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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliLa recente comparsa di Matteo Chigorno all’interno della serie televisiva dedicata a Fabrizio Corona, Io sono notizia (Netflix, 2025), riapre una questione che riguarda da vicino la cultura contemporanea: cosa accade quando la cronaca nera smette di essere materia di racconto e diventa dispositivo narrativo, quando il fatto violento non è più solo ricordato ma riassemblato, reinscritto, spettacolarizzato?
Nonostante circolino riferimenti alla figura di Chigorno come “critico d’arte”, l'uomo intervistato in una serra durante la fiction su Corona era per lo più un collaboratore di galleria. La sua notorietà deriva esclusivamente da un omicidio e dalla successiva rappresentazione mediatico-televisiva del suo caso. Nel marzo del 2010 Giovanni Schubert, noto gallerista milanese titolare della Galleria Borgogna, venne brutalmente ucciso da Chigorno in un appartamento di Milano. Come testimoniano le cronache di 16 anni fa, i compromessi rapporti (da tempo) tra i due degenerarono in una violentissima lite, al termine della quale Schubert fu colpito ripetutamente fino a perdere la vita. Dopo l’omicidio Chigorno sezionò il corpo in più parti e lo occultò in sacchetti di plastica in un canale a sud della città, lungo il Naviglio. Le forze dell’ordine lo arrestarono dopo che fu rinvenuto il cadavere e Chigorno stesso confessò. Per il delitto ricevette la condanna all’ergastolo.
La figura di Chigorno è così riemersa dall'oblio grazie alla serie, ora al numero 2 della classifica delle fiction più guardate sulla piattaforma. All’interno della narrazione, Chigorno viene presentato come ex giornalista e conoscente di Corona, e si scopre solo in seguito al pubblico che la sua notorietà è dovuta proprio al fatto di essere l’assassino di Schubert. Questo inserimento riflette un fenomeno più ampio della televisione contemporanea: l’uso di figure realmente coinvolte in fatti di cronaca per costruire narrazioni di tensione psicologica e sociale, spesso intrecciando biografie reali e personaggi connotati da notorietà mediatica. Dal punto di vista della cultura visiva e della rappresentazione mediatica, la presenza di Chigorno nella docu-serie Corona si presta a una riflessione critica: come la televisione e le piattaforme di streaming trasformano casi di cronaca in elementi narrativi, e in che modo questo contribuisce alla spettacolarizzazione del crimine. Tema, questo, già al centro delle analisi sulla proliferazione dei true-crime e dei format che oscillano tra documentario e fiction.
La sua presenza nello spazio mediatico è legata a un crimine estremo,, e alla sua successiva trasformazione in “personaggio” all’interno di una narrazione seriale. È proprio questo passaggio che merita un'altra constatazione. Il true crime contemporaneo, soprattutto nella sua declinazione televisiva e streaming, metabolizza gli eventi. Li inserisce in archi narrativi, li affianca a protagonisti carismatici, li rende elementi di un ecosistema mediale che vive di riconoscibilità, shock e ambiguità morale. In questo contesto, la distinzione tra testimone, colpevole e narratore tende a sfumare.
La presenza di Chigorno nella serie su Corona funziona come elemento perturbante: non tanto per ciò che dice o fa, quanto per ciò che rappresenta. Il crimine, qui, non è oggetto di analisi o di giustizia, ma diventa un segno, un’aura oscura che rafforza il clima di trasgressione e marginalità su cui si costruisce il racconto. È una logica estetica prima ancora che etica. Quando un assassino entra nel perimetro dell’intrattenimento, senza un chiaro dispositivo critico, si produce una torsione del senso: il gesto violento perde la sua irriducibilità e diventa materiale narrativo, consumabile, quasi intercambiabile con altri elementi di spettacolo.
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