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Michael Musa
Leggi i suoi articoliQuando Simone Rizzo e Loris Messina hanno lasciato il palco di Sunnei nel settembre 2025, non hanno presentato una collezione. Hanno invece messo in scena una performance come atto finale: un’asta trasformata in passerella, una vendita simbolica del marchio e di sé stessi, realizzata in collaborazione con Christie’s durante la Milano fashion week, in sostituzione della tradizionale sfilata. I lotti in catalogo non erano altro che una critica affilata. Il marchio, i fondatori stessi e il loro ruolo creativo venivano battuti all’asta, scambiati in «fashion dollar», come se creatività e commercio fossero ritagliati dalla medesima stoffa. Poche ore dopo arrivava il comunicato stampa: dopo dieci anni, lasciavano il brand che avevano fondato. «Sentiamo un bisogno urgente di cambiare forma, ma non direzione... con ancora maggiore libertà, radicalità e desiderio di sperimentare», dichiaravano.
Ammetto di aver dovuto rileggere quella frase due volte per coglierne appieno il significato. La dichiarazione si presenta come un atto di coraggio all’interno di un sistema della moda che, più spesso che no, appare inceppato. Questo gesto, insieme allegorico e annuncio concreto, è rivelatore del paradosso che attraversa la moda contemporanea. In un anno in cui l’industria sembra sul punto di disfarsi, la presa di posizione di Sunnei non è soltanto stimolante: è istruttiva. Essa suggerisce che, persino in mezzo a sovrapproduzione, fragilità economica, quasi totale esaurimento della novità e perdita di senso culturale, fattori che hanno ridotto le sfilate a teatro commerciale e i direttori creativi a nomi intercambiabili nei comunicati stampa, esistono ancora ragioni, anzi più di una, per nutrire un cauto ottimismo sul destino della moda.
Che cosa, dunque, autorizza un simile atteggiamento?
La prima ragione è proprio la riaffermazione dell’autorialità non attraverso titoli aziendali, ma tramite l’uscita come forma di critica, come fu per certi padri nobili, basti pensare al ritiro dalle scene di Martin Margiela o di Helmut Lang. Rizzo e Messina non si sono defilati in silenzio; hanno trasformato la loro uscita in un manifesto finale. Un’operazione che converte un momento di crisi in un’occasione di riflessione, sollecitando un confronto diretto con i meccanismi stessi che hanno svuotato il terreno culturale della moda. La loro affermazione, continuare a lavorare creativamente al di fuori dei vincoli del marchio che portava i loro nomi, riformula l’idea di abbandono come liberazione, non come fallimento. È salutare ribadire che la creatività può sottrarsi alle gabbie corporate e riorganizzarsi altrove.
In contrasto, si consideri la parabola di Demna Gvasalia, il cui lavoro iniziale appariva come una frattura autentica nella logica fossilizzata della moda. Quando le sue prime sfilate per Balenciaga introducevano un linguaggio di critica, decostruzione e ironia, portando l’antiaura dello streetwear sui palcoscenici più solenni del lusso, colpivano come un rimprovero al sistema tradizionale. Tuttavia, come accade a ogni gesto dirompente fagocitato dal mercato, lo shock si è trasformato in stile. Ciò che nasceva come radicale è diventato leggibile; il leggibile si è convertito in strategia di merchandising; e la strategia in strumento di reinvenzione aziendale. La sua nomina a direttore creativo di Gucci, emblema del lusso classico, è significativa: le stesse tattiche che un tempo agitavano il centro della moda vengono ora riutilizzate per salvaguardare un marchio storico. Il passaggio a Gucci si legge meno come ribellione che come riciclo istituzionale: la discontinuità ristrutturata a servizio del rilancio del brand. Inoltre, la breve parentesi di Sabato De Sarno da Gucci appare quasi sintomatica del momento attuale: transitoria, prudente e, in ultima analisi, sacrificabile. La rivoluzione è divenuta uno stile; e lo stile, quando abusato, perde la propria forza.
Eppure, è proprio qui che qualcosa inizia ad aprirsi. L’uscita di Rizzo e Messina conta perché ridefinisce l’abbandono come esercizio di autodeterminazione. Invece di aggrapparsi al marchio come identità, essi rivendicano la creatività come pratica capace di mutare, migrare e riemergere in altre forme. Questa logica è sempre più condivisa da una generazione più giovane di designer e operatori culturali, me compreso, che non considerano più il sistema tradizionale della moda come l’orizzonte certo dell’ambizione. Il monopolio delle fashion week, dei conglomerati e dei calendari stagionali viene silenziosamente, ma costantemente, boicottato. Designer e collettivi emergenti operano sempre più spesso al di fuori delle gerarchie che un tempo definivano il successo. Non inseguono semplicemente codici ereditari o mitologie di marca; costruiscono comunità, interrogano le pratiche produttive e si chiedono non tanto «Come vendiamo?», quanto «Che cosa significa?», anche quando la domanda risulta scomoda. In secondo luogo, si pensi a Telfar, il cui modello «Not for You, For Everyone» aggira le gerarchie tradizionali del lusso, privilegiando accessibilità e comunità rispetto all’esclusività. Oppure a marchi come Vaquera e GmbH, che hanno deliberatamente scelto di collocarsi ai margini del calendario ufficiale, utilizzando la moda non come spettacolo ma come critica del nazionalismo, del capitalismo e delle politiche identitarie. L’approccio di Marine Serre alla sostenibilità va oltre l’ecobranding di superficie, integrando riuso e circolarità nel cuore stesso del suo linguaggio estetico. Queste pratiche non offrono una soluzione alla crisi della moda; mettono piuttosto a nudo la superficialità di molte risposte istituzionali.
