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Walter Guadagnini
Leggi i suoi articoliÈ un libro strano Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire, insofferente e urticante, ma anche pieno di pettegolezzi, un geniale esperimento poetico – che aprirà in realtà a molta scrittura del Novecento – e uno sfogo personale. Un libro fatto di frammenti, fondamentalmente non concluso perché questo genere di libri non può mai chiudersi, libri che devono rimanere aperti perché sono troppo intimi per potersi dare una forma definita e definitiva, una volta per tutte. È pieno, naturalmente, di frasi memorabili («Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto sta qui», è l’incipit, per dire) e di affermazioni estreme, perché è scritto «secondo l’ispirazione del giorno e della circostanza, purché l’ispirazione sia viva».
Ecco, il progetto di questa edizione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno (che a sua volta può tradursi con «esposto» anche nel senso di «messo a nudo, senza veli», ma che è anche il titolo di una splendida mostra di qualche anno fa dal significativo sottotitolo di «Voyeurism, Surveillance and the Camera», che non è CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, l’ente organizzatore di questo festival, ma è la macchina fotografica, per dire come tutto si tiene anche per caso, come insegnavano i surrealisti, di cui a loro modo Ralph Gibson e Paolo Ventura sono eredi, ma questa è un’altra storia), il progetto si diceva nasce pensando a Baudelaire e alla sua scrittura frammentaria, perché un festival non può che essere fatto di frammenti, è la sua natura.
In un festival il visitatore deve continuamente riassestare il proprio pensiero e le proprie attese, non segue il filo coerente di una mostra in un museo ma quello, variegato, di tante mostre in tanti spazi diversi. Perché non solo le mostre sono per l’appunto differenti, ma anche i luoghi cambiano, e con essi per forza di cose la percezione: in questo caso, poi, si è deciso di forzare ulteriormente il concetto portando le mostre anche fuori dagli spazi espositivi canonici, modificando dunque anche i formati delle immagini, in un continuo gioco di rimandi e di negazioni. Si cammina tra un’esposizione e l’altra, e mentre si cammina si incontra un’altra esposizione, un’immersione completa nell’immagine fotografica che è insieme un invito e una provocazione alla forma della città, come dimostrano in maniera esplicita i 26 billboard che punteggiano alcune grandi arterie torinesi di acque e bagnanti, anche un po’ per vedere l’effetto che fa.
Ma, per tornare all’ispirazione iniziale, non si può non ricordare come la figura più citata da Baudelaire in quel volumetto sia Edgar Allan Poe, suo autentico e dichiarato nume tutelare, e ancora piace pensare al diverso rapporto intessuto dai due con quell’invenzione così moderna ai tempi, oggi ormai talmente classica che per essere contemporanea sembra avere bisogno di tutti i prefissi del mondo, ovviamente meglio se post. Il francese, si sa, ferocemente alieno a qualsiasi concessione alla sua possibile artisticità («l’umile ancella» passata alla storia degli anatemi contro la fotografia), lo statunitense tra i primi entusiasti estimatori della «piastra dagherrotipata» già dal 1840: chissà che non possano incontrarsi qui e discutere di fotografia in una qualche piazza torinese, come le statue cittadine evocate da de Chirico.
