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Francesca Woodman, «But Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid», 1975-77

© Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Courtesy di Foundation e Gagosian

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Francesca Woodman, «But Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid», 1975-77

© Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Courtesy di Foundation e Gagosian

A Roma Francesca Woodman, regina dello specchio

Da Gagosian cinquanta scatti della fotografa statunitense, un terzo dei quali mai o raramente esposti

Samantha De Martin

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C’era una volta uno specchio capace di far sparire tutto ciò che di bello venisse in esso riflesso, ma anche di accentuare e deformare il cattivo. Un giorno la sua superficie si frantumò e i frammenti, dispersi per il mondo, schizzarono negli occhi e nei cuori degli uomini, corrompendone le anime. C’è un nesso che lega la fiaba della Regina delle nevi all’esistenza di Francesca Woodman, nonostante la vita della fotografa statunitense, nata a Boulder, in Colorado nel 1958 e morta suicida a New York a 22 anni, non abbia avuto un epilogo felice. Trae probabilmente ispirazione da questa fiaba il titolo di una sua significativa fotografia, «Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid», nella quale le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo. Uno scatto che ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. «Woodman, spiega Katarina Jerinic, collections curator presso The Woodman Family Foundation, ha intitolato questa fotografia, che ritrae misteriosi e poetici oggetti di una natura morta, con un testo altrettanto evocativo. Ricorda “Un chien andalou”, il film surrealista di Buñuel del 1929, che Woodman potrebbe aver conosciuto. Abbiamo poi scoperto, attraverso gli scritti della stessa Woodman, che il titolo deriva dalla fiaba “La regina delle nevi” e dai suoi frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza. Una storia appresa probabilmente durante un corso frequentato alla Rhode Island School of Design all’inizio del 1976». 

Una cinquantina di questi scatti, un terzo dei quali mai o raramente esposti, approdano adesso da Gagosian, in occasione della mostra «Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid», in corso fino al 31 luglio. Il titolo allude proprio a quella fotografia. Peripezie di corpi nudi, vestiti o velati, esposti o parzialmente nascosti, accompagnati da un uovo, da un guanto, una maschera, una conchiglia, frutta, pesci, tazze da tè, raccontano un’artista affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria e degli oggetti comuni per esprimere mistero e meraviglia. Ed è proprio sulle affinità con il Surrealismo che la mostra si concentra. «Sappiamo che Woodman, aggiunge Jerinic, aveva studiato il Surrealismo e che probabilmente conosceva molti degli artisti del movimento grazie alle visite ai musei europei. In particolare, cita André Breton e il suo libro Nadja come fonti d’ispirazione per il suo lavoro». Più che strizzare l’occhio a specifici maestri, l’opera di Woodman risponde in generale ai temi del Surrealismo legati all’immaginario onirico e alla feticizzazione, reinterpretandoli, spesso con umorismo, attraverso la sua personale esperienza di fotografa e modella. «Certo, prosegue Jerinic, è difficile non cogliere analogie tra le tazze da tè di Woodman e quelle di Meret Oppenheim, o tra l’immagine della carne avvolta con il nastro adesivo e i corpi legati di Hans Bellmer». In mostra è soprattutto la sua inquadratura del corpo frammentato a rivelare le affinità con il movimento. «Fotografava sé stessa, avvalendosi anche di amiche come modelle. Si approcciava alla fotografia con intenzionalità, spesso abbozzando le idee in anticipo, ispirata dall’allegoria e dalla metafora», spiega la curatrice. 

Ed ecco quindi la figura femminile elaborata in forme insolite, con anguille e lucci ad avvolgere il corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, ritratti che, oltre a ricollegarsi all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche, suggeriscono al contempo una parodia dei suoi tratti distintivi. Più che un autoritratto diaristico, la mostra romana vuole essere un approfondimento che enfatizza l’arguzia e l’intelligenza di un’artista attratta dalla storia dell’arte e dalla letteratura, influenze intrinseche alla sua opera. Anche l’Italia ha lasciato un’impronta nella sua formazione. «Woodman, ricorda Jerinic, frequentò la seconda elementare in una scuola pubblica a Firenze e trascorse in città la maggior parte delle estati, viaggiando in Europa con i genitori, gli artisti americani George e Betty Woodman, sin da quando aveva dieci anni. Arrivata a Roma, nell’autunno del 1977, parlava già fluentemente l’italiano e conosceva bene la cultura del Paese». Sebbene sia difficile isolare l’influenza dell’Italia nel suo lavoro, le fotografie scattate tra il 1977 e il 1978 con le mura fatiscenti del Pastificio Cerere sullo sfondo descrivono in modo significativo il suo legame con il Paese e con Roma. Nella capitale era una habituée della Libreria Maldoror, galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista, che nutrì il suo interesse per l’avanguardia europea. «Voglio che le mie foto abbiano una certa qualità atemporale, personale ma allegorica, come accade nei dipinti storici di Ingres», auspicava Woodman. In effetti, in una carriera durata meno di un decennio, riuscì a creare opere destinate ad avere un’influenza sulla fotografia contemporanea. «Cercava di creare immagini allegoriche, chiosa Jerinic. Le sue opere sono figlie del loro tempo e al tempo stesso lo trascendono».

Francesca Woodman, «Untitled», 1975-78 ca. © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Courtesy the Foundation and Gagosian

Samantha De Martin, 26 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

A Roma Francesca Woodman, regina dello specchio | Samantha De Martin

A Roma Francesca Woodman, regina dello specchio | Samantha De Martin