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Che cosa unisce Hermann Hesse e Paul McCartney, Winston Churchill e Johnny Depp? Nulla, si direbbe. Sbagliato, perché fra loro scorre invece un’affinità fortissima: la passione per la pittura, per l’acquerello, per la grafica. Passione che in alcuni di loro si arresta a un livello di puro divertissement, in altri invece raggiunge un tale livello di qualità o di espressività (pensiamo ad Arnold Schönberg) da consentire ai loro lavori l’ingresso nei musei.
È questo il tema, stuzzicante, scelto da Mimmo Di Marzio, giornalista, critico d’arte e curatore, per il suo piacevolissimo Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita: o come «zona franca», come suggerisce Giuseppe Frangi nell’introdurlo o, ancora, come scialuppa di salvataggio («dipingo per non impazzire», dichiarò Henry Miller, e così fu anche per Hermann Hesse e per August Strindberg), oppure come fuga da doveri detestati, come nel caso di Johann Wolfgang von Goethe, che tra il 1786 e il 1788 si concesse due anni sabbatici per quel «Viaggio in Italia» da cui sarebbero scaturiti (anche) disegni di eccellente fattura. O per molte altre ragioni ancora, che Di Marzio tratteggia con scrittura felice in ognuno dei suoi ritratti in parole degli insospettabili. Se Goethe apre i giochi, a chiuderli è Adolf Hitler, artista fallito, respinto dall’Accademia di Belle Arti di Monaco e diventato (forse anche per quello smacco) il mostro che tutti conosciamo. E fra i due, il grande (anche in pittura) Victor Hugo e Massimo d’Azeglio, uomo politico di primo piano del nostro Risorgimento ma anche inventore dei «paesaggi istoriati»; e poi Dino Buzzati, Dario Fo, Sharon Stone, Sylvester Stallone, Bob Dylan, David Bowie, Joni Mitchell, Franco Battiato e altri ancora. Tutti, da scoprire (o riscoprire) in queste pagine.
Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita
di Mimmo Di Marzio, 208 pp., ill., Giunti, Firenze 2026, € 25
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