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David Camporeale
Leggi i suoi articoliQuando si parla di una figura come quella di Joseph Beuys, nulla appare casuale, al punto che persino le tappe della sua esistenza sembrano assumere precisi significati simbolici. Quarant’anni separano la sua morte, avvenuta a Düsseldorf il 23 gennaio 1986, dall’inizio della sua attività artistica, determinata dalla visione della città tedesca di Kleve nel 1946, distrutta dai bombardamenti nel secondo conflitto mondiale. Se il numero quaranta è tradizionalmente considerato l’archetipo della purificazione, del cambiamento e del viaggio interiore, non risulta affatto fortuito che, a ridosso del quarantennale della sua scomparsa, l’eredità spirituale del maestro tedesco torni a vibrare con forza, parlandoci delle sfide ecologiche e sociali che contraddistinguono l’età contemporanea.
Prima dell’evento di Kleve, egli aveva già sperimentato gli estremi pericoli della guerra: fu vittima di un grave incidente che gli costò quasi la vita quando il suo aereo si schiantò in Crimea durante un’operazione militare; successivamente venne catturato dagli inglesi e internato in un campo di prigionia in Bassa Sassonia. Tuttavia, fu la presa di coscienza dell’annientamento di quella città legata ai suoi affetti familiari a rappresentare il trauma definitivo; fu la goccia che fece traboccare il vaso, ma che ebbe al contempo l’effetto quasi magico di rivelargli nell’arte l’unica panacea capace di sanare le ferite profonde del suo animo. Lì nacque il nuovo Beuys, l’artista, sebbene la mitologia del suo personaggio collochi in Crimea la fase embrionale di questa seconda vita consacrata alla creatività. In quell’occasione, secondo una narrazione favolistica sostenuta dallo stesso Beuys, un gruppo di Tartari si prese cura di lui, cospargendo il suo corpo di grasso animale e ricoprendolo di feltro, così da salvarlo dall’assideramento. Grasso e feltro diventeranno elementi costanti nella produzione dell’artista: giustificarne in questo modo l’origine consentiva di elevarli a un piano mitopoietico, coerente con quella dimensione sciamanica che ormai pervadeva l’intera figura del maestro tedesco. Tale aura fu il riflesso diretto della sua concezione onnicomprensiva dell’arte, in cui ogni aspetto dell’esperienza umana diviene campo d’azione per l’energia creativa che ogni individuo porta in sé.
È questo il concetto chiave della «Scultura Sociale», lezione che Beuys ha costantemente sostenuto nel corso della sua attività, richiamandola in una serie di famose enunciazioni, come «Ogni uomo è un artista», «La rivoluzione siamo noi», «Kunst = Kapital». Per tale via egli compie un passaggio epocale, trasfondendo nell’arte un peculiare valore antropologico che le consente di espandersi in molteplici settori e di tradursi in azioni concrete. Nel 1973 fonda, con il premio Nobel Heinrich Böll, la Free International University, concepita come luogo di confronto per creare modelli di vita alternativi: ponendo l’attenzione sul significato pedagogico dell’istituzione scolastica, l'educazione viene qui intesa non come trasmissione passiva di nozioni, ma come processo di autoliberazione, nonché come vero laboratorio dove scolpire la società del futuro. In tal senso operò molto anche a livello politico, stimolando il dibattito sull’autodeterminazione dei popoli e denunciando i cortocircuiti dei sistemi vigenti; in questo suo attivismo si inscrivono alcune iniziative, come l’avvio, nel 1971, dell’Organizzazione per la Democrazia Diretta attraverso Referendum, o come l’adesione al movimento tedesco dei Verdi, con cui si candidò al Parlamento europeo nel 1979 e nelle elezioni del Bundestag nel 1980. Tuttavia, manifestò sempre perplessità verso le vecchie logiche di partito, vedendo nella creatività l’unico modo per incidere positivamente sulla complessa realtà contemporanea.
La densa attività di conferenziere è da considerare una peculiare espressione artistica di Beuys: i molti incontri da lui tenuti costituiscono un mosaico fondamentale per comprendere l’ampiezza del suo pensiero, teso a stabilire una totale coincidenza tra creatività ed esistenza, sino a considerare la vita umana come un'opera d'arte totale. In quest’ottica si innesta l’impegno profuso per la «Difesa della natura»: titolo che indica sia la gigantesca operazione portata avanti in Italia negli ultimi 15 anni della sua vita, sia la celebre discussione tenuta a Bolognano (Pe) il 13 maggio 1984. Opportunamente, Lucrezia De Domizio Durini, che fu amica fidata nonché stretta collaboratrice del maestro tedesco, rileva come «“Difesa della natura” non va intesa solamente in un aspetto ecologico, ma principalmente va letta in senso antropologico. Quindi: difesa dell’uomo, dell’individuo, dei valori umani e della creatività». Secondo una visione olistica del creato, per Beuys la distruzione dell'ambiente rifletteva la corruzione della condizione umana: la cura della Terra assumeva, pertanto, il significato di un’autoguarigione collettiva. Proprio qui, nel piccolo paese in provincia di Pescara, l’artista svolge un’opera imponente, incentrata sulla qualificazione del paesaggio naturale e sulla valorizzazione della biodiversità del territorio, realizzando un autentico paradiso composto da 7mila piante di specie diverse: la Piantagione Paradise.
Ma se in Abruzzo Beuys poté dar corpo alla sua intuizione, non vi riuscì in una delle circostanze più cariche di significato dell’intero suo percorso artistico. Nel 1981, durante la visita delle macerie di Gibellina (Tp), che era stata distrutta dal terremoto del 1968, egli concepì un’opera ambientale, pienamente coerente con la sua visione ecologico-antropologica: un bosco di 300 querce, da piantare nell'area della baraccopoli, come simbolo di resistenza e rigenerazione. Come Kleve nel 1946, anche Gibellina rappresentava la possibilità del riscatto dalla rovina; se si vuole individuare un testamento spirituale di Beuys, è indubbiamente questo «Sacro Bosco»: un monumento all’uomo e alla natura, un invito alla conservazione della memoria e alla fiducia nel futuro. L’artista, morto precocemente, non poté avviarne l’esecuzione, ma alle generazioni future è affidato il compito di portare a termine quest’opera straordinaria.
Nel corso del tempo, l’amministrazione pubblica ha più volte affrontato l’argomento, ma mai in termini conclusivi; quest’anno la città belicina è stata premiata dal Ministero della Cultura come Prima capitale italiana dell’arte contemporanea: quale occasione migliore per dare finalmente vita alla proposta artistica di Beuys? È un appuntamento con la Storia che è stato rimandato troppo a lungo, specialmente ora che, in occasione del quarantennale, tutto il mondo celebra il grande artista e la sua prolifica attività. Gibellina, sede di una delle sue idee più forti e suggestive, non può mancare all’appello nel ricordare il maestro tedesco, la sua opera, e la sua aspirazione a un nuovo umanesimo radicale. Come lo stesso Beuys affermava, «In fondo non ho molto a che fare con l’arte. L’arte mi interessa solo in quanto mi dà la possibilità di un dialogo con l’uomo».