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L’amico di Van Gogh

Dopo cent’anni Skira pubblica Mirbeau

Chiara Pasetti

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Nel marzo del 1891 Octave Mirbeau, scrittore, giornalista, critico d’arte e letterario e drammaturgo tra i più prolifici quanto «inclassificabili» della fine dell’Ottocento, scrive il primo articolo sulla stampa dedicato a Van Gogh definendolo un pittore «magnificamente dotato, un artista istintivo e visionario» dalle cui opere emerge «una nobiltà che commuove e una grandezza tragica che spaventa». Nello stesso momento, a testimonianza della sua ammirazione per questo «grande e puro artista», Mirbeau acquista da Père Tanguy due tele, «Iris» e «Girasoli»: «Quanto ha saputo comprendere l’anima raffinata dei fiori!», afferma sempre nel suo articolo di quell’anno. 

È evidente che l’arte e la vita di Van Gogh avevano colpito lo scrittore che si era fissato da tempo la missione di obbligare i suoi contemporanei a «guardare Medusa in faccia» svelando «l’orrore nascosto sotto ogni superficie», ben più che per il tempo e lo spazio di un articolo. Tra il 1892 e il 1893, infatti, sulle colonne dell’«Écho de Paris» Mirbeau pubblica il romanzo Dans le ciel, che rappresenta forse uno dei momenti «più significativi della scrittura mirbealliana» (Ida Merello), e che tuttavia cadrà nell’oblio per cento anni. Il testo infatti non sarà più ripreso in volume fino al 1989, e in Italia viene finalmente pubblicato ora per la prima volta nella traduzione di Albino Crovetto. 

Si tratta, come opportunamente sottolinea Pierre Michel nella postfazione, di un’opera «anomala» in cui convivono «en abyme» diverse situazioni che si incastrano e tre narratori, dunque tre «je», diversi. 

Il primo narratore, che resta anonimo, introduce il secondo, Georges, artistacon aspirazioni letterarie ma represso dalla famiglia e dalla società, che assume dunque la fisionomia del vinto e del fallito; Georges ha come solo amico e fratello spirituale Lucien, un pittore, ispirato a Van Gogh. Mirbeau, per svelare chiaramente chi si cela dietro il personaggio di Lucien, arriva addirittura ad attribuirgli le tele di Vincent, in particolare la «Notte stellata», e gli fa scrivere numerose lettere apertamente tratte dalla poetica di quest’ultimo. 

Nel cielo racchiude una concezione oltremodo pessimista della condizione umana (numerosi i rimandi a Pascal) e fornisce a Mirbeau l’occasione per testimoniare ancora una volta la sua passione nei confronti della pittura (stupefacenti le anticipazioni dell’arte del Novecento, soprattutto dell’Espressionismo) e la sua idea, certamente anche autobiografica, dell’artista esigente, affetto dalla «malattia della perfettibilità» dovuta all’ideale che insegue e che sempre gli sfugge, e per questo eternamente deluso, frustrato e condannato (come Van Gogh appunto) alla follia e alla morte. 

Su tutto il testo, a partire dal titolo, come un’eco baudelairiana risuona (e abbaglia) quel «cielo basso e greve», qui talora immenso, talora stellato, terso, vasto, inafferrabile, pesante, che schiaccia, tormenta e incanta Georges e Lucien-Vincent. Ma dato che il poeta, come il pittore, comprende «il linguaggio dei fiori e delle cose mute», entrambi (e Mirbeau con loro) riusciranno comunque a elevarsi «lontano da questi miasmi pestiferi» da cui sono circondati, e a slanciarsi «al di là dei confini delle sfere stellate» (Baudelaire).  

Nel cielo
di Octave Mirbeau
postfazione di Pierre Michel
traduzione di Albino Crovetto
144 pp., Skira, Milano 2016
€ 14,00

Chiara Pasetti, 10 febbraio 2017 | © Riproduzione riservata

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