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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliLa Triennale di Milano fa sua l'atmosfera di un club di Chicago di metà Novecento, dove la luce dei riflettori si infrangeva nel fumo delle sigarette, che a sua volta vibrava al ritmo di contrabbasso. Merito della mostra fotografica «Il ritmo dell’occhio. Don Bronstein e la scena jazz a Chicago 1953-1968», concepita nel contesto di miart e curata da Filippo Fossati e Nicola Ricciardi, dal 4 aprile al 17 maggio 2026 l’esposizione rappresenta la prima retrospettiva organica in Europa dedicata a Don Bronstein. Scomparso prematuramente a soli quarantuno anni, Bronstein è stato un artefice silenzioso della cultura visiva americana: art director della leggendaria etichetta Chess Records e primo fotografo di staff per «Playboy», ha firmato oltre cinquecento copertine di dischi, definendo l'immaginario di un’epoca in cui il blues, il jazz e il rock'n'roll stavano riscrivendo le regole del mondo.
Il percorso espositivo si concentra su 25 immagini che catturano l’essenza più intima della scena musicale di Chicago. Non si tratta di semplici ritratti di celebrità, ma del risultato di una vicinanza umana quasi simbiotica. Bronstein non era un osservatore esterno; il suo sguardo riusciva a infiltrarsi negli studi di registrazione e nei club più esclusivi, come il London House o il Mr. Kelly's, con una discrezione tale da rendere la macchina fotografica invisibile.
Nelle fotografie in mostra, i giganti della musica come Miles Davis e Nat King Cole appaiono colti in quel territorio sospeso tra la performance pubblica e la pausa privata. L'obiettivo di Bronstein insegue l'improvvisazione, catturando la tensione prima di una nota o la stanchezza di un volto dopo un set estenuante. È un'operazione di scoperta costante delle possibilità del mezzo fotografico, dove l'estetica nasce dall'autenticità dello scambio tra fotografo e soggetto.
Oltre ai mostri sacri del jazz, la biografia di Bronstein rivela una curiosità onnivora che lo ha portato a ritrarre icone del blues come Muddy Waters ed Etta James, ma anche figure della commedia e del cinema come Lenny Bruce e Woody Allen. Il suo archivio, rimasto intatto per decenni e riscoperto grazie al lavoro di catalogazione delle figlie Julie e Jennifer Hillman, emerge oggi come una straordinaria "capsula del tempo" che restituisce la vitalità di una città e di una stagione irripetibile.
L'appuntamento in Triennale non si esaurisce però in una singola cronaca fotografica. «Il ritmo dell’occhio» inaugura infatti un percorso di ricerca che proseguirà nei mesi successivi con la mostra «Henri Matisse. Jazz as a Method», curata da Viviana Bertanzetti e Nicola Ricciardi. Questo secondo capitolo, partendo dal celebre libro «Jazz» di Henri Matisse, approfondirà il dialogo strutturale tra le arti visive, la composizione musicale e la sperimentazione editoriale, confermando come il ritmo, prima ancora che un fatto sonoro, sia un modo di guardare e organizzare il mondo.