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Elena Caslini
Leggi i suoi articoliQuando Anna Maria Maiolino (Scalea, 1942) ha visto per la prima volta gli spazi del Maat-Museu de Arte, Arquitetura e Tecnologia di Lisbona, dove fino al 30 agosto è in corso la sua personale «Terra Poética», le è affiorato immediatamente un ricordo d’infanzia: «L’architettura di questo luogo, racconta, mi ha ricordato Scalea, il paese della Calabria dove sono nata durante la guerra. Dall’orizzonte si vedevano arrivavare i cicloni dall’Africa e io, insieme ai miei fratelli, immaginavo di oltrepassarli». Per Maiolino, figura di riferimento dell’arte contemporanea sudamericana e vincitrice del Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2024, l’orizzonte non è mai stato solo un’immagine, ma una condizione esistenziale. La sua biografia è segnata da continui attraversamenti, dall’Italia al Venezuela, fino al Brasile, dove vive ancora oggi, e da spostamenti costanti, geografici e interiori. «Nella mia vita di migrante gli orizzonti sono stati molteplici: geografici e mentali. I miei lavori lo riflettono: sono ibridi, come me. Vengo da tutti i posti e da nessuno», afferma con una semplicità che restituisce l’autenticità della sua ricerca artistica. Come molte sue mostre, anche «Anna Maria Maiolino. Terra Poética» nasce da ricordi biografici di un’infanzia trascorsa nella Calabria del dopoguerra. Lo rivela l’uso dell’argilla, materiale che Maiolino inizia a utilizzare negli anni Ottanta e che rimanda a una dimensione femminile vissuta in prima persona: «Appartengo a una generazione abituata a usare le mani, continua l’artista. La sensibilità dell’argilla modellata a mano si intreccia a quella del cucinare e dell’impastare. Ricordo le grandi tavolate di pasta fatta in casa della mia infanzia». Un’abitudine che, nella sua famiglia, oggi mantiene solo lei.
Quella dimensione corale, così tipica della società italiana di metà Novecento e ormai quasi scomparsa anche nel Sud del Paese, è diventata parte integrante del lavoro di Maiolino. «Mi ricordo quando in Calabria si faceva il raccolto, aggiunge. Partecipavo alle vendemmie, che erano un vero e proprio rito collettivo. Si cantava, ed era una gioia farne parte. Vedo questa mostra come una sorta di commedia collettiva». Per la realizzazione delle opere, l’artista si è avvalsa di un gruppo di assistenti arrivati in loco prima di lei, incaricati di costruire le installazioni, solitamente di grandezze che vanno dal palmo della mano all’apertura delle braccia, ma questa volta di dimensioni molto più ampie. Nella Oval Gallery del Maat, 1.200 metri quadrati di spazio ovale, si dispiega una serie di installazioni appartenenti alle serie «Terra Modelada» (Terra Modelata), 1993-2026, e «Do Barro à Escultura» (2026), tra le quali il pubblico può muoversi liberamente. «Per queste opere, spiega Maiolino, ho utilizzato argille colorate, perché il territorio brasiliano offre una straordinaria varietà di terre dai colori diversi, e volevo portare tutto questo nel mio lavoro». Le sculture sono entità in trasformazione: mentre si asciugano nello spazio espositivo, l’argilla muta ulteriormente colore, indurendosi e avvicinandosi alla consistenza della pietra. Osservandole con attenzione, le opere rivelano una struttura composta da forme molto semplici. «Sono fatte di segni, linee e punti: ciò a cui ritorno ogni volta che mi sento persa. Quando lavoro, mi riconnetto alle origini, ai primi gesti dell’essere umano, quando dall’uso della bocca si passò a quello delle mani». Linee e punti ripetuti all’infinito, una ripetizione che per Maiolino richiama direttamente quella del lavoro domestico, fatto di gesti ripetuti ed esperienza comune a tutte le donne della sua generazione.
Maiolino, tuttavia, non si è mai definita un’artista feminista: «Non ho mai aderito al lavoro delle femministe. Ho sempre saputo che un giorno sarei diventata madre, così come sapevo, sin da bambina, quando facevo teatrini a Scalea, che sarei diventata un’artista. Detto questo, le femministe hanno reso possibile che il mio lavoro fosse visto. Hanno aperto la strada verso la scoperta e il riconoscimento del lavoro delle artiste donne». Accanto alle grandi installazioni in argilla, la mostra al Maat dedica un ruolo centrale anche al disegno, che per Maiolino non ha mai una funzione puramente preparatoria. La serie «Tempestade de Ideias» (Tempesta di Idee), sviluppata tra il 1990 e il 2025, è presentata al piano superiore come un flusso continuo di pensiero visivo: uno storyboard mentale in cui convivono appunti, variazioni di forme e tracce grafiche. «Alcuni disegni funzionano come progetti descrittivi per essere realizzati in futuro, mentre altri sono lavori autonomi», spiega l’artista.
La tensione tra fragilità e resistenza, che attraversa tutta l’opera di Maiolino, trova una delle sue espressioni più potenti nella dimensione performativa, in particolare in «Entrevidas» (1981/2026). L’artista avanza lentamente in uno spazio disseminato di uova, un terreno instabile dove l’equilibrio può spezzarsi a ogni passo. È una metafora della precarietà dell’esistenza, ma anche del clima di incertezza che segnava il Brasile dell’epoca, ancora scosso dagli anni della dittatura. Riproposta da Maiolino all’inaugurazione della mostra e, in chiusura, dal nipote Gabriel Sitchin, la performance risuona oggi con una forza rinnovata. «Così come nel 1981 vivevamo nell’incertezza della dittatura, oggi l’umanità continua a trovarsi in uno stato simile a causa delle guerre e delle violenze nel mondo. Io stessa ho conosciuto la distruzione delle bombe. L’umanità si ripete», afferma l’artista. «Entrevidas» rimane così una delle opere che meglio sintetizzano la dimensione politica del lavoro di Maiolino: un atto che ancora si oppone e resiste alla violenza dei conflitti e alle brutalità che attraversano le grandi metropoli.
Opere dalla serie «Tempestade de Ideias». Foto Pedro Tropa (tspt). Courtesy EDP Foundation