La sfilata Maison Margiela primavera-estate 2009
La sostenibilità, infatti, è diventata una delle parole più abusate del settore e una delle promesse meno mantenute. La moda corporate la tratta come una questione di conformità normativa, uno strato di marketing applicato a sistemi immutati di estrazione e sovrapproduzione. Tra i marchi più giovani, invece, la sostenibilità riguarda meno le certificazioni e più la scala, il rifiuto e il limite. Scegliere di non crescere indefinitamente, di non produrre senza fine, di non adeguarsi ai ritmi ereditati: questi sono atti radicali in un’industria fondata sull’accelerazione. L’ottimismo che ne deriva non è una pennellata di verde, ma una natura strutturale.
Un’altra frattura attraversa l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale. In superficie, l’IA appare come un’ulteriore minaccia: all’autorialità, al lavoro, alla già fragile posizione dei creativi. Ma sotto l’ansia si cela un mutamento più complesso. Gli strumenti di IA stanno rivelando quanto della produzione di moda, dalla previsione delle tendenze alla generazione di immagini, fino al design stesso, sia divenuto formula. L’IA risolverà i problemi che affrontiamo? Ne dubito. Potrà offrire efficienza, velocità, persino capacità predittiva, ma non potrà restituire significato culturale né compensare l’esaurimento dell’immaginazione.
Nel migliore dei casi sarà uno strumento; nel peggiore accelererà proprio quelle tendenze (sovrapproduzione, uniformità, distrazione) che hanno condotto il sistema a questo punto. Quando le macchine possono replicare con tanta facilità il linguaggio della moda, la domanda diventa inevitabile: che cosa è, esattamente, la creatività umana in questo ambito? La risposta non è più immagini, più prodotti, più rumore. È contesto, intenzione, responsabilità. Paradossalmente, l’IA potrebbe accelerare il collasso della produzione priva di senso e ricondurre la moda all’innovazione del pensiero più che alla cosmesi.
Una terza ragione di cauto ottimismo risiede nelle nuove modalità di distribuzione e coinvolgimento che eludono i gatekeeper tradizionali. Per decenni la moda è stata centralizzata: il controllo di sfilate, punti vendita e stampa determinava chi fosse «visibile» o «rilevante». Oggi i giovani marchi sfruttano piattaforme direct-to-consumer, social media e drop limitati per mantenere il controllo delle proprie narrazioni, dei prezzi e della portata culturale. Il Bag Security Program di Telfar, ad esempio, consente agli appassionati di acquistare direttamente online, evitando i canali retail tradizionali e preservando l’accessibilità. Questi approcci non si limitano a democratizzare la moda; ridefiniscono anche che cosa significhi avere successo. I marchi coltivano comunità coinvolte che condividono valori di etica, sostenibilità e sperimentazione, anziché inseguire una crescita misurata unicamente in vendite stagionali o copertura mediatica. Il modello Dtc (Direct to consumer) favorisce cicli produttivi più lenti, riducendo la sovrapproduzione e creando spazio per rischi creativi autentici. In un sistema dominato dai conglomerati, queste pratiche sono piccoli ma potenti atti di resistenza: dimostrano che la moda può sopravvivere e persino prosperare quando si libera dalle strutture che tradizionalmente l’hanno all’apparenza nutrita, ma al contempo stritolata. È per questo che si possono trovare ragioni per essere fiduciosi non nella reinvenzione delle case storiche, ma nella (possibile) erosione della loro centralità. Il potere della moda non è più concentrato esclusivamente a Parigi, Milano o all’interno dei muri dei conglomerati. Circola attraverso ecosistemi più piccoli, piattaforme digitali, pratiche ibride che confondono arte, design, performance e attivismo. Il pubblico non si è solo ridotto, ma è cambiato e si è clusterizzato in ecosistemi. Mentre il dito indica la luna del famoso 1% più ricco della popolazione, proliferano comunità altrettanto piccole ma incredibilmente diverse: più critiche, più informate, meno disposte ad accettare lo spettacolo privo di sostanza.
Il gesto finale di Sunnei appartiene a questo paesaggio. Trasformando il proprio marchio in un oggetto da vendere, interrogare e dissolvere, Rizzo e Messina hanno reso visibili meccanismi che solitamente restano nascosti. Non hanno negato la crisi; l’hanno utilizzata come terreno fertile. E questo, credo sia il segnale più chiaro che la moda conserva ancora una rilevanza culturale: non come industria ossessionata dalla crescita, ma come spazio in cui il significato può essere rinegoziato. Così, mentre le fashion week promettono ancora una volta nuovi inizi, resto diffidente verso un ottimismo facile. Ma è fondamentale prestare attenzione alle fratture, alle uscite, ai rifiuti. Nella sfida dell’IA alla produzione, nel passaggio della sostenibilità da slogan a pratica, e nei giovani marchi che boicottano il monopolio del potere della moda, non vedo soluzioni, bensì aperture. Il sistema può anche stare disintegrandosi, ma dalle sue macerie stanno già prendendo forma altre possibilità. E in quella luce irregolare, silenziosamente ma con fermezza, qualcosa comincia a brillare.
La prima sfilata Balenciaga Uomo by Demna