Fuor di metafora e fuori dalle suggestioni letterarie, ciò che conta davvero è che le persone reali si incontrino e che le mostre e le fotografie dialoghino tra loro, perché alla fine un festival funziona se diventa anche una scusa per incontrarsi e un tema serve a far sì che gli spettatori trovino un filo, per quanto tenue, da seguire passando da una sede all’altra. Ecco allora l’idea del «miglio della fotografia», traduzione si spera non presuntuosa del «museum mile» newyorkese o del Museumsquartier di Vienna, luoghi dove non a caso nella stessa giornata puoi ritrovare più volte le stesse persone. Perché se sei appassionato di arte, o di fotografia, o di qualsiasi disciplina, di quel mondo ti incuriosisce tutto, hai voglia di vedere tutto, anche quello che magari hai già visto o pensi non ti piacerà, e averli tutti vicini aiuta, soprattutto all’interno di città grandi, dove la dispersione è fatale. Torino da questo punto di vista funziona benissimo: ricchissima di luoghi istituzionali, di musei di ogni genere, condensa nella zona adiacente via Po, tra piazza Vittorio e piazza Castello, una quantità notevole e preziosissima di luoghi espositivi, dalla natura più diversa. Idealmente riuniti intorno a CAMERA e a Gallerie d’Italia, i due luoghi che negli ultimi anni hanno sancito il primato del capoluogo piemontese nella proposta continuativa e di qualità della fotografia storica e contemporanea, si susseguono musei come quello Regionale di Scienze Naturali e quello Nazionale del Risorgimento, un Circolo del Design e uno spazio indipendente come Cripta 747, l’Archivio di Stato con le sue bellissime raccolte e con i suoi non meno belli spazi espositivi, chicche come la Cripta della Chiesa di San Michele Arcangelo o i giardini di Palazzo del Pozzo della Cisterna e il Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana. A piedi, raggiungere gli estremi richiede meno di mezz’ora, ovviamente intervallata dalle mostre che si incontrano non solo nei musei ma anche nelle strade e nelle piazze.
Le mostre, per l’appunto, tante e per i gusti e le passioni più diversi, unite dall’idea che il mettersi a nudo sia anzitutto uno stato d’animo, ma possa essere anche un gesto fisico, al termine del quale il corpo, rimanendo «esposto», diviene materia insieme d’arte e di sensualità, di accademia e di trasgressione. Da qui il filo, da qui i dialoghi tra le fotografie: esemplari a questo proposito sono state due scelte, quella dell’Archivio di Stato e quella del Portico di Palazzo Carignano dove si trova il Museo del Risorgimento. Nel primo, il confronto è diretto tra generazioni e ossessioni, con tema principale per l’appunto la rappresentazione fotografica del nudo. Belloc, ovvero l’accademia che si trasforma in erotismo; Von Gloeden, l’accademia che si trasforma in vagheggiamento sensuale di tempi e luoghi lontani (così certo appariva la Sicilia a un tedesco di fine Ottocento); Mollino infine, quasi padrone di casa con quel Teatro Regio proprio di fronte alle sue fotografie, un messaggio dalla sua camera oscura che diventa gioco, con l’accademia e con sé stesso. Tre personalità ma una mostra sola, seguita, negli stessi spazi, dalla personale di un grande maestro della fotografia americana, peraltro legatissimo all’Europa, come Ralph Gibson, che in qualche modo riunisce le ossessioni dei suoi tre occasionali compagni di spazio espositivo e le trasforma in riflessione sul linguaggio fotografico, sul vedere e sui meccanismi dell’inconscio.
Il dialogo si fa ancora più diretto e intenso nei grandi teloni che danno nuova vita e nuova luce al Portico di Palazzo Carignano. Chi vi arrivi dalla Galleria Subalpina, imperdibile gioiello tra i tanti del centro città, vedrà la serie di nove immagini – in formato gigante – tratte dal leggendario album «Nigra» composto da Virginia Oldoini, più nota come la Contessa di Castiglione, un ottocentesco capolavoro di travestimento degno di Cindy Sherman, dove è proprio il mascherarsi che mette a nudo; chi vi arrivi dalla strada, vedrà invece le nove opere che compongono il lavoro della giovanissima Karla Hiraldo Voleau, che impara fotograficamente ad accettare il proprio corpo nel corso degli anni, in un gioco di immagini ironico e accattivante. Ecco, nudità e travestimento, punti di vista che cambiano completamente la percezione del mondo, due donne in dialogo tra loro, immagini del passato e del presente, in uno spazio abitualmente considerato semplicemente come di passaggio, come attraversamento o ingresso, non come centro: un festival può anche riassumersi così, lasciando agli spettatori il desiderio e il gusto di scoprire i mille altri modi di mettersi a nudo, fotograficamente.
Fabio Bucciarelli, «Insuperabili», 2025. © Fabio Bucciarelli