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Maria Lai, anni '60.

Credits Marianne Sin Pfalzer.

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Maria Lai, anni '60.

Credits Marianne Sin Pfalzer.

Ulassai 2026, l’arte che si costruisce nel dialogo con il territorio

La seconda Biennale arte contemporanea di Ulassai mette al centro il dialogo tra artista, territorio e comunità, trasformando il significato dell’opera in un processo partecipativo e relazionale. Tre curatori e venti artisti interpretano lo spirito di Maria Lai tra paesaggio, sperimentazione tecnica e dimensione collettiva

Un’opera d’arte non esiste senza interpretazione. O almeno, non completamente. Lo sosteneva Maria Lai, artista nata a Ulassai, che ha costruito tutta la sua ricerca sul rapporto tra opera e comunità, tra gesto artistico e partecipazione. Un’idea semplice, solo in apparenza, ché oggi è più attuale che mai. Perché, in un tempo in cui le immagini si moltiplicano, i contesti si sovrappongono e il rapporto con i luoghi cambia, che significato ha l’opera?
È da questa domanda che prende forma la seconda edizione della Biennale Arte Contemporanea di Ulassai, intitolata «Il Significato dell’Opera», in programma dal 21 marzo al 7 giugno 2026. Dopo la prima edizione del 2024, il progetto prosegue approfondendo la dimensione concettuale del fare artistico e il valore collettivo dell’esperienza estetica.
La Biennale coinvolge venti artisti, tre curatori ospiti e due sedi espositive – la Stazione dell’Arte e il CaMuC- Casa Museo Cannas – configurando Ulassai come uno spazio espositivo diffuso. Non un unico percorso, ma una costellazione di interventi che si sviluppano in relazione ai luoghi.

La direzione artistica è affidata a Gianni Murtas, storico e critico d’arte, affiancato da Marco Peri, direttore della Stazione dell’Arte. Insieme hanno invitato tre curatori a sviluppare progetti autonomi, radicati nelle rispettive esperienze di ricerca ma pensati in dialogo con il contesto di Ulassai: Giannella Demuro per Museo Organica, Ivo Serafino Fenu per il Parco delle Arti Molineddu e Francesca Sassu per la residenza artistica nocefresca.
«Sono convinto che la seconda Biennale Arte Contemporanea di Ulassai avrebbe reso felice Maria Lai.» Afferma Marco Peri, Direttore della Fondazione Stazione dell’Arte, «I musei sono animati da tante artiste e artisti che, senza intenti celebrativi, attraversano con linguaggi interdisciplinari alcune delle sue intuizioni più profonde — un’arte che mette al centro le relazioni, la partecipazione attiva, il coinvolgimento — capace di interrogare il presente senza rinunciare alle emozioni».
È proprio questo il senso più autentico della Biennale di Ulassai: consolidare la missione della Fondazione Stazione dell’Arte, promuovendo l’eredità culturale di Maria Lai non solo attraverso la conservazione e lo studio della sua opera, ma riattualizzandone il messaggio nel confronto con artisti e artiste del presente. Metterlo in dialogo con le ricerche artistiche contemporanee significa renderlo vivo, capace ancora di generare visioni, relazioni e trasformazioni nella realtà.

Il progetto si articola attorno a due linee principali: da un lato la ridefinizione del rapporto tra autore e responsabilità culturale, dall’altro la pluralità dei linguaggi e delle tecniche come spazio di attraversamento. In questo quadro, l’opera non è considerata come oggetto isolato, ma come processo aperto, che si costruisce nell’incontro tra artista, pubblico e contesto.
La Biennale si configura come una rete aperta che coinvolge diverse realtà attive in Sardegna nella promozione dell’arte contemporanea: il Museo Organica di arte ambientale di Tempio, il Parco delle Arti Molineddu di Ossi e la residenza artistica nocefresca di Milis. L’obiettivo è costruire una piattaforma condivisa, capace di mettere in relazione pratiche artistiche, istituzioni e territorio.
I musei di Ulassai diventano luoghi di convergenza tra esperienze diverse, mentre il pubblico è chiamato a partecipare attivamente al processo di costruzione del significato.

 

Installation view Eleonora Desole.

