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Arthur Lavine, Peggy e David Rockerfeller, 1973, New York, Rockefeller Archive Center

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Arthur Lavine, Peggy e David Rockerfeller, 1973, New York, Rockefeller Archive Center

Il valore dell’arte cresce, ma i record d’asta sono solo la punta dell’iceberg

I contributi di grandi patrimoni non bastano a misurare la salute dell’arte: il paradosso di un ecosistema sempre più ricco e sempre più concentrato 

Andrea Rurale

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Da alcuni anni osserviamo con crescente interesse una contraddizione che attraversa il sistema dell’arte contemporanea. Mai come oggi il mercato ha prodotto risultati economici straordinari elogiati e descritti con fiumi di inchiostro. Mai come oggi abbiamo assistito a record d’asta, alla crescita di grandi fiere internazionali, all’espansione di musei privati e all’ingresso di patrimoni senza precedenti nel settore. Eppure, allo stesso tempo, mai come oggi emergono segnali di fragilità: gallerie che chiudono, artisti che faticano a costruire carriere sostenibili, istituzioni pubbliche sempre più dipendenti da sponsor e grandi donor, una crescente polarizzazione tra pochi vincitori e una moltitudine di operatori in difficoltà. La domanda che dovremmo porci è semplice: siamo di fronte a un sistema che si sta rafforzando oppure a un sistema che sta diventando sempre più dipendente dalla concentrazione della ricchezza? Per lungo tempo abbiamo utilizzato i record d’asta come una sorta di termometro della salute del mercato. Un Basquiat oltre i cento milioni di dollari, un Picasso conteso da collezionisti internazionali o una evening sale che supera le aspettative vengono normalmente interpretati come segnali di vitalità. Ma forse i record ci raccontano soprattutto la salute di chi compra, non necessariamente quella del sistema nel suo complesso. 

Questa riflessione trova oggi interessanti conferme in una crescente letteratura accademica. William Goetzmann aveva già descritto l’arte come uno strumento attraverso il quale le grandi fortune esprimono competizione sociale e simbolica. Robert Frank e Philip Cook, nella loro teoria della «winner-take-all society», spiegavano come le economie contemporanee tendano a concentrare ricchezza e visibilità nelle mani di pochi soggetti dominanti. Più di recente Rachel Pownall ha proposto un’analisi che collega direttamente l’andamento dei prezzi dell’arte alla crescita delle disuguaglianze economiche e alla concentrazione della ricchezza nelle fasce più elevate della popolazione.
L’idea è tanto semplice quanto provocatoria: il mercato dell’arte potrebbe non crescere perché aumenta la partecipazione culturale, ma perché aumenta la capacità di spesa di una ristretta élite globale. Se questa interpretazione fosse corretta, molte delle dinamiche che osserviamo oggi assumerebbero un significato diverso. Le opere trofeo che dominano le cronache non sarebbero necessariamente il sintomo di un ecosistema più robusto ma il risultato di una crescente concentrazione della domanda. Non è un caso che una quota minima delle opere vendute generi una parte enorme del valore complessivo del mercato. Non è un caso che pochi artisti catalizzino l’attenzione globale. Non è un caso che poche case d’asta e poche fiere concentrino gran parte della visibilità internazionale. 

Il paradosso è evidente: mentre il vertice della piramide continua a crescere, la sua base tende a restringersi. Si tratta di una trasformazione che riguarda non soltanto il mercato ma anche i meccanismi di legittimazione culturale. Per decenni il valore degli artisti è emerso dall’interazione tra musei, università, critica, curatori, gallerie e collezionisti. Oggi il peso relativo di questi attori sembra cambiare progressivamente. La crescita dei grandi patrimoni privati ha infatti ampliato enormemente la capacità di alcuni collezionisti di influenzare il sistema. Fondazioni, musei privati, prestiti strategici, sponsorizzazioni, advisory board e programmi filantropici contribuiscono sempre più direttamente alla costruzione della reputazione degli artisti. Non si tratta di un fenomeno necessariamente negativo. Il mecenatismo ha accompagnato la storia dell’arte per secoli. Tuttavia, quando la ricchezza si concentra, si concentra inevitabilmente anche il potere di orientare il valore culturale. La domanda diventa allora meno economica e più istituzionale. Chi determina oggi ciò che è rilevante? Chi decide quali artisti meritano visibilità, ricerca, acquisizioni e mostre? E soprattutto: quanto pesa ancora il giudizio delle istituzioni culturali rispetto alla capacità di influenza dei grandi patrimoni? Questa riflessione diventa ancora più importante se osservata alla luce del cosiddetto «great wealth transfer», il più grande trasferimento generazionale di ricchezza della storia contemporanea. Nei prossimi vent’anni migliaia di miliardi di dollari passeranno dalle generazioni dei Baby Boomers ai loro eredi. Una parte significativa dell’establishment del mercato sembra presumere che questa ricchezza continuerà ad alimentare il collezionismo secondo modelli consolidati. Ma questa ipotesi merita probabilmente maggiore cautela. Le nuove generazioni di collezionisti appaiono diverse dai loro predecessori. Sono più globali, più digitali, più attente all’impatto sociale e ambientale. Spesso provengono dalla tecnologia piuttosto che dalla manifattura o dalla finanza tradizionale. Tendono ad attribuire maggiore valore all’esperienza rispetto al possesso e mostrano una sensibilità diversa rispetto ai temi della diversità, della sostenibilità e dell’innovazione. In altre parole, non è affatto scontato che il nuovo collezionista desideri semplicemente replicare i comportamenti del precedente. Ed è proprio qui che emerge il vero monito. Se il sistema dell’arte continua a fondare la propria sostenibilità sulla capacità di attrarre una platea sempre più ristretta di grandi compratori rischia di diventare vulnerabile ai cambiamenti generazionali, culturali ed economici che stanno già trasformando la società. 

Forse la sfida dei prossimi anni non sarà trovare il prossimo miliardario disposto a spendere cento milioni di dollari per un’opera quanto costruire un ecosistema capace di allargare la partecipazione culturale, favorire nuove forme di collezionismo, sostenere gli artisti emergenti e rafforzare le istituzioni intermedie che danno profondità al sistema.
Perché un mercato può continuare a crescere in valore anche mentre si impoverisce nella sua struttura. E se continuiamo a misurare la salute dell’arte soltanto attraverso i record d’asta, rischiamo di confondere la ricchezza di pochi con la sostenibilità di un intero ecosistema culturale.
 

Andrea Rurale, 09 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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