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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliAlla Fondazione Elpis, negli spazi della Lavanderia, la mostra «Smooth Operator», a cura di Gabriele Tosi, segna l’esordio italiano del danese Villiam Miklos Andersen, classe 1995.
Un progetto che, esposto fino al 14 giugno, mette in discussione una delle categorie più elusive e pervasive del nostro presente: il comfort. Per Andersen, infatti, il nostro benessere non è affatto scontato: «Sono interessato a come il comfort operi, non come qualcosa di neutrale, ma come qualcosa di progettato». Un’affermazione che guida l’intero percorso espositivo, trasformando l’architettura in una sequenza di ambienti ibridi, dove «i sistemi modellano il modo in cui ci muoviamo nel mondo, ma anche come ci comportiamo, quali gesti sono possibili e chi si sente davvero a proprio agio in uno spazio».
La mostra, attraverso sculture, installazioni e dispositivi relazionali, svela ciò che solitamente resta invisibile. «Il comfort tende a nascondere i sistemi che lo sostengono – diventando – una sorta di interfaccia, qualcosa che attraversiamo senza vedere davvero cosa lo tiene insieme». In questa prospettiva, il benessere emerge come privilegio distribuito in modo diseguale, che «spesso si basa su forme di disagio celate ai nostri occhi».
Il percorso si articola sui tre piani di Fondazione Elpis, diversificando medium e stili. Dall’ingresso, dove opere come Smooth Operator introducono il tema della regolazione, fino al cortile con la Mobile Sauna, emblema della ricerca dell’artista. «Una sauna è di solito uno spazio stabile e protetto, ma una volta inserita in un veicolo militare diventa completamente dipendente dal contesto», spiega Andersen parlando della conformazione della sua opera.
Il viaggio compiuto da Gotland a Milano diventa così esperimento sociale: «Non si trattava di presentare il comfort come universale, ma di seguirne le trasformazioni». Particolarmente immersivo è poi il piano interrato, concepito come un club queer speculativo, dove l’opera Radioso gioca con luce e percezione. «La luce assorbe i corpi, che diventano meno leggibili, più diffusi, permettendo incontri più ambigui o intimi». Qui, insieme al DJ set, si costruisce «una sorta di coreografia, dove i corpi possono muoversi, incontrarsi, sostare».
Al primo piano, strutture come Cabin, che ricordano toilette chimiche, riflettono invece sulla standardizzazione e la ricerca dell’intimità personale, mentre opere come Water Cooler, una scultura che replica monumentalizzandolo il classico distributore d’acqua d’ufficio, trasformano oggetti quotidiani in dispositivi sociali. «Uno dei pochi luoghi in cui puoi fare una pausa senza chiedere permesso», osserva l’artista, sottolineandone al tempo stesso la dimensione specifica e leggermente assurda.
La pratica di Andersen si muove quindi tra diversi media e ambiti d’indagine. «Non si tratta di mescolare formati, ma di attraversare sistemi di produzione e lasciare che le loro logiche emergano». Un metodo che lui stesso definisce logistical cruising, ovvero un attraversamento delle infrastrutture del contemporaneo dove desiderio, lavoro e mobilità si intrecciano. In questo senso, «Smooth Operator» apre spazi di tensione e riflessione. «Il comfort può forse essere qualcos’altro, non solo protezione, ma anche vulnerabilità, persino intimità». Ed è proprio in questa ambivalenza che la mostra trova la sua forza, nel trasformare ciò che diamo per scontato in un terreno critico, politico e profondamente umano.