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Francesco Colombelli
Leggi i suoi articoliNel corso dei 200 anni di storia della fotografia, il photobook si è affermato come una forma d’arte capace di accompagnare e riflettere l’evoluzione stessa della fotografia. Lungi dall’essere un semplice supporto, nel tempo il libro fotografico si è configurato come un dispositivo complesso, in grado di articolare sequenze visive, costruire narrazioni e instaurare un rapporto dialettico tra immagine, testo e lettore. Sebbene il termine photobook sia stato coniato solo in tempi relativamente recenti, come oggetto non è affatto una novità. Esiste praticamente sin dalle origini della fotografia, quando pionieri come Anna Atkins (Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions, 1843) e Henry Fox Talbot (The Pencil of Nature, 1844) avevano già riconosciuto nel libro uno strumento fondamentale per lo sviluppo e la diffusione della fotografia come mezzo espressivo.
Nella seconda metà dell’Ottocento, importanti innovazioni tecnologiche permisero di stampare simultaneamente testo e immagini sulla stessa pagina, riducendo significativamente i costi di produzione. Così la fotografia entrò stabilmente nel circuito editoriale e il libro divenne un medium di massa. Anche se nei primi photobook e negli album le fotografie venivano spesso ancora incollate manualmente, le immagini iniziarono progressivamente a diventare parte integrante di riviste, manuali, atlanti e opere divulgative, contribuendo alla definizione del concetto moderno di libro fotografico. Per lungo tempo, soprattutto agli albori della fotografia, il libro è stato uno strumento fondamentale per la circolazione delle immagini, talvolta persino più importante delle mostre. È con l’avvento delle avanguardie europee, e in particolare del costruttivismo russo, che il photobook ha acquisito una piena consapevolezza progettuale, dimostrando che il libro non è un semplice contenitore di immagini, ma un dispositivo estetico e concettuale capace di influenzare profondamente la cultura visiva del Novecento.
Negli ultimi venticinque anni si è parlato sempre più spesso di un vero e proprio «photobook phenomenon». Il pieno riconoscimento di questo ambito è avvenuto anche grazie a numerosi studi e pubblicazioni che ne hanno analizzato la storia e le dinamiche, sia a livello globale – come nel caso dei lavori di Horacio Fernández, Andrew Roth, Martin Parr e Gerry Badger su tutti – sia a livello locale, con ricerche approfondite dedicate a specifiche aree geografiche. Tra i contributi più significativi degli ultimi anni si segnalano How We See: Photobooks by Women (2019) e What They Saw: Historical Photobooks by Women, 1843-1999 (2022), pubblicati da 10x10 Photobooks, che mettono in luce il notevole contributo delle fotografe nella pratica del photobook making, collocando il loro lavoro all’interno di movimenti sociali, culturali e artistici più ampi che hanno caratterizzato lo sviluppo della fotografia.
Con l’avvento del digitale si è spesso ipotizzata, talvolta in maniera catastrofica, la fine del libro cartaceo. Sorprendentemente è accaduto l’esatto contrario: l’editoria fotografica ha conosciuto una notevole espansione, con una crescita costante di editori e pubblicazioni. Basti pensare che «nel 1999, circa un centinaio di editori erano dedicati in parte o interamente alla fotografia a livello internazionale», come racconta Clement Cheroux, curatore che ha scritto e studiato ampiamente il fenomeno del fotolibro. «Nel corso di vent’anni, con un picco tra il 2011 e il 2014, sono state create circa 300 nuove case editrici specializzate in libri fotografici». Intorno all’oggetto libro si è così sviluppato un vero e proprio sistema, che ha preso forma grazie alla nascita di comunità internazionali dedicate, numerose librerie specializzate (Micamera, Dashwood Books, Printed Matter, Tipi Bookshop, Dalpire e molte altre), podcast, fiere (come ad esempio Polycopies e Offprint), festival e musei che hanno contribuito a rendere il photobook un prodotto culturale centrale all’interno del mondo fotografico.
