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Valentina Casacchia
Leggi i suoi articoliNel seguire le collezioni private in formazione emerge spesso come nascano senza un progetto premeditato e si definiscano in corsa, per aggiunte successive e ripensamenti. Anche il percorso di Marco Ghigi prende forma così. Nato nel 1963, vive e lavora a Bologna e, in occasione di Art City, in apertura il 2 febbraio presenta una selezione di lavori di Giovanni Termini (Assoro, 1972) nella mostra «Postazioni» nel suo spazio Kappa_Nöun, a San Lazzaro di Savena, alle porte orientali della città. Se interpellato, parla di arte con naturalezza e con una passione contagiosa. Racconta, con ironia, la sua doppia vita: farmacista di professione, collezionista per necessità. Una condizione tutt’altro che isolata nel mondo dell’arte, si pensi a Massimo De Carlo prima che diventasse gallerista. «Sono molto fortunato: ho un mestiere che mi tiene con i piedi per terra, a contatto con la realtà e con i problemi delle persone. Con la testa, però, volo sempre verso l’arte. E quando sono immerso nell’arte, che mi dà un grande godimento, sono poi felice di tornare sulla terra, alla farmacia». Ghigi muove i primi passi all’inizio degli anni Duemila. Prima ancora, però, c’è un episodio che lui stesso considera fondativo quando a diciassette anni, durante un soggiorno a Parigi, sceglie di trascorrere le giornate nei musei, da solo. Un gesto autonomo e precoce, che segna fin da subito il suo rapporto con l’arte come pratica di osservazione e di ricerca, lontana dal possesso. Nel panorama italiano delle raccolte private, il suo gruppo di lavori si costruisce attraverso le relazioni. Le opere arrivano una alla volta e restano perché funzionano tra loro, perché continuano a resistere sul lungo. Acquistate quasi esclusivamente da gallerie, entrano nella collezione come esito di relazioni e confronti. Non c’è un programma rigido né un’idea di completezza, il tragitto cresce per incontri e affinità, e ogni nuovo ingresso riorganizza l’equilibrio complessivo senza comprometterne la coerenza. In questo cammino hanno avuto un ruolo decisivo alcuni dialoghi, come quello con Beppe Lufrano, storico gallerista bolognese (Galleria Otto), che ha accompagnato molte delle ricerche confluite in questo nucleo di lavori, ma anche Stefano Fumagalli, Thomas Brambilla, Raffaella Cortese.
Michael E. Smith, «Untitled», 2016
Jason Dodge, «In Alvorada, in Brazil, Vera Junqueira wove wool yarn the color of night and the same length as the distance from the earth to above the weather», 2013
Oggi il corpus conta circa un centinaio di pezzi e si concentra prevalentemente su produzioni dagli anni Novanta in poi, includendo tuttavia alcuni nuclei precedenti tra Settanta e Ottanta. Dopo una prima fase legata ai maestri italiani del secondo Novecento, come Carla Accardi (Trapani, 1924–2014), Giulio Turcato (Mantova, 1912–1995), Pietro Consagra (Mazara del Vallo, 1920–2005) e Mario Schifano (Homs, 1934–1998) progressivamente messi in secondo piano, lo sguardo si è aperto a una scena più internazionale, con un interesse marcato per i contesti americano, tedesco e svizzero. Tra le presenze compare Liam Gillick (Aylesbury, 1964), artista chiave del dibattito post-concettuale, noto per lavori che combinano strutture modulari, testi e colori industriali, mettendo in discussione modelli di produzione, comunicazione e organizzazione sociale. Poi Jason Dodge (Webster, 1969), molto amato, lavora con oggetti quotidiani e gesti minimi, in cui assenza, tempo e memoria diventano elementi costitutivi. Non manca Carl Andre (Quincy, 1935–2024), protagonista del Minimalismo americano, la cui pratica riduce la scultura a elementi modulari disposti direttamente nell’ambiente, invitando a un esercizio fisico e non gerarchico. In questo orizzonte si colloca anche Francesco Jodice (Napoli, 1967) con un lavoro legato a What We Want, progetto avviato nel 1995 e tuttora in corso, in cui l’artista osserva il paesaggio urbano come espressione dei desideri collettivi della società contemporanea. Le immagini, realizzate in numerosi centri di diversi continenti, restituiscono una geografia instabile, in cui architetture e spazi pubblici diventano indicatori di trasformazioni sociali profonde. «In Jodice», osserva Ghigi, «non c’è mai solo la città, c’è sempre il modo in cui la abitiamo, o in cui consideriamo di farlo».
A tenere insieme linguaggi e pratiche differenti è ciò che Ghigi, riprendendo un’espressione che Simone Ciglia (Pescara, 1982) ha enunciato in un suo saggio, definisce «umanità degli oggetti». La figura umana è quasi sempre assente, ma l’esperienza dell’uomo resta implicita. Per esempio, nelle fotografie di Luigi Ghirri (1943–1992), spazi e architetture sono calibrati su una scala d’uso possibile o nei lavori di Michael E. Smith (Detroit, 1977), americano con un’indagine scultorea anti-spettacolare, in cui materiali ordinari, spesso segnati dall’uso o dal degrado, vengono isolati e messi in relazione con estrema precisione, in un equilibrio perpetuo tra presenza e precarietà. Vengono inoltre accolte pratiche concettuali e installative come quelle di Jonathan Monk (Leicester, 1969), Mike Nelson (Loughborough, 1967), Simon Starling (Epsom, 1967), fino alle performance di Joan Jonas (New York, 1936). L’assetto non è mai statico, i pezzi ruotano, entrano ed escono dalla vista; raramente un lavoro esce in modo definitivo. Ogni tanto succede, non può dirci con chi, ma ha dovuto levare un lavoro che non poteva più vedere. Il rapporto con l’arte resta una questione profondamente personale. Da qui la scelta di non delegare: il confronto con galleristi, artisti e altri collezionisti è continuo, così come la dedizione nello studiare e valutare, ma preferisce gestire da sé. Dato il limite delle mura domestiche, ha fondato Kappa_Nöun, uno spazio indipendente a pochi chilometri dalla farmacia, rivolto a mostre temporanee, sperimentazione e scambio, affiancato da una costante attività di prestiti a musei e fondazioni. Oltre alla programmazione espositiva, Kappa_Nöun promuove il Premio Kappa_Nöun per la giovane curatela, ideato da Marco Ghigi in collaborazione con Marinella Paderni, storica dell’arte e curatrice. In questo passaggio dalla sfera privata a quella pubblica si concentra una responsabilità precisa, non accumulare, ma innescare; non trattenere, ma condividere. Un modo di intendere il raccogliere come gesto culturale, capace di generare conoscenza e relazione.