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Alberto Salvadori
Leggi i suoi articoliAd aprile è stata inaugurata una mostra da non perdere, «Man Ray: M for Dictionary» incentrata sulla forza del linguaggio. È anche una reinterpretazione attualizzata dell’esposizione del 1969 presso l’allora Studio Marconi.
Dove? In via Tadino a Milano sede della Fondazione Marconi e della Galleria Giò Marconi. In questo luogo iconico da almeno sei decenni si tratta l’arte come da poche altre parti. Prima Giorgio, gallerista, oramai mitico nel panorama italiano, poi dal 1990 Giò, figlio e nipote d’arte (il nonno era il corniciaio di Morandi), porta avanti un mestiere che ormai oggi sembra destinato a essere praticato sempre con maggiore fatica da meno persone: il gallerista.
Che cosa vuol dire? Semplicemente, ma è sempre più complicato, cercare di creare programmi e incontri con artisti, credere a lungo termine nel loro lavoro, in alcuni casi per tutta la vita lavorativa dell’uno e dell’altro, supportare le loro idee, creare opportunità e progetti che siano momenti importanti per la loro carriera, proteggerli dalle speculazioni. Vuol dire anche avere un rapporto costante con i collezionisti, i direttori di museo e i curatori e rendere la galleria un luogo da visitare e frequentare, non occasionalmente, ma con fiducia e aspettativa.
Da un po’ di tempo Giò Marconi alterna il suo programma con quello, sempre ideato da lui, legato alla storia professionale del padre e al suo lascito sia culturale.
In questo momento è stata allestita magistralmente la mostra di cui sopra, dedicata a uno degli incontri stupefacenti di Giorgio: Man Ray (1890-1976). Potremmo elencarne molti altri da Louise Nevelson a Mario Schifano, a Enrico Baj e altri, anche al di fuori dalle geografie prettamente europee e americane come Antonio Dias o Hisiao Chin. È altamente consigliata la visita perché le opere esposte sono di una qualità talmente alta che superano per intensità recenti mostre dedicate all’artista.
La loro rilettura in termini di allestimento, curato assieme a Simona Malvezzi dello studio Kuehn Malvezzi, restituisce una capacità di interpretazione del lavoro che fuoriesce dalla mera filologia e ritorna a quella magnifica dimensione della mostra in galleria che ha fatto parte della storia dell’arte. Ecco, tutto ciò esiste perché il gallerista quando fa il suo mestiere sta vicino a un artista per lunghi periodi della vita, condivide con lui progetti e idee creando quel rapporto magico e necessario che genera ciò che vediamo. Siamo in presenza di un lavoro che agisce in senso contrario rispetto alla fugacità stagionale e alla dimensione esclusivamente mercantile e un po’ da negozio che sta caratterizzando molte gallerie, ovunque. La mostra presenta anche una selezione di opere che Giò ha chiesto ad alcuni dei suoi artisti come Alex da Corte, Wade Guyton, Allison Katz e altri di realizzare in «dialogo» con Man Ray.
La visita si arricchisce di altre due perle. La prima è un incontro/scontro di volta in volta tra un artista della galleria e un’immagine tratta dalle «Verifiche» (1968-1972) di Ugo Mulas dedicata proprio a Man Ray. La seconda, per i più fortunati, non ve l’anticipo, perché dovete andare a vederla.