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Redazione
Leggi i suoi articoliLa morte di Gino Paoli, a 91 anni, segna la scomparsa di una delle voci più intime e rivoluzionarie della canzone d’autore italiana. La famiglia ha annunciato che l’artista si è spento serenamente, circondato dagli affetti più cari, chiudendo una parabola umana e creativa che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia culturale del Paese.
Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli arrivò alla musica dopo esperienze disparate - dal lavoro di facchino al disegno pubblicitario, fino anche alla pittura - che contribuirono a formare il suo sguardo disincantato e poetico. Fu proprio nella Genova degli anni Sessanta che, insieme a figure come Fabrizio De André, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, diede vita alla cosiddetta «scuola genovese», uno dei momenti più alti della musica italiana del Novecento.
Con album come Gino Paoli (1961), Basta chiudere gli occhi (1964) e Le due facce dell’amore (1971), Paoli contribuì a ridefinire la canzone, spostando il baricentro sull’urgenza espressiva del testo, su una scrittura essenziale e colta insieme, capace di restituire emozioni senza artifici. Il successo arrivò gradualmente. Brani come La gatta iniziarono a circolare grazie al passaparola, fino all’incontro decisivo con Mogol, che portò Il cielo in una stanza a Mina. Da quel momento, Paoli divenne un punto di riferimento imprescindibile.
La sua vita privata, intrecciata con quella artistica, fu segnata da relazioni intense - tra cui quella con Ornella Vanoni, musa e complice creativa - e da episodi drammatici, come il tentativo di suicidio nel 1963, da cui sopravvisse portando per sempre nel corpo il segno di quell’evento. Negli anni successivi alternò momenti di grande visibilità a fasi più appartate, fino al ritorno sulla scena negli anni Ottanta con Una lunga storia d’amore e il successo popolare di Quattro amici. Parallelamente, fu autore per interpreti come Patty Pravo, Mina e Vanoni, e ricoprì ruoli istituzionali come la presidenza della SIAE tra il 2013 e il 2015.
Ma ridurre Paoli alla sola musica significherebbe perdere una dimensione essenziale della sua ricerca. Fin dalla giovinezza, infatti, la pittura rappresentò per lui un linguaggio parallelo, spesso preferito agli studi tradizionali durante gli anni a Genova-Pegli. Prima ancora del successo discografico, lavorò come disegnatore pubblicitario, affinando una sensibilità tecnica e visiva che non lo avrebbe mai abbandonato. La sua produzione pittorica, improntata a un realismo personale e lirico, si sviluppò lungo tutto l’arco della vita, riaffiorando periodicamente in mostre ed esposizioni.
Emblematica, in questo senso, è la partecipazione nel 2013 alla mostra «Vita d’artista», allestita presso il Palazzo Tocco di Montemiletto. Nell’occasione, Paoli presentò quattro opere: due dedicate a una sua interpretazione dei vizi capitali lussuria e invidia, una con un ritratto a penna di Beppe Palomba, curatore della mostra, e un’ultima ispirata a La gatta, quasi a chiudere il cerchio tra parola e immagine. Non si trattava di un semplice esercizio parallelo, ma di una vera e propria continuità espressiva. Lo stesso Paoli, in più occasioni, aveva descritto il comporre canzoni come un atto simile al «dipingere» emozioni.
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