggi il lavoro culturale; la nostra casa milanese aperta a tutti.
Fosbury ha scelto la forma di collettivo preferendola a una più tradizionale forma di organizzazione della professione. Che differenze ci sono? Essere uno studio associato nel mondo dell’architettura non è più di moda? Quanto questa scelta è influenzata dal mondo dell’arte?
La formula di collaborazione collettiva non ha nulla a che vedere con la pianificazione economica dello studio o con la ripartizione degli introiti. Abbiamo scelto un’organizzazione orizzontale come controtattica alle strutture piramidali e alle storture che spesso queste organizzazioni promuovono. A passare di moda non sono gli studi associati, quanto piuttosto le archistar, grandi o piccole che siano, che rappresentano ormai un modo insostenibile di fare architettura.
Dal mondo dell’arte mutuiamo un punto di vista critico sul concetto di autorialità, argomento ancora tabù per l’architettura. Più che alla riconoscibilità del gesto puntiamo a manifestare una precisa attitudine nell’approcciare qualsiasi progetto, un punto di vista chiaro e coerente: una certa idea di mondo.
«Spaziale: Ognuno appartiene a tutti gli altri» è il Padiglione Italia alla prossima Biennale di Architettura di Venezia. Qual è il significato di questo tema e che cosa racconterà dell’architettura e del suo futuro?
«Spaziale» invita la nostra disciplina a espandere i propri orizzonti, a evolvere verso campi finora poco esplorati e a uscire dalle zone di comfort. Oltre le particelle catastali; oltre la ricerca dell’invenzione per riscoprire lo spazio come luogo fisico e simbolico, sistema di riferimenti conosciuti e territorio delle possibilità.
In questa prospettiva allargata, architettura non è solo il manufatto costruito, ma anche quel tessuto di relazioni tra individui, comunità e luoghi che è alla base di ogni progetto e che ne determina il valore al di là della forma. «Ognuno appartiene a tutti gli altri», sottotitolo preso in prestito da Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, rafforza il senso di comunità globale nel quale ci troviamo a operare e ci ricorda che le azioni individuali comportano reazioni sociali, perché siamo tutti indissolubilmente interconnessi.
Quali saranno i tratti e le basi fondative dell’immagine «rinnovata dell’architettura italiana nel contesto internazionale» che disegnerà? Il racconto sarà effettuato ricorrendo a quali linguaggi?
Vorremmo raccontare un cambiamento di paradigma che è già in corso. I 9 progettisti o gruppi di progettazione invitati, in collaborazione con 9 advisor provenienti da altri campi dell’industria creativa, rappresentano a nostro avviso una generazione che ha già accettato questa sfida e che sfrutta gli strumenti codificati della progettazione per mettere in discussione le condizioni sociali dei luoghi in cui interviene. La mostra stessa cerca di scardinare la prassi consolidata e di trasformare un evento temporaneo, che per sua natura è un processo estrattivo che dissipa una grande quantità di energie e risorse, in un’occasione per produrre progetti concreti ripensandone drasticamente formati, flussi e temporalità.
Quindi per questa volta non vedrete modelli, simulacri o opere d’arte, ma concreti progetti pionieri realizzati in siti rappresentativi di condizioni di fragilità e trasformazione nel nostro Paese, i cui processi documentati sono raccolti a Venezia. Nessun colpo di scena, ma un investimento a lungo termine sui territori grazie al supporto della Direzione Generale Creatività Contemporanea e in collaborazione con moltissime realtà locali. Non una fine ma un inizio, con l’obiettivo di sviluppare delle policy e rendere accessibili le competenze che abbiamo accumulato in questi mesi per permettere a chiunque lo volesse di attivare azioni simili.
I progetti di Fosbury ibridano spesso l’architettura con l’arte, di cui prendono in prestito linguaggi e strumenti. L’architettura oggi non ha più strumenti sufficientemente efficaci per spiegare sé stessa e agire in modo efficace sui territori e per le persone? Che cos’è l’architettura per Fosbury?
Nel 2022 il dizionario Collins ha eletto il termine «permacrisi» parola dell’anno. Questo neologismo a nostro avviso esprime perfettamente la condizione nella quale ci siamo tutti trovati a operare negli ultimi vent’anni. Il nuovo millennio, iniziato con la crisi culturale dell’Occidente innescata dall’11 settembre 2001, è proseguito poi con la crisi economica del 2008, quella sanitaria degli ultimi 2 anni, quella energetica e geopolitica di oggi e quella ecologica di domani.
L’architettura avrebbe tutti gli strumenti per dominare l’impatto fisico di queste trasformazioni, ma vive costantemente la propria crisi interiore, una crisi di rilevanza. Se cominciassimo a guardare all’architettura per quello che è, cioè come parte del problema e non solo come soluzione, ci accorgeremmo di quanto è essenziale il nostro ruolo come mediatori nel processo di transizione, non solo ecologica, che siamo chiamati ad affrontare e che non è più possibile rinviare.
Quali sono i progetti che vedono Fosbury attivi in questo momento?
Negli ultimi mesi abbiamo lavorato tutti e 5 a tempo pieno per la buona riuscita del Padiglione Italia. Oltre al ruolo di curatori della mostra, per ogni progetto abbiamo agito da facilitatori tra le diverse costellazioni di attori e come promotori di una rete di migrazioni delle intelligenze al servizio di un progetto collettivo. Un processo tanto stimolante quanto intenso. Per il futuro abbiamo sul tavolo due progetti di riuso di edifici esistenti stupendi dei quali, purtroppo, non possiamo ancora parlare, ma intanto vi aspettiamo tutti a Venezia dal 20 maggio al 26 novembre.

I cinque membri del collettivo di architetti Fosbury Architecture. © Luca Campri