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«Interns, Walkthrough».

Credits Kathleen Hoare of Seeing Things. Curtesy of National Pavilion UAE La Biennale di Venezia.

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«Interns, Walkthrough».

Credits Kathleen Hoare of Seeing Things. Curtesy of National Pavilion UAE La Biennale di Venezia.

«Washwasha», il suono come rete di identità negli Emirati Arabi Uniti

Una mostra collettiva curata da Bana Kattan esplora il paesaggio sonoro emiratino tra tradizione orale, migrazione e trasformazioni contemporanee

Rosalba Cignetti

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Sussurrare all’orecchio in arabo si dice «washwasha». Una parola di uso quotidiano, derivata dalla radice onomatopeica w-sh-w-sh, che riproduce il suono del parlare a bassa voce, spesso in prossimità fisica e in riservatezza. È una modalità universale del linguaggio: dire senza esporre, far circolare senza formalizzare. Il suo significato è legato anche all’idea di una trasmissione non lineare, non ufficiale, fatta di passaggi, stratificazioni e relazioni. Non una voce che domina, ma una voce che circola. «Washwasha» è il titolo scelto per la mostra collettiva del Padiglione degli Emirati Arabi Uniti, curata da Bana Kattan con video, performance, dipinti, fotografie, sculture e installazioni di Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e Taus Makhacheva, artisti di generazioni e provenienze diverse, le cui pratiche affrontano il paesaggio sonoro degli Emirati Arabi come un luogo stratificato, fatto di migrazioni, mobilità e rapide trasformazioni. Il suono qui non è un elemento accessorio, ma una struttura portante: dalle tradizioni orali ai circoli poetici, fino alle prime esperienze radiofoniche, si configura come uno spazio di costruzione e trasmissione dell’identità collettiva. La mostra si muove lungo questa continuità, mettendo in relazione pratiche storiche e condizioni contemporanee, tra presenza diretta dell’ascolto e dispositivi tecnologici che ne ridefiniscono forme e circolazione. Il progetto curatoriale evita letture statiche del contesto emiratino, letto come uno spazio attraversato da flussi e relazioni, dove terra e mare sono reti di scambio e le identità si formano nel movimento. In questo contesto, il suono diventa uno strumento per leggere le trasformazioni sociali, urbane, storiche, architettoniche e culturali. L’allestimento, progettato dallo studio Büro Koray Duman, traduce questi temi in un’esperienza fisica: una sequenza di ambienti che accompagna il visitatore da situazioni di ascolto concentrato a zone in cui i suoni si sovrappongono e si accumulano. Più che sul suono in sé, Washwasha si concentra sulle condizioni dell’ascolto: una modalità di trasmissione dove la voce passa tra corpi, linguaggi e dispositivi, lasciando tracce anche nei contesti più instabili.

Rosalba Cignetti, 01 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

«Washwasha», il suono come rete di identità negli Emirati Arabi Uniti | Rosalba Cignetti

«Washwasha», il suono come rete di identità negli Emirati Arabi Uniti | Rosalba Cignetti