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Giulia Rogni
Leggi i suoi articoliL’annuncio di una nuova serie dedicata a Frida Kahlo da parte di Netflix interviene in un momento di forte ridefinizione del rapporto tra storia dell’arte e industria audiovisiva. Il progetto, incentrato sulla relazione con Diego Rivera, non si limita a una trasposizione biografica: si inserisce in una strategia più ampia di produzione culturale che trasforma figure artistiche in contenuti seriali destinati a un pubblico globale.
La sceneggiatura, affidata a María Renée Prudencio, adatta il libro Rien n’est noir di Claire Berest, introducendo un doppio scarto dichiarato: una prospettiva femminile e un punto di vista messicano. Due elementi che rispondono a una domanda crescente di rinarrazione identitaria, soprattutto nel caso di Kahlo, la cui immagine è stata a lungo filtrata da uno sguardo occidentale e, spesso, hollywoodiano. Il progetto si colloca inoltre all’interno dell’investimento miliardario annunciato da Netflix nelle produzioni messicane, segnalando una precisa strategia geopolitica della piattaforma: rafforzare la propria presenza nei mercati locali attraverso contenuti radicati culturalmente ma concepiti per la circolazione internazionale. Kahlo diventa così un vettore ideale, capace di connettere identità nazionale, riconoscibilità globale e forte potenziale iconografico.
Sul piano narrativo, la serie promette di articolarsi su due assi principali: la relazione sentimentale e politica tra Kahlo e Rivera, e la loro collaborazione artistica. Il rischio, già evidente nelle numerose riletture precedenti, è quello di una sovrapposizione tra biografia e mitologia, dove l’opera tende a essere subordinata al racconto della vita. Tuttavia, le dichiarazioni dei registi Patricia Riggen e Gabriel Ripstein indicano la volontà di evitare una narrazione lineare, puntando su una costruzione più frammentata e meno conciliata del mito. La figura di Kahlo, d’altra parte, è già oggetto di una continua riscrittura. Dal film Frida (2002), interpretato da Salma Hayek, alle recenti mostre museali negli Stati Uniti, fino alla scoperta nel 2004 dei materiali conservati nella Casa Azul, ogni nuova produzione contribuisce a ridefinire il suo statuto culturale. La serialità introduce però una scala diversa: non più evento singolo, ma esposizione prolungata e reiterata, capace di incidere più profondamente sull’immaginario collettivo.
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