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Manuela De Leonardis
Leggi i suoi articoliVenezia. In un certo senso gli archivi di Dayanita Singh sono un po’ come la Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges: una combinazione infinita di parole, punteggiatura, lettere, alfabeti diversi che, scaffale dopo scaffale, si depositano sulle pagine di libri non sempre comprensibili. Quando, nel 1941, lo scrittore argentino pubblicò questo racconto di finzione non esisteva certo l’ebook. Talvolta in questo «universo onirico» dall’architettura labirintica, quelle lettere diventano puri segni grafici privi di un contenuto semantico. Per la fotografa indiana gli archivi, come questa biblioteca al confine tra utopia e distopia, sono luoghi fisici e allo stesso tempo contenitori del pensiero, delle emozioni e della quotidianità dell’essere umano. Sostanzialmente ne attestano l’esistenza, rivelandone l’identità e le contraddizioni.
È quanto emerge anche nella mostra «Dayanita Singh. ARCHIVIO», curata da Andrea Anastasio all’Archivio di Stato di Venezia (dal 17 aprile al 31 luglio) che per la prima volta apre al pubblico come sede espositiva, realizzata con la collaborazione di Università Iuav di Venezia e Università Ca’ Foscari Venezia. Tappe successive saranno il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Mao-Museo d’Arte Orientale di Torino e l’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi. Archivi, libri, musei e naturalmente fotografie: anche cambiando l’ordine degli addendi il risultato, nel suo rigorosissimo lavoro espresso prevalentemente attraverso il linguaggio del bianco e nero, non muta. Almeno in termine di potenzialità di ciascun elemento nell’entrare in relazione con l’altro. Inoltre, nelle fotografie di Dayanita Singh sembra trapelare l’odore stesso che caratterizza gli archivi da lei visitati e fotografati a Venezia, Napoli, Firenze o magari nella cittadina indiana di Mahmudabad, nell’Uttar Pradesh. Un odore che è carico di una simbologia in parte eloquente, quella del tempo e della burocrazia. José Saramago, nel romanzo Tutti i nomi, lo definisce un profumo per «metà di rosa e metà di crisantemo».
Nata a New Delhi nel 1961, dove vive e lavora tuttora, Dayanita Singh (vincitrice del Premio Hasselblad 2022) ha studiato Comunicazione Visuale al National Institute of Design di Ahmedabad e Fotografia Documentaria all’Icp-International Center of Photography di New York, incoraggiata e stimolata dall’incontro (da una parte all’altra del globo terrestre) con due persone speciali, il musicista di tabla Zakir Hussain e la fotografa Mary Ellen Mark. Negli anni Ottanta, tra le prime fotoreporter del suo Paese a sfidare preconcetti e cliché legati a un mestiere considerato maschile, seguendo le orme di Homai Vyarawalla, autrice di scatti iconici a partire dalla fine dell’epoca coloniale, Singh ha iniziato a scattare fotografie con una Pentax ME Super su cui era montato un obiettivo 50mm, dono dell’editore tedesco Ernst Battenberg. Fotografare per lei è da subito l’espressione di una libertà estrema nel confrontarsi con la realtà sociale, sconfinando tra sfera privata con i ritratti di familiari e amici (inclusa sua madre Nony Singh, fotografa amateur compulsiva e archivista custode degli album di famiglia) e pubblica, come si vede nel suo libro Let’s See (2022). In questo «foto-romanzo» le immagini in bianco e nero occupano pagine intere, senza didascalie, proprio come le fotografie di un fondo fotografico analogico, mescolate tra loro, in disordine, prima delle fasi di catalogazione e inventariazione. In copertina una giovanissima Dayanita sorride, seduta sul materasso poggiato a terra, circondata da centinaia di fogli di provini a contatto. I suoi amici più cari, nonché protagonisti di lavori durati nel tempo, sono lo stesso Zakir Hussain (a cui è dedicato il suo primo libro pubblicato nel 1986, e nuovamente nel 2020 con il titolo Dayanita Singh: Zakir Hussain Maquette) e Mona Ahmed, «fuoricasta tra i fuoricasta», in Myself Mona Ahmed che è anche il racconto della loro profonda amicizia. Con la sua struttura, la sequenza, il ritmo narrativo, l’equilibrio tra il valore di oggetto estetico e contenutistico, il libro fotografico è una costante nella pratica artistica di Dayanita Singh che ne ha realizzati una ventina (pubblicati prevalentemente dall’editore tedesco Steidl), elemento imprescindibile alla base della sua idea di «museo-archivio portatile». Proprio Sent a letter (2008), con i suoi sette piccoli volumi rilegati nel formato di fisarmonica o leporello (per un totale di 126 pagine), è stato per lei di grande ispirazione nel considerare «che un libro può diventare una mostra», come ha affermato la stessa fotografa. Un esempio è Museum Bhavan che è anche il titolo di un cofanetto di tessuto a conchiglia, contenente nove libretti rilegati a fisarmonica con le fotografie di altrettanti «musei», tra cui Museum of Photography, Little Ladies Museum, Ongoing Museum e uno contenente le conversazioni tra la fotografa, l’editore Gerhard Steidl e lo scrittore Aveek Sen. Pubblicato nel 2017 è diventato un libro cult, ricercato (e carissimo) oggetto da collezione.
Nel formulare la sua idea di «museo del futuro», la fotografa torna proprio sul tema dell’archivio che considera come un organismo vivente, sospeso tra passato e presente, sia che si tratti di libri esposti all’interno di strutture modulari di legno, che di pure fotografie. Ritrae le architetture talvolta spoglie e anonime che custodiscono quei documenti preziosi, spesso impolverati e trascurati. Gli oggetti in sé (miscellanee, carteggi, faldoni di documenti, antichità...) diventano i protagonisti di una storia collettiva, custoditi da archiviste e archivisti, fonti preziose di trasmissione di una conoscenza che si può rivelare una narrazione ambigua, interpretabile, in parte sconosciuta. Non c’è un ordine gerarchico nel modo in cui Dayanita Singh cattura la loro esistenza, tra ordine e disordine, valore o banalità.
«From Venice Pillar 1» esposta nella mostra «Dayanita Singh. ARCHIVIO», all’Archivio di Stato di Venezia, poi a Villa Giulia a Roma, al Mao di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi