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Rudolf Jobst, «Grete, Elsa und Berta Wiesenthal im Lanner-Schubert-Walzer», 1908. Vienna, Albertina. Prestito a lungo termine della Österreichische Ludwig-Stiftung für Kunst und Wissenschaft

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Rudolf Jobst, «Grete, Elsa und Berta Wiesenthal im Lanner-Schubert-Walzer», 1908. Vienna, Albertina. Prestito a lungo termine della Österreichische Ludwig-Stiftung für Kunst und Wissenschaft

A Vienna la poesia e il ritmo della fotografia di danza

L’Albertina Modern svela le sue collezioni dedicate agli scatti che spaziano dai balletti degli anni Sessanta dell’Ottocento alle sperimentazioni radicali degli anni Venti e Trenta del ’900

Germano D’Acquisto

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Il movimento non ama essere fermato. Al massimo accetta una tregua, una frazione di secondo in cui il corpo si lascia tradurre in immagine senza perdere del tutto la propria vibrazione. È su questa tensione irrisolta che si costruisce la prima mostra dell’Albertina Modern di Vienna dedicata alla fotografia di danza: non una semplice ricognizione storica, ma un attraversamento poetico di corpi, sguardi e ossessioni visive che, tra Ottocento e primo Novecento, hanno provato a dare forma all’inafferrabile. Le immagini in mostra dal 3 marzo al 7 giugno arrivano tutte dalla collezione del museo e coprono un arco temporale ampio: dai ritratti di balletto degli anni Sessanta dell’Ottocento, ancora legati a una frontalità composta, fino alle sperimentazioni radicali degli anni Venti e Trenta del ’900. In mezzo, un mondo che cambia. Cambiano le tecniche fotografiche, cambiano i tempi di esposizione, ma soprattutto cambia l’idea di danza. Non più ornamento o intrattenimento, bensì linguaggio autonomo, pratica espressiva, gesto politico. All’inizio del ’900 Vienna diventa uno dei luoghi in cui questa trasformazione prende corpo. Qui nasce una scena indipendente che ridefinisce il rapporto tra movimento, spazio e identità. La fotografia, invece di addomesticare la danza, decide di seguirla. Di correre il rischio. Di accettare il mosso, lo scarto, l’imperfezione come elementi di verità.

È in questo contesto che il lavoro di Charlotte Rudolf, figura chiave della mostra e del ’900 coreografico, appare ancora oggi sorprendentemente contemporaneo. Nei suoi scatti non c’è la fissità elegante del ritratto da studio, ma l’energia viva dell’azione. Rudolf fotografava durante le prove, con la musica, lasciando che il tempo entrasse nell’immagine. Le foto dedicate a Gret Palucca, quei salti sospesi che sembrano sfidare la gravità, non sono semplici documenti, ma icone di un nuovo modo di pensare il corpo femminile: libero, potente, non decorativo. Fotografia e danza crescono insieme, alimentandosi a vicenda, intrecciando le rispettive traiettorie fino a confondersi.

Altrove, lo sguardo si fa più simbolico. Le sequenze di danza realizzate da Frédéric Boissonnas in Grecia, spesso immerse nel paesaggio e nei siti archeologici, trasformano il movimento in rito. Il corpo dialoga con la pietra, con la luce, con la storia. Non c’è spettacolo, ma evocazione. Quelle immagini sembrano provenire da un tempo sospeso, dove la danza è ancora legata al mito, all’ipnosi, a una dimensione quasi medianica. Non sorprende che abbiano affascinato i surrealisti: lì il movimento non è descritto, ma suggerito, come un sogno che si ripete.

Più introspettivo, a tratti inquieto, è l’approccio di Anton Josef Trčka. I suoi ritratti, spesso manipolati, specchiati, alterati, trasformano i danzatori in apparizioni. Il corpo perde consistenza, diventa segno, ombra, presenza instabile. Anche qui la danza è meno un fatto fisico che uno stato mentale. La sua vicenda personale, segnata dalla guerra e da una fine precoce, sembra riflettersi in queste immagini cariche di tensione e silenzio.

Attraversando la mostra, emerge una consapevolezza chiara: la fotografia di danza non nasce per spiegare il movimento, ma per confrontarsi con i suoi limiti. Ogni immagine è un tentativo, un avvicinamento, un gesto incompleto. Ed è proprio questa incompiutezza a renderla viva.

Alla fine, non resta una lezione, ma una sensazione fisica. Quella di aver assistito a qualcosa che non voleva farsi catturare del tutto. Queste fotografie non spiegano la danza e non cercano di addomesticarla: la inseguono, la sfiorano, a volte la mancano. Mostrano corpi stanchi, tesi, sbilanciati, colti in un punto instabile dell’azione. Ed è lì che funzionano meglio.

La danza, ridotta a un istante, non perde forza. La cambia. Diventa immagine, ritmo visivo, presenza silenziosa. Alla fine del tour non si ha l’impressione di aver visto qualcosa di concluso, ma di portarsi dietro un movimento irrisolto, che continua a farsi sentire anche fuori dal museo. Come una musica che smette di suonare, ma resta in testa.

Charlotte Rudolph, «The Dancer Gret Palucca», 1924. Vienna, Albertina. Prestito a lungo termine dalla Österreichische Ludwig-Stiftung für Kunst und Wissenschaft. © Bildrecht, Vienna 2026

Frédéric Boissonnas, «Verso l’ideale - Giovani fanciulle che danzano», 1911, stampata nel 1912. Vienna, Albertinna. In prestito permanente dalla Höhere Graphische Bundes-Lehr- und Versuchsanstalt

Germano D’Acquisto, 01 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

A Vienna la poesia e il ritmo della fotografia di danza | Germano D’Acquisto

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