In questo senso, la domanda iniziale resta aperta. Non come esercizio teorico, ma come pratica. Il significato dell’opera non è dato una volta per tutte. Si definisce nel tempo, nello spazio e nelle relazioni che ogni lavoro è in grado di attivare.
Le tre sezioni della mostra traducono questi presupposti in modalità diverse.
«Orografie», a cura di Giannella Demuro, prima ancora che una mostra è una postura: quella di una giovane arte che non si sovrappone ai luoghi ma li attraversa, li ascolta, li interroga. La partecipazione del Museo Organica alla II Biennale di Ulassai nasce da una consonanza profonda con l’idea di opera come relazione viva tra artista, contesto e comunità, capace di generare domande, consapevolezza, appartenenza. Nello spirito della ricerca di Maria Lai, l’arte non è oggetto isolato: è legame, gesto collettivo, spazio partecipativo in cui si costruiscono insieme reti di senso. A Ulassai, Organica porta non solo opere, ma una filosofia: mettere in relazione pratiche diverse, attivare il confronto tra generazioni, costruire processi culturali che lascino tracce durevoli nei territori.
Le ricerche di Fabiana Casu, Eleonora Desole, Giuseppe Loi e Davide Mariani, pur differenti per linguaggi, orientamenti e soluzioni formali, condividono una profonda attenzione per la natura, per i luoghi e per la relazione tra presenza umana e ambiente. I lavori esposti prendono forma proprio nell’ascolto dei luoghi, nell’attenzione ai tempi lenti della materia, nella sperimentazione di forme che mutano con la luce e con le stagioni. Nelle loro pratiche la natura diventa insieme campo critico e poetico: luogo di verifica, di responsabilità, di immaginazione.
«This Is», curato da Ivo Serafino Fenu, trova la sua linfa vitale nell’esperienza del Parco delle Arti Molineddu (Ossi) diretto da Bruno Petretto. È qui che, nel 2025, con la XXIX edizione del festival Arte, Evento, Creazione, ha preso forma la mostra Peer to Peer. Corrispondenze artistiche. Quel progetto, fondato sulla dimensione relazionale e sulla condivisione tra artisti e pubblico, individuava nell’opera d’arte un luogo di incontro capace di scardinare le barriere tra creatore e fruitore.
Le cinque installazioni che si susseguono nelle sale del CaMuC non sono stazioni isolate, ma segmenti di un unico leit motiv: la ricerca della presenza attraverso il superamento del limite. Il percorso si configura come un viaggio che parte dalla messa in discussione del visibile, attraversa la trama delle relazioni umane e della memoria collettiva, per inabissarsi nell’inconscio e riemergere, in ultimo, in una celebrazione vitale della finitudine.
La prima tappa è una soglia conoscitiva: in Nil obscurius luce (nulla è più oscuro della luce) Giovanni Carta e Gianni Nieddu indagano l’ambiguità del vedere. Dall'indeterminatezza ottica si passa poi alla vibrazione emotiva di Legami di Daniela Frongia e Stefano (Feffo) Porru, giocata tra presenza e assenza. La relazione tra singoli e la dimensione comunitaria pervade l’installazione partecipativa Ti cerco tra le stelle di Mattia Enna e delle sorelle Manca che trasformano Ulassai in un cielo capovolto, mentre l'indagine penetra nell'inconscio collettivo con Doppio sogno di Giusy Calia e Antonello Fresu. Il viaggio si conclude con La danza dei Fantasmi di Sabrina Oppo e Josephine Sassu, una celebrazione della contiguità tra vivi e morti con banchetto rituale conclusivo, insieme sacro e profano.

Con «Campo Luminoso. Luci sulla campagna», la curatrice Francesca Sassu propone un'indagine poetica e visiva sullo stato attuale della campagna sarda e delle sue piccole comunità: un tentativo di far luce sul “campo” inteso come terreno agricolo, ma anche come campo di relazione, ricerca, osservazione e sperimentazione.
Il progetto curatoriale di nocefresca riflette l’approccio sviluppato nel programma di residenze artistiche ospitato a Milis, in provincia di Oristano. Una metodologia incentrata sull’interazione con il territorio e il coinvolgimento della comunità, in sintonia con quel senso di responsabilità sociale che attraversa la storia artistica di Maria Lai. La convinzione che l’arte possa essere uno strumento di attivazione sociale e culturale, una leva per l’emancipazione e la crescita, nonché uno stimolo al pensiero creativo, acquista ancora più rilevanza in contesti che attraversano una crisi di identità e oggi sono chiamati a reinventarsi.
La mostra affrontano alcuni aspetti del vivere rurale contemporaneo, tra cui lo spopolamento, il senso di appartenenza alla comunità, il rapporto con la terra e la presenza di architetture inutilizzate e in decadimento. Emergono inoltre le tensioni e le ambivalenze che caratterizzano questi contesti, dove elementi opposti si sovrappongono e convivono: assenza e presenza, abbandono e cura, emancipazione e dipendenza, ambizione e collasso, limite e possibilità
La fotografia è il punto di partenza comune, attraversato, integrato e superato attraverso la tridimensionalità, il movimento e il suono, ed espanso nei linguaggi dell’installazione, del video e della scultura. Il lavoro fotografico di Josef Kováč pone il visitatore di fronte alle immagini di serre abbandonate e dimenticate nel buio della notte, interrogandosi sulla fragilità delle attività umane. L’opera diventa esperienza immersiva, interattiva e plurisensoriale, amplificata dai suoni raccolti da Laure Jolissaint nelle campagne sarde. Simone Mizzotti affronta il tema dello spopolamento attraverso ritratti di comunità realizzati nei comuni di Armungia, Assolo e Milis. L’intervento video di Renée Lotenero osserva le abitazioni in crollo e le immagina come organismi viventi, interrogandosi su quale nuova forma di vita possa nascere dalle rovine. Chiara Cordeschi indaga il mondo della viticoltura, focalizzando la sua attenzione sul viticcio elemento evocativo e simbolico.
Il significato dell’opera, a Ulassai, non è una risposta. È una pratica condivisa.

Fino al 7 giugno 2026, Stazione dell’arte e Museo CaMuC, Ulassai, Sardegna.
www.biennaleulassai.com

Stazione dell'arte, vista interna.

Nicoletta Biglietti, 01 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Ulassai 2026, l’arte che si costruisce nel dialogo con il territorio | Nicoletta Biglietti

Ulassai 2026, l’arte che si costruisce nel dialogo con il territorio | Nicoletta Biglietti