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Cristiano Seganfreddo
Leggi i suoi articoliGiancarlo Politi, scomparso il 24 febbraio scorso a 89 anni, non ha mai avuto nostalgia, e forse è questo il punto più difficile da accettare oggi. La memoria, per lui, non era un luogo in cui tornare, ma qualcosa da attraversare velocemente, quasi da consumare; solo nell’ultima frazione della sua vita si è concesso di guardare indietro, con quella doppia invenzione, quasi ironica, degli «Amarcord» e degli «Amarcort», nati una sera a cena, come se anche il ricordo dovesse essere dosato, contratto, reso operativo. Per il resto, la sua formidabile enciclopedia di vita è rimasta silente, compressa nel presente. Eppure tutto era già lì fin dall’inizio.
Come ha ricordato Claudio Verna, Giancarlo era Giancarlo già a 18 anni, quando si presenta a «Lascia o raddoppia?», in quella che era insieme televisione e rito collettivo, un’Italia intera raccolta nei bar e nelle case, nel primo grande processo di alfabetizzazione mediatica, e Politi entra in scena con una sicurezza che non è ancora stile ma già destino. Si presenta sulla poesia, viene scelto da Mike Bongiorno tra migliaia, e in poche settimane diventa un caso; non è soltanto la memoria prodigiosa, la lucidità verbale, la capacità di tenere il tempo della parola. È qualcosa di più profondo, quasi fisico, una forma di energia che unisce disciplina e sfida, rigore e una certa arroganza contadina, quella volontà di rivincita che nasce da un’origine non protetta e da una traiettoria che non accetta mediazioni. A 18 anni Giancarlo è già performativo. Alla terza puntata Bongiorno gli chiede di leggere una poesia in diretta, Politi accetta, torna a Trevi, riflette, prepara il testo, si accorda con la Rai, tutto è sotto controllo, ma quando arriva il momento accade qualcosa che resterà come una matrice: Giancarlo non legge la poesia concordata, legge altro, una poesia sui poveri, sui diseredati, sui malati, una poesia che rompe il tono e introduce un conflitto netto contro una borghesia culturale incapace, secondo lui, di produrre vita; è un gesto improvviso e lucidissimo, una disobbedienza in diretta nel cuore del primo grande teatro mediatico italiano. Bongiorno resta spiazzato, non riesce a interromperlo, la parola di Politi scorre e impone il proprio ritmo, e alla fine della puntata il confronto è inevitabile, gli viene contestata l’arroganza, l’indisciplina, il tradimento di un accordo, ma Giancarlo risponde, non arretra, difende quella libertà con una veemenza che non è adolescenziale ma già ideologica, un socialismo anarchico istintivo che resterà il filo rosso di tutta la sua vita. All’ultima puntata, quella dei cinque milioni, arriva la contromossa, una domanda non prevista, fuori dai libri concordati. Politi perde, vince un premio di consolazione, una Fiat 500, che la famiglia venderà per vivere, ma intanto è successo altro: Giancarlo è diventato un caso pubblico, i giornali ne parlano, «L’Avvenire» pubblica quella poesia, a Bovara di Trevi arrivano 20mila lettere a cui lui risponde una per una, ed è un fatto straordinario perché prima ancora di costruire un sistema Politi ha già costruito una relazione.
E proprio lì, si manifesta anche la sua intuizione più radicale nel 1967: in Italia non esisteva ancora un luogo capace di restituire con continuità e rigore ciò che stava accadendo nell’arte contemporanea. «Qualcuno dirà che non esiste più, con l’attuale inflazione, spazio culturale per un giornale d’arte. Eppure noi crediamo che un giornale come “Flash” debba colmare un vuoto sempre esistito nel terreno artistico italiano», sostiene. Non è un programma editoriale, è una dichiarazione di necessità. «Non esiste infatti alcun giornale con periodicità mensile altamente qualificato sul piano dell’informazione artistica italiana e soprattutto internazionale». E ancora: «“Flash” intende colmare questo vuoto proponendo ogni mese al lettore un selezionato panorama degli avvenimenti più salienti». In queste righe non c’è soltanto la nascita di una rivista, ma la definizione di una postura: quella di chi non si limita a osservare, ma interviene, prende posizione, costruisce uno spazio che prima non c’era. E soprattutto la volontà di non separare mai arte e realtà, affrontando anche i nodi politici e strutturali del sistema (dalla defiscalizzazione delle opere d’arte alla riforma delle istituzioni, fino al rapporto tra cultura e potere) con l’idea che «una società democratica e civile dovrebbe affrontare e risolvere anche questi problemi» e che il progresso culturale non si misura «con i chilometri di autostrada o con il numero di apparecchi televisivi o di automobili in circolazione».
Dentro questo doppio movimento (la disobbedienza individuale e la costruzione di un dispositivo collettivo) c’è già tutto. Tutto quello che verrà dopo, «Flash Art», «Art Diary», «Heute Kunst», «Flash Art» Polonia, Cina, Russia, Francia, Spagna, ungherese-ceco-slovacco, Giancarlo Politi Editore, le Biennali di Tirana e di Praga, flash art fair, «Intervista», Trevi Flash Art Museum, «Amarcord» e le mille idee fatte e non svolte, non è che la conseguenza di quell’atteggiamento originario, non un’evoluzione ma una reiterazione. Politi non ha mai costruito istituzioni per stabilizzarsi, le ha costruite per restare in movimento. Ha rincorso per tutta la vita una cosa sola, il presente, con una curiosità insaziabile e con una disposizione al rischio che oggi appare quasi impraticabile, un rischio reale, economico, culturale, personale, che gli è costato moltissimo ma che è stato anche il suo gesto più generoso. Perché Giancarlo non ha lasciato un sistema ma una postura, quella di chi non ha paura di esporsi, di prendere posizione, di rendere pubbliche le proprie idee anche quando sono scomode o sbagliate, quella di chi accetta le conseguenze del pensiero. E forse è proprio qui la sua lezione più difficile e più necessaria, non nel passato che non ha mai voluto abitare ma in quella tensione continua verso ciò che ancora non ha forma, un’idea di arte come laboratorio del presente e del futuro, un luogo di libertà che non consola ma espone, un luogo in cui, ancora oggi, siamo chiamati a decidere se vogliamo davvero entrare. «Lascia o raddoppia?».
Cristiano Seganfreddo è, con la moglie Gea Politi (figlia di Giancarlo), il fondatore della Politi Seganfreddo Edizioni, oggi editore di «Flash Art»