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Yngve Henriksen, «Childhood View», 1994

Foto © Kjell Ove Storvik

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Yngve Henriksen, «Childhood View», 1994

Foto © Kjell Ove Storvik

Al Pastificio Cerere un tuffo esistenziale nell’Artico di Yngve Henriksen

La prima personale in Italia dell’artista norvegese riunisce a Roma una cinquantina di lavori tra dipinti, disegni su carta e lavori più intimi di minime dimensioni

Samantha De Martin

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Una finestra e una candela accesa. Una luce a simboleggiare che, anche nella solitudine del grande Nord, c’è sempre una presenza discreta ad attivare l’anima con l’energia di un paesaggio magnetico che spalanca un orizzonte interiore. L’artista di Svolvær, Yngve Henriksen, porta il suo Nord negli spazi del Pastificio Cerere di Roma, invitando a immergersi nell’arcipelago delle isole Lofoten, dov’è nato e dove lavora (uno dei suoi tre studi è stato un tempo la stalla nella quale sua nonna custodiva gli animali). Per la sua prima personale in Italia, dal 15 maggio al 10 luglio, a cura di Alessandra Mammì e realizzata con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia, l’artista porta nella capitale una cinquantina di lavori. Opere che non seguono un ordine cronologico, ma condividono con i visitatori la pratica di un esploratore che torna nei suoi luoghi dopo anni trascorsi in Svezia, attratto dalla forza dei luoghi remoti, dall’orizzonte artico e dalle terre ghiacciate, dove il paesaggio si impone con una presenza scenografica dominante.

«Già il titolo, Lofoten Poems-Visions from the Deep North, sottolinea la curatrice Alessandra Mammì, vuole evidenziare la nostra intenzione di uscire dall’idea diffusa di un nord folcloristico, turistico, romantico, percorso da distese di ghiaccio, enfatizzando il magnetismo che si percepisce fisicamente attraverso l’energia che esplode nel cielo. Abbiamo cercato di restituire un tuffo esistenziale nell’Artico, la dimensione di rapporto con una natura meno accogliente, ma forse più vero e rispettoso». Nell’alternarsi assoluto di luce e buio che scandisce le stagioni, nella sproporzione tra la fragile presenza degli edifici umani e le imponenti pareti rocciose che sprofondano nel mare, l’ispirazione di Yngve Henriksen prende forma. «La mostra, anticipa la curatrice, abbraccia dipinti diversi per dimensione e anno di realizzazione che raccontano il buio e la luce. I disegni racchiudono forse la parte più intima del lavoro di Yngve. In queste visioni ricorrono spesso un elemento di finestra e una candela, talvolta a carboncino, su carte trovate dall’artista, a sostituire i fogli. In questo paesaggio così estremo, dove la solitudine assume il valore di una dimensione scelta, le luci restano sempre accese. Le casette che l’artista inserisce nei quadri corrispondono a queste presenze discrete, immerse in maniera osmotica nella natura».

Al fine di far comprendere il processo creativo che ha permesso all’artista di approdare al dipinto tramite una sorta di gestazione, la curatrice ha voluto inserire in bacheche oggetti seminali, i libri preferiti di Henriksen, come On painting di Julian Bell o Estate80 di Marguerite Duras, poi dischi, piccoli ricordi, trofei, appunti e fotografie a comporre una segreta Wunderkammer. Non mancano i «ricami», piccoli lavori meditativi nei quali trame di fili colorati in seta e lana completano tavolette su cui appaiono collage e colore, un elemento fondamentale quest’ultimo, che equivale a una necessità. La pittura abbraccia la vita intera, dalle prime tele alle ultime, imprimendo nelle opere il presente, ma anche storie e ricordi, animando le case a punta che appaiono e scompaiono nella nebbia, in un tempo annullato, come anche lo spazio. «Tecnicamente, spiega Mammì, i suoi lavori nascono strato su strato. Un’immagine può prendere forma archetipa di una casa, ma poi essere ricoperta dal colore. Sparire e riapparire grazie a una specie di frottage». Osservare i suoi dipinti equivale a entrare nello studio di Henriksen, tra spatole, pennelli, spazzole, ma anche sabbia, cenere, polvere di porcellana, «granelli che si aggiungono alla materia come i pulviscoli di energia di cui ci parla la quantistica».

Negli spazi del Pastificio Cerere le opere sono allestite alla maniera di una composizione jazz, con un ritmo musicale che vede alternarsi quadri più piccoli a composizioni più grandi. D’altronde, mentre Henriksen lavora, risuonano nella stanza le note di Charlie Parker, Miles Davis, impastate con i versi dei suoi poeti preferiti, da Walt Whitman a Robert Creeley. «Una delle richieste avanzate dall’artista, rivela la curatrice, è stata quella di oscurare le finestre della sede espositiva con delle pellicole al fine di proteggere questa dimensione e restituire al pubblico le atmosfere delle Lofoten nel modo più autentico possibile». Ed è proprio alle Lofoten che la mostra nasce. «Ho conosciuto Henriksen tramite un amico comune. Mi aveva detto di non avere nulla in contrario a realizzare una mostra, purché mi recassi a vedere da vicino i suoi luoghi, altrimenti secondo lui, giustamente, non avrei mai potuto capire il suo lavoro. Così mi ha offerto il viaggio. Questo progetto è nato proprio lì. Era novembre. Durante il giorno, molto breve, andavamo a vedere i suoi luoghi e poi cominciavamo a lavorare. È stata un’esperienza molto intensa».

A seguire l’artista durante una delle sue giornate c’è in mostra un video realizzato con Kjell Ove Storvik. Attraverso lo sguardo di uno dei suoi abitanti più sensibili, il progetto romano affronta temi come l’adattamento agli ambienti estremi, la fragilità degli ecosistemi, la memoria e il ruolo della cultura nella costruzione di immaginari futuri. Il periodo espositivo coincide, inoltre, con le celebrazioni per il centenario delle storiche spedizioni polari guidate da Roald Amundsen e Umberto Nobile. Nell’ambito del public program, il 15 maggio alle ore 17 si tiene l’incontro «Attraversando la luce e il buio. Dialoghi tra scienza e arte» presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Yngve Henriksen, «Between Threads 1», 2021-22. Foto Kjell Ove Storvik

Samantha De Martin, 13 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Al Pastificio Cerere un tuffo esistenziale nell’Artico di Yngve Henriksen | Samantha De Martin

Al Pastificio Cerere un tuffo esistenziale nell’Artico di Yngve Henriksen | Samantha De Martin