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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliIncisione e fotografia: due linguaggi lontani nel tempo, ma attraversati dalla stessa tensione visiva. La mostra «Vernet incontra Piranesi», ospitata da Antonacci Lapiccirella Fine Art (Via Margutta 54, Roma), mette in dialogo le «Vedute di Roma» di Giovanni Battista Piranesi con lo sguardo fotografico contemporaneo di Marshall Vernet. Ne emerge un confronto serrato in cui il tempo diventa materia dell’immagine e strumento di riflessione sulla memoria, sulla rovina e sulla persistenza dello sguardo.
Piranesi, figura centrale della cultura del Grand Tour, supera la funzione documentaria dell’incisione. Le sue vedute non registrano semplicemente Roma: la reinterpretano attraverso una costruzione scenografica e visionaria che amplifica monumentalità, profondità prospettica e tensione drammatica. Le rovine antiche diventano così immagini del sublime, secondo una sensibilità che trova eco nelle riflessioni di Edmund Burke e Immanuel Kant. La grandezza architettonica si accompagna infatti a un senso di vertigine e precarietà: le architetture sembrano travolgere la presenza umana, richiamando la forza distruttrice del «tempus edax» e la caducità dell’esistenza.
All’interno di questa dimensione si inserisce il lavoro di Vernet. Le sue fotografie in bianco e nero non si limitano a reinterpretare i luoghi piranesiani, ma ne traducono l’immaginario in una percezione contemporanea. La profondità tonale, il rigore compositivo e l’impatto cinematografico delle immagini derivano anche dalla sua esperienza nel cinema e nella pubblicità, maturata attraverso collaborazioni con Tony Scott. Ogni fotografia è costruita come uno spazio narrativo in cui luce, vuoto e architettura diventano elementi emotivi oltre che visivi.
La scelta del bianco e nero assume qui un valore centrale. Eliminando il dato cromatico, Vernet concentra l’attenzione sulla materia della luce, sulle superfici e sulle strutture monumentali della città. Questa soluzione stabilisce un legame diretto con la monocromia incisoria di Piranesi e rafforza il carattere atemporale delle immagini. Il risultato è una Roma sospesa tra passato e presente, dove la fotografia contemporanea sembra assorbire la memoria visiva settecentesca.
Il progetto espositivo rende concreto questo dialogo attraverso l’accostamento di trenta fotografie di Vernet a riproduzioni delle incisioni originali di Piranesi, stampate sulla stessa carta fotografica in cotone. La continuità materica tra i due supporti annulla la distanza cronologica tra le opere e invita l’osservatore a confrontare permanenze e trasformazioni del paesaggio urbano. L’esposizione si configura così come un’indagine intermediale: l’incisione, per secoli principale strumento di diffusione dell’immagine, incontra la fotografia, sua erede tecnologica e culturale.
La mostra può essere letta anche attraverso la riflessione fenomenologica di Maurice Merleau-Ponty, secondo cui ogni esperienza visiva è storicamente situata e incarnata. Le fotografie di Vernet, pur contemporanee, sono attraversate dalla memoria dei luoghi e delle immagini piranesiane; guardare Roma significa allora percepire simultaneamente stratificazioni temporali differenti.
Anche la letteratura ha riconosciuto la forza visionaria dell’universo di Piranesi. Nel saggio «Le cerveau noir de Piranèse», Marguerite Yourcenar riprende una definizione di Victor Hugo per descrivere l’artista come un «cervello nero», capace di trasformare le rovine in metafore dell’esistenza umana. Questa lettura trova un’evidente corrispondenza nel lavoro di Vernet, che utilizza la fotografia non come registrazione oggettiva ma come dispositivo evocativo, capace di attivare risonanze emotive e intellettuali.
Il dialogo tra incisione e fotografia non tende dunque a una sintesi, ma mantiene attive le differenze tra due sguardi e due condizioni storiche della visione. Le opere non si sovrappongono: si affiancano, lasciando emergere continuità e scarti nella lettura dello stesso spazio urbano, che resta così aperto a interpretazioni diverse senza mai esaurirsi in un’unica immagine.
Giovanni Battista Piranesi, «Vedute di Roma» (Chiesa di Santa Costanza), 1839.
Marshall Vernet, «Santa Costanza».