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Linda Rubino
Leggi i suoi articoliA Roma, in via Gregoriana, la Società delle Api ha scelto il giorno di San Valentino per dichiarare il proprio amore alla Capitale. Non si è trattato di una semplice inaugurazione, ma di una «migrazione collettiva»: l’approdo di una geografia diffusa che dal 2018 tesse legami tra Monaco, Grasse e l’isola di Kastellorizo, e che ora elegge Roma a suo nuovo quartier generale.
Ad accogliere gli ospiti al civico 40 è Silvia Fiorucci, fondatrice e presidente del progetto, che ha scelto la sua città natale per questa nuova fase dell’organizzazione non profit. Un ritorno che è anche un atto di gratitudine: Roma l’ha accolta tre anni fa durante un periodo difficile, offrendole quell’umanità che oggi vuole restituire attraverso l’arte. «Sentivo la necessità di tornare alle mie radici, racconta Silvia tra le sale affrescate del palazzo, e avevo il desiderio di portare il mio mondo internazionale qui. Abbiamo artisti da molti Paesi diversi che fanno parte dello “sciame” della Società delle Api; portarli qui è un modo per far conoscere loro la storia e la cultura di Roma, ma anche quella sua “pesantezza” feconda che può stimolare artisti giovani e pieni di idee».
La nuova sede si inserisce in un distretto culturale d’eccezione, a pochi passi dalla Bibliotheca Hertziana e dalle grandi gallerie del centro, si presenta come un «dispositivo mobile» dedicato alla partecipazione attiva. Il legame con le istituzioni pubbliche romane è già una realtà consolidata e tuttora visibile. Ne è un esempio la Libreria delle Api (Polline 1 & Polline 2), una biblioteca mobile e in divenire curata da Andrea Viliani e Matteo Lucchetti. Ideata e progettata dallo studio interdisciplinare 2050+, l’opera è stata commissionata dal Muciv-Museo delle Civiltà di Roma in collaborazione con Nero Editions, e prodotta grazie al generoso supporto di Silvia Fiorucci e la Società delle Api. Questo progetto, insieme alla mostra «On Display!» (conclusa il 31 gennaio) curata da Annalisa Rosso, testimonia la vocazione del progetto nel creare piattaforme di ricerca che escono dai confini privati per diventare patrimonio della città.
Passeggiando all’interno del palazzo, ci si muove tra gli affreschi storici e le opere del network in un percorso che attraversa i diversi livelli della sede. Al piano terra, la conversazione tra interno ed esterno si fa quasi uditiva: sostando vicino alle grandi vetrate che danno sul giardino, si incontra la ricerca di Filipa Ramos. Scrittrice e curatrice da sempre attenta alle relazioni tra specie umane e non umane, Filipa Ramos porta a Roma un frammento della natura provenzale; scansionando un Qr code, il visitatore viene immerso nel gracidare delle rane registrate al Moulin des Ribes di Grasse. Poco distante, lungo i corridoi, Allison Grimaldi Donahue, artista e scrittrice il cui intervento accoglie il visitatore con una cartolina appuntata. La sua è una presenza che si estende a tutta la città: solo pochi giorni prima dell’inaugurazione, il 12 febbraio, l’artista è stata infatti protagonista al Macro per il Crack Reading Club Vol. V, in collaborazione con Cura., nell’ambito di Unaroma Live. Salendo al piano superiore, l’atmosfera si fa più meditativa con Jochen Lempert. Per il fotografo e biologo tedesco si tratta di un ritorno in città, dove la sua ricerca è già nota grazie alla mostra Confluenze realizzata presso la Galleria Monitor, punto di riferimento per il contemporaneo a Roma.
Sul tema dell’organizzazione, Silvia affronta con serenità il recente cambio della guardia alla direzione artistica. In merito alla posizione vacante dopo l’uscita di Luca Lo Pinto, la sua visione rimane fedele al concetto di network: «La mia filosofia si basa su una coralità a cui sono molto affezionata. Forse ritornerò al modello di Monaco: chiamare curatori sempre diversi per progetti specifici. Vorrei che curatori romani, italiani ed esteri si confrontassero con la particolarità di questa città». Un modello che trova eco nel lavoro di Chiara Camoni (scelta per il Padiglione Italia alla Biennale 2026), membro dell’Advisory Board: «Chiara mi è molto cara perché ha formato attorno a sé una comunità che lavora con lo stesso spirito di orizzontalità che cerchiamo noi».
Il programma romano è in divenire: «Vogliamo iniziare piano piano a conoscere il tessuto romano e inserirci in esso, perché creare comunità è la nostra filosofia», spiega la fondatrice. L’idea è quella di far vivere lo spazio settimanalmente attraverso un public program che includa residenze per artisti e curatori, lezioni di storia dell’arte e incontri interdisciplinari.
Mentre la primavera si avvicina, la corte interna di via Gregoriana si prepara a diventare il cuore pulsante di questa utopia itinerante. La Società delle Api entra a Roma «in punta di piedi», con l’intenzione, come conclude Silvia, «di farci accompagnare da tutti gli artisti e curatori che hanno consolidato questo percorso negli anni, per prendere parte a questo stato di passaggio, a questa migrazione unica».
Un’opera di Andreas Angelidakis
Un’opera di Nathalie Du Pasquier