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Julie Hamisky, Aqua, 2024

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Julie Hamisky, Aqua, 2024

Nel Giardino Alchemico di Julie Hamisky, a Milano, dove la natura diventa memoria metallica

L’esposizione, allestita negli spazi di Pandolfini Casa d’Aste e realizzata in collaborazione con Mitterrand Gallery, si presenta come un paesaggio dove la materia organica sembra aver superato la sua stessa essenza

Camilla Sordi

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Nel cuore di Milano, tra le geometrie eleganti di via Manzoni e il fermento internazionale del Salone del Mobile, prende forma un giardino che non appassisce. Non è un paradosso botanico, ma il risultato di una pratica artistica che sfida il tempo, è Giardino Alchemico, la mostra con cui Julie Hamisky trasforma la natura in memoria metallica. Allestita negli spazi di Pandolfini Casa d’Aste, l’esposizione, realizzata in collaborazione con Mitterrand Gallery, si presenta come un paesaggio sospeso, dove la materia organica sembra aver superato la sua stessa natura. Qui il fiore non è più destinato a sfiorire, ma a permanere, irrigidito in una nuova identità.

Hamisky lavora infatti con l’elettroplaccatura, una tecnica che ha qualcosa di rituale: immergere un elemento vegetale in un bagno galvanico e lasciare che la corrente elettrica lo rivesta di metallo, fissandone per sempre nervature, pieghe, fragilità. È un gesto che conserva e insieme tradisce la natura, perché ciò che ne emerge non è più vita, ma nemmeno semplice simulacro. È un resto trasformato, un’impronta.

Il percorso espositivo si articola come un giardino impossibile. Le dimensioni mutano, si dilatano, si contraggono. In opere come La Géante, il papavero diventa architettura, imponendo la sua presenza nello spazio con una monumentalità inattesa. Altrove, con Aqua, la materia vegetale si fa struttura luminosa, un lampadario che sembra nascere più da una mutazione che da un progetto. E poi lavori come Bloom, Volcano e la serie Still Life, dove il confine tra oggetto decorativo e forma autonoma si dissolve progressivamente.

A completare il percorso, una costellazione di gioielli, frammenti di natura trattenuti nella loro scala originaria, indossabili ma non per questo meno scultorei. Qui il corpo entra in relazione diretta con l’opera, diventando superficie di contatto tra umano e vegetale, tra tempo e conservazione.

Il lavoro di Hamisky si muove su un crinale sottile. Da un lato la precisione tecnica, affinata attraverso un percorso che intreccia formazione accademica e apprendistati artigianali; dall’altro l’imprevedibilità del processo, che sfugge a ogni controllo totale. Corrente, temperatura, ossidazione: ogni variabile introduce uno scarto, una deviazione cromatica, una sorpresa. Il risultato non è mai del tutto prevedibile, come se la materia conservasse un margine di autonomia.

Non è un caso che questo progetto trovi spazio proprio in una casa d’aste come Pandolfini, sempre più orientata ad aprire i propri ambienti a linguaggi che attraversano arte, design e manifattura. L’iniziativa riflette una visione precisa, che vede questi luoghi non solo come sedi di mercato, ma come dispositivi culturali, capaci di accogliere sperimentazioni e dialoghi.

Julie Hamisky, Torchère, 2024

Julie Hamisky, Vase Jabot, 2022

Camilla Sordi, 23 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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