Ne è testimonianza anche la creazione di premi internazionali, tra cui il celebre Paris Photo-Aperture PhotoBook Award, che dal 2012 assegna ogni anno tre riconoscimenti: PhotoBook of the Year, Photography Catalog of the Year (introdotto nel 2014) e First PhotoBook Award. Proprio quest’ultimo, nel 2025, è stato vinto da Eleonora Agostini con A Study on Waitressing, pubblicato da Witty Books, vedendo salire nuovamente sul gradino più alto del podio un’autrice e un editore italiani dopo la vittoria di Nicolò Degiorgis del 2014 (Hidden Islam, Rorhof). Vivendo in un’epoca digitale, in cui la fruizione delle immagini è spesso istantanea e superficiale, si tende talvolta a dimenticare che il libro è prima di tutto un oggetto fisico: ha un peso, una consistenza, un odore, e offre un’esperienza non soltanto visiva, ma anche plurisensoriale.
Negli ultimi anni alcuni photobook hanno assunto quella che Lesley Martin (Executive Director di Printed Matter e cofondatrice del Paris Photo-Aperture PhotoBook Award) ha definito una «forma barocca»: un’evoluzione stilistica e strutturale che porta i libri fotografici a sperimentare con una grande varietà di soluzioni tecniche e visive. In questi casi il libro supera la semplice disposizione di immagini su pagine stampate, adottando approcci progettuali più complessi e creativi nella presentazione delle fotografie, frutto di un lavoro collettivo che, oltre alla figura del fotografo, vede il coinvolgimento di graphic designers, curatori e stampatori. In questo processo, «si può vedere come gli artisti abbiano stravolto e sfidato la forma tradizionale del libro per creare oggetti che costringono il lettore a impegnarsi e a giocare [...]. Il lettore è invitato a fare di più che guardare passivamente le foto, a sporcarsi letteralmente le mani e a prendere parte al processo di creazione del significato di un insieme di fotografie», scrive Bruno Ceschel (fondatore di Self Publish, Be Happy) in Self Publish,\ Be Happy. A DIY Photobook Manual and Manifesto, manuale del 2005 che si focalizza sull’editoria fotografica indipendente. Il photobook si configura così come un’opera progettata in ogni dettaglio, spesso caratterizzata da soluzioni strutturali non convenzionali – pagine piegate, inserti, carte diverse o formati irregolari – che trasformano il libro in un oggetto artistico complesso. Queste scelte progettuali non rendono soltanto l’esperienza di lettura più coinvolgente, ma aggiungono anche un ulteriore livello di complessità visiva e concettuale alle opere fotografiche. La narrazione si sviluppa non solo attraverso le immagini, ma anche attraverso la loro disposizione e la loro presenza fisica nello spazio del libro. La materialità in questi casi diventa un elemento centrale nell’esperienza del photobook: sono opere pensate per essere maneggiate, sfogliate e osservate da vicino, con tempi lenti e nello spazio personale del lettore, in contrasto con la distanza, la formalità e l’esperienza collettiva che spesso caratterizzano le opere esposte nelle gallerie o nei musei. In questo contesto il photobook si conferma oggi come uno dei luoghi privilegiati in cui la fotografia continua a interrogare se stessa e il proprio ruolo nel mondo contemporaneo delle immagini. Se in passato il libro rappresentava spesso il punto di arrivo di un progetto fotografico, oggi non è raro che diventi il punto di partenza per molti autori emergenti: un luogo naturale in cui concepire, sviluppare e far vivere il proprio lavoro. Se nel XIX secolo il libro fotografico nasceva principalmente come strumento di catalogazione e di diffusione della cultura visiva, e nel XX secolo si trasformava progressivamente in uno spazio di sperimentazione formale e concettuale, oggi esso rappresenta un terreno ibrido in cui convivono ricerca artistica, progettazione editoriale e riflessione critica sul medium fotografico.
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