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La tomba di Akbar Il Grande a Sikandra

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La tomba di Akbar Il Grande a Sikandra

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Alla corte di Akbar il Grande: quando l’arte persiana reinventò l’India

Minima mediterranea • Uno dei più grandi imperatori Moghul diede vita a una vastissima biblioteca con migliaia di opere su storia, religione e letteratura

Giovanni Curatola

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Gli ultimi grandi imperi musulmani, da occidente verso oriente, furono quello Ottomano (fine del XIII secolo-1924), il Safavide di Persia (1501-1722) e quello Moghul in India (1526-1858). Del primo, quello Ottomano, nelle nostre scuole quasi sempre si accenna alla sua decadenza a partire da Lepanto (1571), un episodio senza troppe apparenti conseguenze, e poi con l’assedio di Vienna (1683) che, a ben vedere, fu, per loro, un pareggio fuori casa. Sulla gloria di quell’impero e sulla struttura al contempo policentrica e centralistica (apparente paradosso) e assolutista (il sultano tutto poteva), ma con un ascensore sociale straordinario (Sokollu Mehmet Pasha, 1506-79, da ragazzino era un guardiano di maiali per poi ritrovarsi gran visir, primo ministro, sotto diversi sultani...), inusitato in altri contesti e lidi. Per dire, Venezia era sì una Repubblica, ma ferocemente oligarchica. Dei Safavidi è opportuno ricordare come durante quel dominio la Persia divenne ufficialmente di confessione sciita. Più a oriente i discendenti (o pretesi tali, poco importa) di Gengis Khan e di Tamerlano, provenienti dall’Asia interna, imposero il loro potere e dilagarono nelle fertili pianure del Subcontinente indiano. Poi da quelle parti venne il colonialismo nostrano, condito in varie salse, ma con alla base sempre una forza militare e commerciale (cannoni e vele), che è all’origine anche dei problemi attuali. 

Partiamo dal centro, ovvero dai Safavidi. Il primo sovrano, Scià Isma’il (1487-1524, regnò dal 1501 al 1524), s’impose come leader carismatico a soli 14 anni. Ma è il figlio e suo successore, Tahmasp I (1514-76, regnò dal 1524 al 1576) che più ci interessa. Lo dico subito: mi è sempre stato antipatico. Come sovrano ebbe un regno particolarmente lungo, costellato da guerre continue contro gli Ottomani a occidente e gli Uzbeki a oriente. Fu una figura assai contraddittoria: nella sua fase iniziale fu un grande mecenate artistico, in particolare dei miniaturisti, eredi della straordinaria e inarrivabile scuola Timuride, che molto favorì. La svolta si ebbe nel 1555 con il cosiddetto «Editto del Sincero Pentimento» che lo spinse ad abbandonare i piaceri terreni (belle arti comprese) per dedicarsi esclusivamente alla spiritualità e alla salvezza personale. Ereditò, si è detto, un atelier pittorico unico. Il manoscritto più celebre, uno Shahnameh (Libro dei Re) iniziato nel 1522 e terminato nel 1535, è un capolavoro assoluto; fu donato all’ottomano Selim II (1524-74, regnò dal 1566 al 1574) dopo la sua ascesa al trono e fu poi di Edmund de Rothschild e quindi in parte disperso in vari musei e collezioni di mezzo mondo, con un nucleo importante adesso a Teheran. Ma torniamo a Tahmasp; egli ospitò a lungo il pretendente al trono dell’India Humayun (1508-56, regnò negli anni 1530-40 e 1555-56, figlio del fondatore dell’impero Babur, le cui straordinarie memorie sono state di recente tradotte in italiano), e colui che aspirava alla successione ottomana, Şehzade Bayezid (1527-61), figlio di Solimano il Magnifico. Sorti differenti. Bayezid, con i figli, fu consegnato ai suoi e immediatamente giustiziato; Humayun, invece, ebbe un esercito e ripartì dalla corte persiana (non senza un grazioso dono per l’avarissimo ospite: il diamante Koh-i-Noor «montagna di luce») per riconquistare il suo regno, portando con sé i migliori artisti della corte iraniana, che là non avevano più committenza. 

L’influenza di questi artisti fu decisiva nello sviluppo dell’arte Moghul: si vedano, ad esempio, l’architettura della tomba, e del giardino, del sovrano a Delhi e lo sviluppo della pittura con Akbar, figlio di Humayun. Quest’ultimo, nella ripresa del trono, regnò solo un anno circa. Morì inciampando nella veste e cadendo dalle scale mentre si recava di fretta alla preghiera notturna. I maligni sostengono che non fosse, al momento, particolarmente sobrio. Il di lui erede, Muhammad Abu’I-Fath Jalal al-Din, più semplicemente Akbar (il Grande) (1542-1605, regnò dal 1556 al 1605), fu uno dei più grandi e lungimiranti imperatori che la storia ricordi. Uomo di genio, non fu limitato (la tentazione è di scrivere «anzi») da un notevole e comprovato handicap: era fortemente dislessico e la sua firma, nei pochi esemplari giuntici, è teneramente traballante. Ciononostante, o forse proprio per questo, costituì una biblioteca magnifica nella quale spiccano anche le traduzioni di classici indù come il Ramayana o il Mahabharata. Uomo colto e curioso, astuto e feroce stratega militare, fece edificare numerosi monumenti, tra i quali spicca la città-palazzo di Fatehpur Sikri. La sua vita è narrata nell’Akbarnama, biografia, ovviamente un po’ agiografica, dovuta alla penna dell’alto funzionario e seguace Abu’l Fazl, sontuosamente illustrata. Akbar fu un notevole politico. Si sottrasse alle influenze sunnite (prevalenti nell’ideologia degli Ottomani) e sciite (quella Safavide) ed essendo assai interessato alle religioni (tutte) quali fonti di spiritualità, riunì nell’Ibadat Khana («Casa del Pensiero») studiosi e teologi: musulmani (sunniti e sciiti), indù, zoroastriani, giainisti e anche missionari cristiani (francescani e gesuiti). Le riunioni alle quali assisteva dovettero essere dottissime e ognuno dei convitati cercava, con sottili argomentazioni, di tirarlo dalla sua parte, la parte della «verità»; così egli fondò un suo credo sincretico, che però non impose. Si trattava di uno strumento di tipo morale, ma anche amministrativo, atto a tenere unita, coesa e solidale una comunità con tipologie etniche e anche sociali assai diverse. La ricerca di un equilibrio etico superiore. Un genio ancora molto (troppo?) attuale.

Giovanni Curatola, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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